SALE E LUCE PDF Stampa E-mail

 SALE E LUCE 2009-2010

20/5/2010 I volti e il volto (vite in coda)  

Tante volte ho portato i giovani ad incontrare le suore di clausura. Io le suore le conosco già, per cui la cosa più bella per me è diventata non già guardare i volti delle suore di clausura, ma i volti dei giovani che le stanno guardando. Vi leggi curiosità, interesse, divertimento, senso del mistero, stupore, autentica sorpresa, gioia, pace. Tutti riflessi di quell'incontro con cuori contemplativi.

In questa ostensione della S. Sindone, che si sta avviando alla conclusione, mi ha colpito la stessa cosa: quello strano "feeling", la dinamica di relazione tra quel Volto, che viene guardato, e i volti che lo guardano. È un rapporto pieno di sottintesi che solo chi sta dietro i due volti conosce. Un rapporto di sgomento, di compassione, di supplica, di domanda, di intesa, di fiducia, di amore. Talvolta ripieno di una quasi impercettibile, ma forte (e invidiatissima...) complicità.

Quei volti ritrovano se stessi e il proprio senso di fronte ad un volto sfigurato e sbiadito. Quei volti che si sono persi e svuotati dietro le lusinghe, tutte apparenza, di volti bellissimi ma - ahimé - vuoti, dietro le lusinghe di sguardi che spesso non rivelano altro che l'abisso del proprio smarrimento,... ebbene, quei volti ritrovano la profondità dello sguardo di fronte ad un volto senza sguardo, ma dal quale ti senti trapassare fino al fondo dell'anima.

Milioni di volti in coda. Sono tante vite e tante storie a volta complesse che non vengono svelate dall'apparenza di atteggiamenti del tutto normali. Sono vite in coda, per contemplare quel volto fermo, maestosamente sereno e composto. Un volto che racchiude il senso della vita. Un volto che ha oltrepassato la morte.

Carissimo fratello, carissima sorella, se non l'hai ancora fatto approfittane: metti anche tu la tua vita in coda e lascia che sia guardata da quel Volto.

Don Guido Gallese

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17/4/2010 Cristiani & panisse (un’apologia degli atei… e una dei cristiani!)

Carissimi, siamo in una società in cui la Chiesa è sotto un forte e ben strutturato attacco. E siamo anche in una società in cui “non possiamo non dirci cristiani”. Molte volte sento degli input che vengono da entrambe le direzioni, e questo porta anche un po’ di confusione in chi vive questa duplice dimensione.

L’altro giorno mi ha fermato una signora e mi ha chiesto: “Padre, mi potrebbe confessare? Sa, non mi danno mai l’assoluzione: dicono che sono una strega, che faccio del male…”; “Ma lei vuole bene o vuole male alla gente?”; “Io voglio bene alle persone, e faccio anche il bene, ma se qualcuno mi fa del male, beh… allora glielo faccio anch’io…”; “Vede signora, per dare l’assoluzione ad una persona, bisogna che questa si renda conto di cosa ha sbagliato e che abbia almeno il desiderio di non voler fare più questa cosa sbagliata. E poi a Gesù hanno fatto del male: e lui come ha reagito? Essere cristiani vuol dire essere seguaci di Gesù, per cui non dobbiamo semplicemente chiederci se di fronte a qualcuno che ci ha fatto del male siamo stati capaci di non fargliene, ma dobbiamo chiederci se siamo stati capaci di amarlo e di pregare per lui, come ci ha chiesto Gesù: è questa la rivoluzione cristiana!”; “Ah, ho capito padre: finalmente ho capito! Bene, così adesso ci penso un po’ su…”. Non si è voluta confessare subito. E credo che sia stata saggia: ha capito bene qual era la posta in gioco.

Tante volte invece mi è capitato di sentire in confessione: “Padre, io sono un buon cristiano: non uccido, non rubo,…”. Spesso ho risposto: “Lei intende asserire che gli atei invece uccidono e rubano? Cioè: gli atei sarebbero degli assassini?”. Io non apprezzo per nulla questa implicita (e comoda) svalutazione degli atei: nel contempo mi preme di far capire che non c’è bisogno di scomodare Gesù Cristo per non uccidere e non rubare! Essere cristiani è ben più che essere giusti! E non c’è bisogno di essere credenti per essere giusti. Essere credenti è per andare molto oltre la semplice giustizia: serve per intraprendere la strada dell’amore che è una strada “unilaterale” (se così si può dire). Non si guarda a quello che fa l’altro, si pensa solo a donare.

Detto questo, ci sono pochi cristiani!! Beh, la sfida è proprio questa! Vogliamo essere cristiani? Vogliamo fare sul serio? Oppure essere – comme se dixe a Zena – delle panisse? A noi la scelta!

Per fare la nostra scelta, però (e qui, dopo l’apologia degli atei, viene quella dei cristiani…), dobbiamo sgomberare il campo da un altro grave fraintendimento: tante volte sento dire “Ci sono degli atei che sono molto migliori dei cristiani” e “Anche gli atei fanno servizio”.

Alla prima rispondo dicendo che, se non si considera che i cristiani sono quelli che ho descritto prima, allora è molto probabile trovare atei molto migliori di cristiani che… non sono veramente cristiani! Piuttosto ribalto la questione ed affermo: è veramente difficile trovare degli atei migliori dei cristiani di cui ho parlato!

Alla seconda obiezione rispondo che bisogna chiedersi perché gli atei fanno servizio: per una questione di giustizia? Bene. Ma l’amore vale ben più della giustizia! Non c’è paragone tra un atto fatto con una motivazione di giustizia e uno fatto per amore. Allora lo fanno per una questione di amore? In questo caso chiedo: di amore inteso come sentimento (come quasi tutti pensano), oppure di amore inteso come atto di volontà (come quasi solo noi cristiani riteniamo)? L’amore inteso come sentimento è qualcosa di mutevole, in definitiva lo faccio finché “mi sento”, c’è quindi ancora una ragione radicalmente egoistica: io devo sentire, “provare”, qualcosa nel fare quell’atto. L’amore inteso come atto di volontà è molto superiore: lo faccio perché quella persona ha bisogno e basta. Non guardo alla mia gratificazione, che ci può essere, ma non è essenziale all’atto. Qui si collocano i cristiani (quelli veri). La domanda è: un ateo può fare servizio in questa prospettiva? Sarei ben contento di poter rispondere di sì. Ma questo sì gli atei dovrebbero guadagnarselo: se infatti avessero la prospettiva dell’amore gratuito al di fuori di un contesto soprannaturale, ma solo materialistico, credo che dovrebbero darci un bel po’ di spiegazioni interessanti e mai sentite. Che tra l’altro cozzerebbero sicuramente con tutto il bagaglio relativistico che si portano dietro e che ci propinano quotidianamente a mo’ di nutrizione forzata… (perché mai amare un altro se tutto è relativo?). Ma questo non è il cuore del discorso, è solo una curiosità interessante da conoscere. Il punto, per noi cristiani, senza starci troppo a guardare intorno sta qui: cristiani o panisse?

Don Guido Gallese

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25/1/2010 Integrazione & disintegrazione

Mi capita talvolta di vedere piangere dei giovani, che soffrono perché non riescono ad indirizzare la vita dove veramente vorrebbero. In effetti una cosa che mi colpisce in coloro che seguono il Vangelo è la straordinaria integrazione che riescono a raggiungere. Sto parlando di quella psicologica, con se stessi: quel processo per cui una persona si trova a non essere divisa interiormente, ma piuttosto in uno stato di profonda armonia, con un’ordinata sottomissione di ciò che è inferiore a ciò che è superiore. In tal modo si riescono a raggiungere mete che si ritenevano impossibili e si vive la vita in modo gioioso, godendola molto di più.

Guardandomi attorno, tuttavia, scorgo sempre meno giovani “integrati”: perché? Che cosa impedisce l’integrazione interiore?

Dopo tanto pensare sono giunto a darmi qualche risposta. La principale è che un giovane oggi vive una realtà frammentata, composta di tante cose differenti e talvolta contrastanti tra loro. Purtroppo spesso non riesce a farne una sintesi, a dominare questa frammentazione, e finisce per ritrovarsi frammentato “dentro”. I sintomi sono quelli per cui comincia a vivere la realtà “a pezzetti”: in parrocchia sono cattolico, a scuola sono simile ai miei compagni, al venerdì sera mi prendo la sbornia, su facebook sono un generatore di sciocchezze e di volgarità, e così via… Ad esempio mi sono reso conto che raramente un giovane è capace di usare facebook sia per divertirsi che per motivi seri: sembra quasi che quello strumento sia dedicato ad un pezzo soltanto della sua personalità. Notare: divertirsi non è per niente un reato, anzi! Per un giovane direi che è doveroso. Tuttavia il divertimento dev’essere integrato con la profondità e il senso della sua persona. Altrimenti si trova disintegrato: alla lunga prova la sgradevole sensazione di non essere capace di condurre la sua vita secondo le sue aspettative, di sentirsi solo un mucchio di atomi. E quando succede questo comincia interiormente la vecchiaia.

Rimedi? Beh, se uno per rimediare si desse alla vita di eremitaggio non farebbe che confermare di essere disintegrato, ovvero incapace di fare una sintesi tra ciò che è sacro e ciò che è profano. Il vero rimedio è riappropriarsi della propria vita nel modo più semplice e profondo. Ciò significa: 1) prendere un po’ di tempo per la propria anima: in fondo esiste anch’essa! Ed è preposta a svolgere l’integrazione. Questo significa un po’ di preghiera tutti i giorni, tipo: la Messa quotidiana (che bella!) o la meditazione del Vangelo del giorno, o il Rosario. 2) Togliersi la maschera: presentarsi così come si è, in un modo solo, in parrocchia (facendo meno l’ipocrita) e fuori (non seguendo in tutto gli amici pur di sentirsi accettato: sorprendentemente questo fa crescere la stima degli amici, sulla lunga distanza). 3) Esercitarsi a proporre qualcosa di serio (non significa pesante!) in tutti i luoghi; ad es. su facebook non scriverò solo sciocchezze, ma anche qualche bella riflessione o condividerò un link che fa pensare.

Obiezione: ma così non è più noioso? No: è più bello! Perché ti diverti molto di più: quando infatti ti diverti sapendo, in fondo al tuo cuore, che stai andando contro te stesso, il tuo divertimento non ti “prende” così tanto come quando ti stai divertendo in modo integrato, ovvero dal profondo di te. Cari fratelli, non disintegratevi!

Don Guido Gallese

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8/12/2009 - Giovani & Allenatori

Carissimi, questa volta vi riporto un articolo che ho scritto per il Secolo XIX del 4 dicembre:

Il Vangelo racconta di un giovane che incontra Gesù: “gettandosi ai suoi piedi, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?»”. Gesù risponde di seguire i comandamenti e il giovane dice che lo fa fin dalla giovinezza. “Gesù, fissatolo, lo amò e gli disse: «una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, poi vieni e seguimi». Ma egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni” (Mc 10).
Qualunque giovane di fede vede questo brano come un incubo: esso segna il passaggio dalla gioventù alla vecchiaia, dalla capacità di seguire i propri sogni a quella di mettersi a fare due conti, talvolta un  po’ cinici (quel genere di cose che in gioventù si è sempre disprezzato). Gesù invece era giovane da morire, anche nel senso che è “morto di gioventù”: è stato cristallinamente e coerentemente giovane, pur con una maturità impressionante, e questo gli ha procurato la morte per le mani di un mondo vecchio.

Cosa pensa la Chiesa dei giovani? Hanno un forte senso della verità, la voglia di costruire, la gioia, il senso degli ideali. Ottime potenzialità. Come il vivaio di una squadra di calcio, con ragazzi molto promettenti. Problemi? Uno solo: manca l’allenatore. Senza allenatore quei ragazzi rimangono calciatori da campetto di quartiere. Ecco l’allarme della Chiesa sull’emergenza educativa. Si sta combattendo una battaglia sull’educazione: da una parte certo laicismo a buon mercato che propugna un modello educativo che lascia tanta libertà all’educando (persino quella di non avere un allenatore) da diventare sostanzialmente autoeducativo, dall’altra la Chiesa ed altri corpi sociali che sostengono l’importanza dei modelli educativi e degli educatori. In soldoni: il centro sociale o l’oratorio? Beh, io credo che chi debba offrire un impiego non esiti nella scelta. Come qualunque presidente di una squadra di calcio non esiterebbe nella scelta se usare o meno un allenatore, che gli costa, e tanto! Poi rimane il problema di quale scegliere. Noi invece siamo qui a chiederci leziosamente se la presenza del crocifisso in aula possa turbare chi non crede o chi crede diversamente (la risposta ovviamente è no, come osservava mesi fa sul Secolo XIX Giuliano Galletta in un articolo sulle preponderanti iscrizioni di musulmani alle scuole cattoliche in Francia), senza renderci conto che la vera partita è sull’imporre a tutti il modello educativo del centro sociale. Ecco qui il problema dei giovani, oggi: non gli diamo allenatori e continuiamo a perdere grandissimi campioni. E così si trovano ad invecchiare precocemente, soffocati dai molti beni.

Don Guido Gallese

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27/11/2009 - La Croce & il vuoto

La Corte Europea di Strasburgo si è pronunciata contro la presenza dei crocefissi nelle aule scolastiche italiane. Proviamo a fare qualche riflessione su questa sentenza.

Dietro, come al solito, c'è il concetto di laicità dello Stato. Se ne è
parlato l'anno scorso nei mercoledì in cattedrale, che con le loro 1.200
presenze a conferenza sono stati probabilmente l'evento culturale più
rilevante dell'anno per la nostra città. Ovviamente oscurato dai media! In
nome della laicità? Che cos'è la laicità? I laicisti la sventolano come una
bandiera, ma dietro la loro idea di laicità ci sono alcune cose che non
vanno bene. Facciamo allora qualche considerazione.

1) Talvolta si sottintende al concetto di laicità che sia qualcosa che vada bene a tutti. Ma questo non è proponibile: la laicità dello stato non è l'intersezione di tutti i diversi insiemi di visioni del mondo presenti nella società. Se così fosse il patrimonio comune sarebbe ridotto al massimo alla più povera delle visioni esistenti. Più probabilmente
consisterebbe nell'insieme vuoto, nel nulla. La laicità non è questo.

2) I bambini vanno educati passando loro il meglio di ciò che noi abbiamo. Chi dice che esista un'educazione oggettiva (nel senso di "accettata da tutti") e asettica è al massimo un illuso. Non possiamo educare i bambini con il nulla, perché ricavare da sé i principi del vivere è solo per pochi geni, limitatamente al loro campo di genialità. Non mi basterebbe una vita
per dedurmi per conto mio tutta la geometria euclidea: ho fatto fatica ad
impararla quando me l'hanno insegnata, mai la scoprirei tutta da solo. Lo
stesso vale per il vivere. Questo criterio impoverirebbe l'umanità
riportandola alla barbarie culturale in poche generazioni. Ciò che si
insegna sulla vita è sempre riformabile e, anzi, va riformato perché nel
frattempo la vita è cambiata. Ma guai a buttare l'acqua con il bambino.

3) La croce porta con sé tantissimi valori validi anche per persone non credenti: abbiamo tantissimi italiani che non sono strettamente credenti o cattolici, ma che si rispecchiano almeno nei nostri valori di fondo, nell'insegnamento base di Gesù Cristo.

4) Voler togliere i simboli religiosi è pretestuoso. Non viene chiesto di rendere culto a Dio. Semplicemente c'è un simbolo che ha una sua storia. Anche la bandiera italiana ha una sua storia, che non condivido al 100% perché non mi riconosco per nulla nelle atrocità e disumanità della Rivoluzione Francese che non è per me un modello come non lo era neppure la monarchia assoluta francese. Comunque questa è la storia e io la accetto, mi identifico con la mia bandiera pur con tutto il diritto di dissociarmi da quei contenuti pregressi che non condivido. Il crocifisso è un simbolo a cui è legata la cultura italiana, di un paese di persone accomodanti perché cristiane, aperte e solari perché cristiane (non è una questione climatica: basta correre lungo il parallelo geografico per accorgersene...), di persone che anche quando cadono nella dittatura non raggiungono le disumanità di altri "campioni" europei. Siamo in un paese con un'arte sviluppata come in nessun paese nel mondo e quasi tutta cristiana. Siamo in
un paese dove è nata l'università. Cristiana. E si potrebbe andare avanti
per molto. Misconoscere questo non è cosa da miopi, ma da meschini.

5) Se non viene chiesto di rendere culto a Dio, si dice che potrebbe orientare maggiormente verso la religione cristiana che verso le altre. E allora? Se la nostra storia è orientata in questo modo e i nostri valori di
italiani sono orientati in questo modo, è forse vietato? Di nuovo: si può
non orientare? L'unica alternativa al non orientare è il non educare. E
voler togliere solo la dimensione religiosa dall'educazione è fortemente
pretestuoso, contro la realtà dell'uomo in tutta la sua dimensione storica
e attuale. (Gli atei, nel mondo, rimangono pur sempre quattro gatti. E come
il diavolo, che rifiuta Dio, è pur sempre creato da Dio, così gli atei, che
rifiutano il cristianesimo, sono pur sempre un prodotto culturale del
cristianesimo).

Ecco, cari fratelli e sorelle, alcune semplici considerazioni tra le tante
che possiamo fare. Ricordate bene: il vuoto è molto più pericoloso della
croce. Molto.

Don Guido Gallese

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12/11/2009 - Silenzio & Parola

In effetti c’è il rumore sordo della combustione di una caldaia e quello
più acuto, simile ad un soffio, di una turbina. C’è anche la strana
rotazione delle pale di un impianto di ventilazione che qualche volta al
secondo fanno sentire la loro irregolarità. Ma è un po’ come essere in
un aereo che decolla: i motori salgono a pieni giri, scuotono l’aereo, lo
fanno vibrare, ma non appena i carrelli si staccano dalla pista il
velivolo sembra piombare nel silenzio. È il silenzio, relativo, del
volo.
Anche qui è un po’ come decollare: quando l’anima si concentra sulla
presenza della persona che è in questa stanza è come se questi rumori,
che pur continuano, quasi sparissero. Come è strano. E quando cala questo
strano silenzio, che non è un silenzio oggettivo, esteriore, ma del
tutto interiore, improvvisamente si comincia a percepire la Parola. Risuona,
come se si scolpisse nel profondo del cuore, e continuasse nel frattempo a
riecheggiare da una parete all’altra dell’anima.

Com’è lontano dai nostri talk-show, dove le parole si sovrappongono alle
parole e la parola urlata è quella che è maggiormente ascoltata. Questa
invece è più silenziosa del suono sommesso di una ventola. E solo
quando il tuo silenzio interiore scende sotto la soglia della ventola, questa
Parola viene percepita. Ed entra dentro non in quanto si impone, non in quanto
è urlata, ma nella misura in cui noi la andiamo cercando, la aspettiamo,
la accogliamo. Questa è un’autentica rivoluzione. Il contrario di questo
mondo in cui scacciamo il silenzio, in cui le donne da sole in casa tengono la
televisione accesa per sentire sempre e comunque un suono. È il
contrario di questo mondo in cui ogni istante di solitudine viene colmato dal
suono rassicurante delle cuffiette del nostro ipod.

Stare. Prima con noi stessi, in silenzio. E poi scoprire questa
presenza.

Una presenza che parla silenziosamente. Questa è una rivoluzione. Una
rivoluzione faticosa, ma che cambia il cuore di un giovane, che lo fa
diventare forte perché capace di stare con se stesso e vedere la propria
pochezza. E accettarla. Cambia il cuore di un giovane perché apprende,
non per sentito dire ma per esperienza diretta, che c’è un Altro, una
presenza misteriosa ma vera, una presenza silenziosa e loquace, una presenza che
lascia nel cuore una grande pace.

Quella di cui avevo bisogno per continuare questa giornata.

Non di solo ipod vive l’uomo.

don Guido Gallese

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17/09/2009 - Informazione: Verità e libertà

Vado a memoria perché non riesco più a trovarlo in commercio. Il titolo italiano è terribile: "Sesso e potere". Quello inglese, intelligente: Wag the dog, "Dimena il cane". Gli attori, di altissimo livello: Robert De Niro e Dustin Hoffman. Inizia con una scritta bianca su schermo nero: "Perché il cane dimena la coda?". "Perché il cane è più furbo della coda". "Se la coda fosse più furba del cane, sarebbe la coda a dimenare il cane". De Niro è un esperto di comunicazioni sociali ed è chiamato urgentemente alla Casa Bianca. Mentre scendono nei sotterranei dove è raccolta l'unità di crisi gli dicono che il presidente è in visita in Cina. Arrivato nella stanza chiede "Che succede?". Un membro dello staff presidenziale gli risponde: "Una ragazza scout ha dichiarato di avere avuto un incontro sessuale con il presidente nella sala ovale. Mancano 12 giorni alle elezioni e il presidente è avanti di 6 punti rispetto allo sfidante. Il presidente ha chiesto di chiamare lei per risolvere questa situazione". Una segretaria del presidente si affretta a precisare: "Non è possibile che sia successo: il nostro rilevamento dei tempi ci dice che gli scout sono stati presenti per 14 minuti, per cui...". Lui, gelido, la blocca: "Non importa se è vero: è una notizia". Il comunicatore coinvolge allora un produttore di Hollywood (Dustin Hoffman) e i due creano in studio una finta guerra contro un paese lontano, l'Albania, di cui nessuno sa nulla, per depistare l'informazione e l'opinione pubblica. E riescono ad ingannare gli Stati Uniti così bene che alla vigilia delle elezioni il presidente ha 12 punti di vantaggio. Si capisce bene il titolo: Dimena il cane.

Quando ho visto per la prima volta questo film, parecchi anni fa, alla battuta iniziale di De Niro mi sono detto: "Un po' esagerato!...". Ora mi sembra veramente profetico e aderente alla realtà. La vicenda che ha riguardato il direttore di Avvenire Dino Boffo costituisce un saggio esemplare di un certo modo di utilizzare i mass media, che non corrisponde alla loro funzione originaria,quella per cui sono nati, quella per cui dovrebbero esistere: consentire che si conoscano le notizie, che si conosca la realtà.

C'è stata un'evoluzione: i media, in origine, erano appunto mezzi, come dice la parola. Più precisamente erano mezzi di informazione di massa, ossia strumenti attraverso i quali alcune informazioni sarebbero potute arrivare a masse di utenti, anche lontane dal luogo in cui si fosse verificato l'evento. La loro forza consisteva e coincideva con la loro stessa funzione: persone molto distanti avevano la possibilità di sapere che era avvenuto un certo fatto in un certo luogo in modo quasi istantaneo, o comunque molto rapido. Era sottinteso che ciò che era trasmesso rappresentasse fedelmente quanto era effettivamente accaduto,
cioè corrispondesse alla realtà, in altre parole - secondo la definizione di S. Tommaso d'Aquino per cui "la verità è la corrispondenza tra la realtà e ciò che è conosciuto" - fosse vero.

Ora questo dato è sentito ancora come un presupposto sottinteso solo dal fruitore dei media, ma non è detto che sia così per chi dà o controlla le informazioni...

Vediamo i passaggi nodali. Ci si è presto resi conto del grande potere di condizionamento delle informazioni date. Valga per tutti un altro esempio: la descrizione alla radio dello sbarco degli alieni sulla terra fatta da Orson Wells: un ente immateriale - la trasmissione di una voce - produce effetti fortissimi sulle persone, soprattutto effetti "reali", a seguito di qualcosa, cioè di un'informazione, che è sentita come altrettanto "reale", indipendentemente dalla circostanza che, in effetti, lo sia.

Secondo passaggio: dare informazioni, o comunque trasmettere messaggi, è presto divenuto un oggetto commerciale: si danno informazioni, ma è più corretto dire che si vendono informazioni, che si vende la comunicazione. Così ci si è accorti che l'utente dei "media" fruisce più volentieri di alcuni messaggi rispetto ad altri: per sfruttare questo elemento psicologico e culturale si sono creati e affinati i sistemi di rilevamento dell'audience, così da capire le preferenze degli utenti e offrire loro, e a loro insaputa, proprio ciò che hanno dimostrato di voler ascoltare e così guadagnare di più mediante la pubblicità.

Terzo passaggio: le informazioni, indipendentemente dalla loro effettiva verità, muovono le convinzioni delle persone; questo dato non è ignorato dai professionisti della comunicazione. Ad esempio: rivelare che il partito A è in vantaggio rispetto al partito B nei sondaggi in vista delle elezioni produce l'effetto di aumentare i consensi al partito A. Da qui il passo a decidere di dirlo - indipendentemente dal fatto che sia vero - al solo scopo di accrescere i consensi al partito A è veramente breve... dipende solo da una scelta di chi detiene i mezzi di informazione, che può decidere secondo i parametri che vuole: la convenienza politica, il calcolo economico, le preferenze personali... l'aderenza alla realtà: anche quest'ultimo è un parametro... ma insieme a molti altri...

Il quarto passaggio sfrutta la scarsa accessibilità di talune informazioni e la pigrizia degli utenti nel cercarle: su certi temi si può affermare di tutto e la notizia comunque "passa", in quanto il "forse l'ha fatto" è memorizzato psicologicamente in modo molto vicino al "l'ha fatto". La distinzione è sottile: il vero si confonde col verosimile, il reale con il racconto, il visto con il sentito... e l'invenzione può farsi notizia.

A questo punto i mezzi di comunicazione si trasformano in vere e proprie armi: se sono utilizzate con spregiudicatezza possono raggiungere risultati neppure immaginabili. Le informazioni, comunque prodotte e diffuse, entrano sempre più rapidamente nelle case, ma soprattutto nei pensieri delle persone, orientano le nostre scelte, il nostro agire e il nostro giudicare. Il rischio è di giudicare sul reale, muovendo da dati di partenza che reali non sono, perché non sono veri. Più aumenta il peso dei mezzi di informazione più è necessario che il loro operato sia regolato da un'etica, anche se questo è un tempo che rifugge a tutto quello che è regola, in nome di una malintesa idea di libertà. In realtà - è uno slogan, ma forse è utile - non può esserci libertà senza verità; e la verità chiede un'etica che renda più affidabile le informazioni da cui ogni giorno siamo inondati.

Come possiamo essere liberi se siamo "dimenati" dai media?Dunque: come ci possiamo difendere? Controllando le notizie? No, è troppo oneroso. Senza dubbio il "tasto" più sensibile all'interno di un mezzo di comunicazione è quello economico: tutto dipende da questa leva. Bisogna non guardare la televisione o non comprare quel giornale che si comporta in modo menzognero. E in ogni caso nel dare credito ai mezzi di comunicazione è necessario usare prudenza, molta prudenza. Non è per niente facile. E nella misura in cui facciamo questo ci scopriamo più soli. È il grande paradosso del mondo della comunicazione: dovrebbe unire persone lontane, farci sentire più vicini e, invece, accresce il senso della solitudine. La prudenza che a volte diventa diffidenza può produrre un certo smarrimento, ma è il prezzo della verità, e quindi della libertà; e il rischio ormai è chiaro: dimena il cane...

Don Guido Gallese


 



 


 

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