Sale e Luce: alla ricerca della Verità; solo Lei ci rende Liberi e Felici
saleluce@centrosanmatteo.org
Se vuoi diffondi questo scritto presso i tuoi amici, sul posto di lavoro, a scuola, all’università, in parrocchia, come SERVIZIO e spunto di DIALOGO, non di SCONTRO
L’Amore
è la cosa più bella del mondo!
Dalla Radio,
dal Secolo XIX , dal TG3 Liguria ho appreso che, nella Sala dei
Chierici nella Biblioteca “Berio”, collocata ormai
da qualche anno nei locali dell’ex Seminario, si è
svolta o si sta svolgendo una mostra dei vincitori di un concorso
artistico, riguardante la grafica delle scatole dei preservativi.
In concomitanza con l’evento avrà luogo una
distribuzione gratuita di “condom” e la
possibilità di consulenze psico-ginecologiche.
La notizia oltre a farmi sorridere, mi offre la possibilità
di fare una riflessione importante, a partire da un argomento assai
poco indagato, come quello dell’uso del preservativo e della
contraccezione in genere. Molti educatori ed anche sacerdoti affrontano
mal volentieri la questione; se ne parla poco davvero.
Mettendo insieme un pò d’esperienza con i giovani,
qualche anno di confessionale e la conoscenza abbastanza approfondita
di alcune anime che stanno facendo un cammino spirituale serio, mi
sento di affrontare l’argomento, partendo
dall’esperienza di felicità collegata
all’amore fra un uomo e una donna. Le motivazioni
filosofiche, antropologiche e teologiche le lascio ad altri contesti.
Poche settimane fa una giovane di circa 25 anni, mi confidò
che abitualmente da alcuni anni, faceva l’amore con il suo
fidanzato, utilizzando il preservativo. Aveva dovuto ammettere da un
pò di tempo, a sé stessa di provare
però un certo disagio collegata ad una sensazione di noia.
Si accorgeva che non appena s’incontrava con lui, non
riuscivano più a scambiarsi delle affettuosità
“normali” ma subito pensavano all’atto
coniugale, attirati dal grande piacere fisico ad esso collegato.
Mi ha confidato che l’attrazione era così forte
che quando uno dei due non era pronto, non si sentiva, non desiderava
avere “rapporti”, per i motivi più vari,
con grande fatica l’altro era disposto a rinunciare, creando
incomprensioni e in ultima analisi un certo allontanamento.
La ricerca del piacere rischiava di diventare prevalente rispetto al
dono, un certo egoismo strisciante stava prendendo il sopravvento nel
loro rapporto dall’interno, avvelenandolo.
Risposi che la sua esperienza di tristezza era condivisa da molti
giovani, non era sola a pensarla così.
La giovane mi chiese se questo ragionamento era valido sia prima che
dopo il matrimonio. Risposi di sì. Esiste una
castità anche dopo il matrimonio, aperta alla vita
rispettosa dei ritmi di fertilità della coppia scritti da
Dio nella natura.
La castità accende il desiderio dell’altro,
valorizza tutti i linguaggi dell’anima, educa alla donazione,
rinforza i matrimoni, genera fidanzamenti, spinge al matrimonio.
Siamo vittime su questi temi, di un grande inganno che sta rovinando la
realtà più importante della vita, cioè
l’amore.
“Il Maligno è attivo”, mi diceva pochi
giorni fa un vescovo emerito di Genova, l’azione del Maligno
è finalizzata a dividere, lo sappiamo bene: le coppie, la
società, l’uomo da Dio.
Essere casti, vivere questo grande sì all’amore,
è impegnativo, ma non impossibile.
Chi crede, sa che la Grazia di Dio vissuta nella Preghiera,
nell’Adorazione Eucaristica e nella Confessione frequente, ci
permette di cambiare stile di vita, d’interrompere
comportamenti che ci fanno del male. “Tutto possiamo in Colui
che ci dà forza”.
Lasciamoci illuminare e scaldare dalla splendida Verità,
dalla bellezza dell’Amore e dalla Gioia.
Preghiamo soprattutto per tutti coloro che insegnano false
verità, talvolta senza rendersene conto, raggirati ed
ingannati dal Maligno… che nel Deserto Quaresimale non
mancherà di venirci a trovare, come ha fatto con
Gesù.
Mi fermo qui, anche se su questi temi le bugie e i falsi silenzi da
denunciare, sarebbero molti altri.
Molti sorrideranno dopo queste righe: i soliti preti! Non sanno parlare
di altro che di sesso, mai di pace e di giustizia sociale! Ma
l’attuale sfacelo del rapporto uomo-donna è sotto
gli occhi di tutti. E solo uomini e donne nuovi possono costruire un
mondo nuovo, di giustizia e di pace.
Don Nicolò Anselmi
don.nico@libero.it
NO
ALLA VIOLENZA
Erano
circa le 19.30; mi trovavo in piazza De Ferrari, in cima a vico San
Matteo, nei pressi dell'edicola. Faceva caldo ed avevo la giacca a
vento sbottonata, anche per la fatica della salita; mi si è
avvicinata una persona distinta, in giacca e cravatta, sulla
cinquantina, con una borsa di pelle chiara nella mano sinistra e un
giornale, probabilmente acquistato da poco, in quella destra. Avendo
riconosciuto che ero un prete, senza fermarsi, semplicemente ruotando
la testa per guardarmi in faccia, mi ha detto: “ma quando
è che la smettete di romperci i c.......i e di ficcare il
naso nella politica”. Non sono riuscito a dire nulla...mi
sono sentito aggredito.
Ho sempre pensato che la nostra società dei rapporti deboli,
frettolosi e frammentati fosse la società della solitudine;
di questi tempi mi sto convincendo che l'assenza di relazioni vere e
profonde genera non solo solitudine ma anche violenza. L'altro che non
conosco, che non frequento, con cui non parlo facilmente diventa una
minaccia, un rivale, il responsabile delle mie insicurezze, dei miei
fallimenti, delle mie paure, delle mie sofferenze.
Mi sembra che questo valga a tutti i livelli, sia nei rapporti fra
persone, sia nei rapporti fra gruppi; dal bullismo scolastico alle
violenze sessuali, dalle risse fuori e dentro gli stadi al mobbing sul
posto di lavoro. Nemmeno le aule del parlamento ne sono esenti e
ultimamente, l'ultima sfida dai toni violenti sembra essere quella fra
Chiesa e Società. I giornali e le televisioni sembrano
essere gli organizzatori di questa battaglia che tiene banco,
interessa, genera audience e quindi denaro.
In un mondo che non comunica più in modo profondo i
“media” acquisiscono un ruolo importante; sono loro
i mediatori della verità, sono loro che comunque nutrono la
nostra fame di relazione, con cibo sano o velenoso. Se domani fosse
trasmessa la notizia di un terremoto in Honduras con relativa raccolta
di fondi chi di noi potrebbe verificarne la verità? Non
voglio generalizzare ma spesso leggo nelle pagine dei quotidiani tanta
ideologia, tante mezze verità, tanta istigazione al
contrasto, alla tensione, al litigio anche violento anzichè
passione per la verità, per l'uomo, per il lettore.
Non ci resta che superare i “media” e riscoprire
nuove forme di comunicazione, riscoprire l'incontro, il vivere insieme
per parlare, per capire, per donare, per amare.
Gesù non ha fondato scuole nè ospedali, non ha
avviato mense nè progettato acquedotti: ha avuto degli
incontri, ha visitato delle case ed ha costituito una
comunità, la Chiesa. A questa comunità ha donato
uno scopo “perchè abbiano la vita e la mia gioia
sia in loro”, ha affidato un compito, quello di diffondersi,
ha dato un modello, se stesso crocifisso che dona la sua vita, ha
fornito degli strumenti per durare nel tempo, la sua Parola e i
Sacramenti.
Pregare è comunicare; non c'è bisogno di media,
basta solo un pò di volontà.
Don Nicolò
don.nico@libero.it
QUARESIMA: MA IL CIBO E´ VERA PENITENZA?
Inizia Febbraio il cammino di Quaresima. Periodo di riscoperta della Fede.
Ci torneremo sopra. Molti hanno la tradizione di rimarcare nel cibo un segno di preparazione. Del resto il MERCOLEDÌ DELLE CENERI e il giorno del VENERDÌ SANTO sono giorni di digiuno, e i venerdì di quaresima NON SI MANGIA CARNE.
Ma ha senso ancora oggi affidarsi a queste usanze? E’ possibile esprimere la propria fede attraverso gli alimenti? Gesù ancora una volta è stato esplicito: non è ciò che entra nella tua bocca che è il problema, ma ciò che esce dal tuo cuore. Chiarissimo! E tuttavia ha voluto essere presente in mezzo a noi in due cibi: il PANE & il VINO. E’ la potenza del simbolo, del segno. La nostra vita è legata al cibo, senza del quale noi moriamo.
Per questo se la nostra fede è ben oltre il cibo stesso, esso spesso assume a valore simbolico molto preciso.
Le norme e le prescrizioni dell’antico Testamento, cosiccome del resto in quasi tutte le Religioni di ogni era e ogni latitudine, erano sempre a favore dell’uomo stesso. Consigli per una vita sana, libera, dove è l’uomo a condurre la danza e non si lascia condurre dal cibo. Gesù ci libera definitivamente dalle norme oggettive sul cibo per indicarci una via più alta, quella dello Spirito e della Fede, che è poi la via dell’Amore. E’ lì l’inghippo. Non deve essere il cibo a condurre l’uomo ma l’uomo il cibo. E’ così che allora anche gli impegni circa il cibo diventano segno del prevalere dello spirituale che, appunto, non si distacca affatto dal “carnale”-“materiale” ma anzi lo supporta, lo completa e senza di esso
rimarrebbe dis-umano.
Nel 2007, da insegnante, devo constatare quanto frequente e devastante sia il fenomeno dell’anoressia e della bulimia. Nel cibo si concentra tutto il disagio interiore di tanti giovani in prevalenza ragazze. Ma l’uso sproporzionato di foglie di coca altamente lavorate, non è segno dello stesso disagio interiore? E l’alcool, nettare degli dei, non è forse usato in maniera sproporzionata per colmare vuoti (depressioni) interiori? Le indicazioni dunque della Quaresima non sono dunque da prendersi in forma farisaica (facile assicurarsi un venerdì infarcito di totani ripieni di verdurine alla moda, fritti di mare, e aragoste pregiate) ma come segni di un cammino spirituale profondo, fatto di Fede, Speranza e Amore, dove nell’incontro con un TU che dona la vita per te, non solo nella morte ma nella resurrezione, l’uomo trova il suo “essere”, la sua verità, chi è davvero. E’ in questa relazione col TU di Gesù, oserei dire col Voi della Trinità, che scopriamo chi siamo. E da questa scoperta, da questo incontro riparte il cammino umano rinnovato che trova col cibo e nel cibo un equilibrio e una gioia profonda. Basti pensare alla scoperta della condivisione, specialmente con chi quel cibo non lo ha; basti pensare alla gioia della festa condivisa che trova espressione nella condivisione di un cibo che renda le persone capaci di relazionarsi intorno alla mensa senza annebbiarsi la coscienza; basti pensare al senso di una attività umana degna e equilibrata che si sostiene grazie al cibo; basti pensare alla stupenda diversità di tante tradizioni, storie e culture umane espresse nel cibo. Ecco allora che le indicazioni sul cibo quaresimale, diventano il giro di chiave per far partire il motore di un cammino di ricerca del Volto dell’Amore, che a Pasqua esploderà in una vita nuova, nella gioia e nella condivisione.
BULLISMO: MA SIAMO SICURI DI ESSERE INNOCENTI NOI ADULTI?
Da un po di tempo si è ripreso a parlare con insistenza locale e nazionale
dei fenomeni del bullismo, ovvero di giovani che in branco si approfittano
di compagni più deboli. L’argomento non è di semplice trattazione e
soprattutto di facile individuazione. Vista l’eco mediatica si tende a
vedere bullismo dappertutto, a confondere incapacità di relazione con
emarginazione, scherzi innocenti con nascenti mostri sanguinolenti. E
tuttavia il problema è innegabile. Nella nostra zona in circonvallazione a
Monte dopo le vacanze di Natale ben due ragazzini sedicenni del nostro
gruppo e altri nella scuola, sono rientrati con occhi pesti per assalti nei
vicoli o per strada. Questo può a volte corrispondere a piccola
delinquenza mentre invece è talvolta opera di insospettabili che operano
con disinvoltura disarmante. Dove nasce il bullismo?
Io ho i miei ricordi da bambino, ragazzo; una infanzia che definisco senza
mezzi termini: serenissima, praticamente felice. Eppure ben ricordo gli
assalti subiti fuori dalla scuola media, la paura di essere seguiti, le
figurine rubate, a volte i soldi, il timore di dirlo a casa. Erano bande
ben precise che non cito per evidenti ragioni di opportunità facendo ancora
oggi il parroco in zona, ma le bande erano chiare. Noi e loro. Tuttavia vi
era una forte solidarietà da parte del tuo gruppo, una certezza di
identità. Tutto finiva lì. Pochi spiccioli presi, figurine e stop. Non cito
nemmeno gli assalti alle ciliegie e agli orti dei “ricchi” che “dovevano”
subire. Lo scherzo, la presa in giro era all’ordine del giorno come in
tutti i paesi di periferia. A volte diventava feroce però. Eravamo capaci
di essere molto cattivi, io per primo. In classe chi non apparteneva a uno
dei sottogruppi era spacciato. Io stesso oggi, da adulto, ricordo cose e mi
vengono i brividi. Ricordi nitidi. E per fortuna ero tra i più “sfigati”
della compagnia, tanto che solo la mia capacità nel fare i compiti (e di
aiutare) mi salvava. Questo mi impediva di calcare la mano o di usarla
essendo in genere più debole. Questo rafforzò la mia amicizia (alleanza)
con il mio gruppo che mi difendeva a spada tratta. Ma senza la famiglia,
senza il riferimento alla Chiesa, con una taglia in più, sarei finito
anch’io col combinare qualcosa. E ripeto, a ripensarci e a vedere i
risultati, non è detto che la mia parte, piccola o non piccola l’abbia
comunque fatta.
Alle superiori il mio povero fisico mi rese preda appetibile di tutti gli
energumeni di quinta che fecero del povero primino un sol boccone. Ma era
una cosa accettata. A denti stretti ma accettata. Ne ero “partecipe”
anch’io come vittima, come parte del sistema. Venivo da un paese, ne avevo
visto di peggio. Eppure tutti accettavano lo scherzo alla matricola, pure i
professori. Quando fui in quarta un paio di mani sui fianchi e le maniche
tirate sù misero definitivamente in fuga qualcuno di quinta liceo che
scambiava la statura con la classe di appartenenza. In quinta mi rifiutai
di applicare insieme ai miei compagni cose che oramai ritenevo soprusi.
Oggi io non accetterei più che in una mia classe ci si comportasse così e
per fortuna non accade, almeno al Da Vinci. Eppure anche in quegli anni
all’interno della classe quante sono state le relazioni approssimative, i
“tagli” che il gruppo classe principale dava a chi era indietro o troppo
avanti. Quante volte di nuovo col mio silenzio ho contribuito a non creare
legami che dessero vita. E quanto oggi aiuto i miei studenti a discernere
la sottile linea che separa lo scherzo, la battuta dal sopruso e dalla
molestia? Questi miei ricordi si sono poi all’improvviso legati l’altra
sera a una brutta sensazione televisiva. Erano le 21 e 15; stranamente ero
a casa e cenando, finito il TG classico, ho girato facendo del banale
zapping. Esercizio che odio intellettualmente ma che farei meglio talvolta
a fare per rendermi conto della realtà. Mi appare una coppia che balla in
uno studio televisivo. Lei la classica super bionda platinata, altissima;
lui un ometto simil-me, devo dire un po peggiore nell’aspetto e
nell’espressione, basso, con una pancia che non finiva più, a torso nudo, a
lei avvinghiato. I due ballavano nello studio, col presentatore televisivo
che li derideva, li scherzava, e incitava il pubblico a dileggiare “la
bella e la bestia”. E il pubblico giù a ridere, applaudire sganasciarsi,
dietro questo pover’uomo semi-nudo (immagine raccapricciante davvero)
finchè il presentatore non lo ha spedito dietro le quinte. “Ecco”, mi sono
chiesto, “poi se in una classe succede altrettanto chiamano i carabinieri,
portano i ragazzi in questura e via di seguito. Questi invece son pagati
fior di quattrini per insegnare a prendere in giro i più sfortunati. “
L’autore televisivo mi darà sicuramente del clerico-fascista, che non
capisco il valore intrinseco artistico e di auto-denuncia del programma;
citerà qualche socio-psico-teologo che dirà quanto sia il valore morale
della trasmissione. Io non so se sono fascista o stalinista ma la
trasmissione l’avrei fatta chiudere subito e mandato a zappare gli autori.
Ai voglia a dire ai giovani di non guardare certa TV, ma cosa capiscono
poi? Non ne escono confusi? Non capiranno che prendere per i fondelli uno
più sfortunato è poi normale, anzi fa trend? Se l’andazzo è questo, e chi
dice il contrario è accusato di essere bigotto, cosa ne possono loro? E’
colpa nostra che votiamo, che siamo nelle istituzioni, che non gli diciamo
abbastanza di girare canale, e nel frattempo non ci impegniamo a spegnerne
qualcuno. Ci lamentiamo del bullismo ma a che cosa li educhiamo in realtà?
Siamo ipocriti verso questi ragazzi. Non riusciamo più a mettergli dei
paletti perché non li vogliamo noi i paletti. Con la scusa della libertà
ogni cosa è opinabile. Manca poco a sostenere che i ragazzi che hanno
pestato un down, sono liberi di farlo, se lo pensano. Guai a ledere la
libertà dell’individuo!! I bulli ce li creiamo noi adulti quando non
mettiamo dei paletti a noi stessi. Quando ci sentiamo degli sfigati se non
abbiamo il macchinone, il conto super, o il mega master di laurea, o il
vestito all’ultimo grido; quando ci insultiamo per un semaforo, per un
posteggio, per mezzo metro di condominio. Quando non aspettiamo altro che
uno cada per dargli addosso col nostro dito puntato e il sorriso
soddisfatto di chi pensa “è caduto anche lui!”.
I nostri ragazzi “bulletti” dunque sono nostri figli, non disconosciamoli.
Sappiamo discernere quando siamo davanti a casi di psichiatria celata,
oppure a casi di infantilismo e superficialità, oppure davanti a situazioni
estreme di povertà e inadeguatezza, oppure di fronte alle ansie e paure di
genitori e educatori. Non facciamo di ogni erba un fascio ma rimaniamo
vigilanti e perseveranti, perché nel costruire relazioni i primi carenti, i
primi emarginanti, i primi violenti siamo proprio noi adulti, da quando
permettiamo senza batter ciglio che vengano propinati prodotti televisivi
di orrenda qualità, a quando ci esibiamo tristi e violenti, incapaci di
dominare le nostre rabbie e solitudini che si abbattono su chi riteniamo
per un qualche motivo più debole; a quando carichiamo, sempre più, i nostri
personali problemi sulle spalle dei figli.
Scusateci ragazzi, per la nostra superficialità, indifferenza e passività.
Avete ragione voi nel darci speranza e richiamarci a relazioni vere e
chiare, buone e generose, belle e profonde, gioiose e piene di stima. Dove
i deboli sono tutelati e i forti aiutati a essere solidali. Dove i primi
siano ultimi e gli ultimi primi. Vi chiedo di non usarci come scusa “lo
fanno gli adulti, lo dicono in TV”, ma di accettare che vi vengano posti
dei limiti, dei paletti oltre i quali non si può andare e chi ci và ne
paghi le conseguenze; vi chiedo di essere migliori di noi; svergognateci
così, l’unico atto di “bullismo” concesso.
Don Francesco Fully Doragrossa
fully9@tin.it
LE ELEZIONI NON HANNO SENSO
“Le elezioni non hanno senso”. Non sempre è facile resistere alla tentazione di una frase paradossale per attirare l’attenzione di chi legge, tuttavia il paradosso in questione potrebbe rivelarsi, alla fine di questo scritto, non così assurdo. Innanzitutto mi difendo rivelando che essa trova origine in un’affermazione di Max Weber (che a sua volta citava Tolstoj) e che era riferita alla scienza: “Essa è priva di senso perché non dà alcuna risposta alla sola domanda importante per noi: che cosa dobbiamo fare? Come dobbiamo vivere?” Un grande scienziato sociale Max Weber riteneva dunque la scienza senza senso? Egli attribuiva al metodo scientifico un grande valore ma riconosceva che esso non darebbe risposta alle domande fondamentali nella vita di un uomo, precisamente non darebbe risposta sui valori ultimi, quelli appunto, capaci di dare senso alla vita. Inutile dunque aspettarsi dalla scienza una risposta ale grandi questioni dell’esistenza umana.
Se così possiamo dire delle scienze naturali e di quelle sociali (la sociologia, il diritto, l’economia…) non è forse possibile fare un discorso simile a proposito delle regole democratiche, della democrazia intesa come insieme di regole e procedure? I meccanismi che permettono a un popolo di esprimere il proprio consenso e la propria partecipazione alla vita pubblica sono importanti e possono essere più o meno efficaci, ma non servono a costituire questo consenso, non servono a spiegare i valori che stanno all’origine: in poche parole non possono giudicare il bene e il male o dare identità a un popolo. Può sembrare poco più di un gioco di parole, un enigma per chi ha tempo da perdere ma le implicazioni pratiche sono fondamentali. Innanzitutto se fosse vero che la democrazia, o meglio le sue regole, fossero di per sé stesse un valore ci ritroveremmo a dire che la struttura politica (lo stato, il comune, la regione…) siano il luogo dove i valori in qualche modo si creano, se definiscono. Thomas Mann nelle sue “Considerazioni di un impolitico” ha parole dure in questo senso: “…Io non ritengo che lo Stato debba essere venerato come una divinità in terra, non lo considero scopo a sé stesso; per me è un fatto più tecnico che che spirituale[…]. Secondo me i più importanti campi dello spirito umano, religione, filosofia, arte, poesia, scienza, sussistono accanto allo Stato, al di sopra e al di fuori dello Stato.”. Solo le persone, con la loro intelligenza, la loro coscienza e la loro responsabilità, attraverso il reciproco confronto e attraverso le loro relazioni possono riconoscere e difendere i valori umani su cui la stessa convivenza e la stessa democrazia si fonda. Lo stato, fosse pure lo stato democratico è uno strumento (sempre inadeguato come tutti gli strumenti umani).
In secondo luogo, nell’ipotesi di un valore autonomo delle regole democratiche, la maggioranza del corpo elettorale (di chi ha diritto di voto o effettivamente lo può esercitare) diventerebbe creatore del senso della propria esistenza e di quella di chi votare non può o è in disaccordo. Non esisterebbe in pratica un patrimonio di valori al di fuori di quello che viene espresso attraverso le regole democratiche. Come deprecare allora i rischi della “democrazia dei sondaggi”, della tentazione cioè della classe politica di adeguare la propria agenda e le proprie posizioni alle opinioni dei potenziali elettori.
Ho lasciato per ultimo l’esempio più lampante: se una democrazia votasse delle leggi razziali, o esprimesse democraticamente un rappresentante sanguinario, il procedimento elettorale, pur formalmente corretto, sarebbe sensato per sé stesso? Sarebbe cioè in armonia con il senso della vita, il diritto all’esistenza e alla dignità di ogni essere umano? In base a cosa si potrebbe poi giudicare negativo tutto questo?
Dovremmo alla fine riconoscere che la democrazia come procedura, e quindi gli strumenti elettorali stessi, non hanno senso, o meglio, spiegando il paradosso, non possiedono in sé il senso dell’esistenza.
Non basta insomma una tessera elettorale timbrata a certificare il nostro impegno a favore del nostro Paese, a favore dell’uomo. Il confronto, la riflessione, la ricerca del senso vero, condiviso della nostra esistenza sotto gli aspetti più differenti, da quelli religiosi a quelli etici è essenziale al futuro di un popolo. Utilizzare le regole elettorali come una rassicurante coperta di Linus per sentirci a posto, delegare alla sola dimensione politica (che peraltro spesso abdica a questo peso attraverso la valvola di sicurezza della libertà di coscienza) il dibattito su questioni fondamentali sarebbe miope. In tal caso la direzione scelta sarebbe pressoché casuale, come direbbe Kierkegaard: “La nave è in mano al cuoco di bordo e il megafono non ripete più la rotta, ma cosa si mangerà domani”.
Sono le persone attraverso famiglie, le associazioni, le comunità di qualsiasi natura l’anima della ricerca del senso di parole come Giustizia, Verità, rispetto della Vita. In tempi in cui si parla di esportare la democrazia sarebbe imperdonabile dunque pensare che questo significhi semplicemente esportare un sistema elettorale e non piuttosto stimolare il dibattito, il confronto e lo studio su quel patrimonio ideale senza il quale nessuna convivenza umana basata sul rispetto di tutti è possibile.
Matteo Gillerio
La Shoah
Come tutti i professori di Religione che si rispettino sono uno fra i più
ricercati cui gli studenti chiedono l’accompagnamento alla gita scolastica.
Poiché credo fortemente al valore di crescita di questi momenti non manco
mai di mettere nelle mete, nell’arco del triennio un pellegrinaggio ai
campi di sterminio. Con le classi abbiamo visitato Auschwitz, Dachau,
Mauthausen. Ogni volta, pur vivendo nel nostro mondo così distratto,
superficiale, spesso violento, gli alunni rimangono colpiti nel profondo a
scoprire gli orrori della seconda guerra mondiale, lo sterminio pianificato
delle minoranze, la vita orrenda dei campi di sterminio.
Davanti alle immagini, ai filmati, ai racconti, alle letture si crea
durante la visita e sul pulman un silenzio per così dire “sacro”. Questo al
di là di ogni livello religioso o ideologico. Anche i restii, anche gli
incalliti fautori della gita “A Barcellona o Amsterdam” (sesso o droga) si
tacitano, a volte compare anche il magone. Non sono in grado di dire quanto
poi questo incida sulla formazione umana o culturale degli alunni. Il resto
della gita sono certamente allegri anche se è vero che non accadono mai
eccessi da Catalogna. Riusciranno a cogliere l’applicazione alla loro
realtà di ciò che gli abbiamo fatto vedere? Nel 2007 non ne sono così
irrimediabilmente lontani?
La lezione che deriva dall’olocausto è così intensa, ma oramai così fievole
che spesso si cade nella retorica e si rischia di perderne il senso.
Travolti dalle polemiche , dai revisionismi striscianti o provocatori, si
rischia di buttarla sui numeri, sull’horror, sul sangue, sul trucido. Del
resto siamo nel mondo in cui tutto fa spettacolo. Si rischia sempre di
colpire solamente attraverso l’emozione, di sicuro importante, ma non
bastevole per trarre lezione di vita.
Lezione che invece è sempre tremendamente attuale.
Due cose mi hanno sempre impressionato nelle letture e nei viaggi sul
tema. L’incredibile passività delle persone attorno ai campi di sterminio e
la totale disumanizazzione cui erano sottoposti gli internati.
La prima ci dovrebbe far pensare molto alla “normalizzazione” strisciante
che la società impone a chi non sa o non vuole pensare con la propria
testa. In fin dei conti tutto appare normale. Sterilizzare chi ha
problemi, deportare le minoranze, gasare donne e bambini; a un certo punto
tutto diventa normale. Avere un campo di concentramento a due passi da casa
non sconvolge, basta che non ti tocchi in prima persona. Un tema più che
attuale oggi dove la diversità rimane il pericolo numero uno e dove tante
nuove forma di indifferenza si diffondono e ci avvolgono il cuore senza che
noi ce ne accorgiamo. Quante sofferenze riteniamo assolutamente “normali”,
ma il Signore cosa avrebbe da dire a quei vignaioli che maltrattano la sua
vigna?
La seconda ci fa riflettere su quanto debole sia la nostra identità e
quanto sia facile aderire a un modo di fare che pieghi l’altro ai miei
bisogni, distruggendolo nello spirito, in una sorta di catena dove il più
forte mangia il più debole, dove si vive accanto all’orrore senza sapere
più dove si trova la verità, o qualsiasi appiglio di umanità o anche il più
piccolo limite al possibile. I nostri “così fan tutti” “così và il mondo”
sono rese della nostra persona alla cultura della violenza, della guerra,
della sopraffazione.
Il mondo può andare così ma può anche andare diversamente. Il grido che si
alza dai campi di sterminio, di concentramento, di prigionia ci dice che il
mondo deve andare diversamente e per questo deve ricordare le strade
sbagliate, capirne le motivazioni e stroncarle sul nascere anzitutto nel
nostro cuore, nella nostra coscienza, nei nostri ideali.
Per questo i giovani devono conoscere, non solo per emozionarsi ma
soprattutto per capire, studiare, e sognare un mondo nuovo. Per capire che
il lager è dentro di noi, in agguato, pronto a saltar fuori come prima e
peggio di prima. E del resto basta aprire gli occhi per trovarne anche
intorno a noi, oggi, tra guerre, povertà, distruzioni. Le stesse logiche
indifferenti e disumanizzanti.
Solo una vita nuova può aprirci una strada nuova. Chi ha fede mi capisce
ma credo che anche chi non crede può capire e condividere pienamente.
Don Francesco Fully Doragrossa
Riflessioni a cavallo fra 2006 e 2007 (parte 2)
A cavallo fra i due anni, sono rimasto colpito da alcune dichiarazioni
rilasciate agli organi di informazione da personalità pubbliche a
proposito dell'esecuzione capitale di Saddam Hussein. Nei talk show ed ai
telegiornali alcuni personaggi hanno affermato di essere cattolici ed
insieme di essere favorevoli alla pena di morte, anche nel caso citato del
dittatore irakeno, in cui la persona sia già in carcere in stato di non
nuocere. Questa affermazione è in chiaro contrasto con l'insegnamento del
Magistero della Chiesa Cattolica. Lo stesso discorso deve valere per la
libertà religiosa, per l'aborto, per la sperimentazione omicida sugli
embrioni e per tante altre situazioni. Gesù, con la parabola del buon grano
e della zizzania ci ha invitato alla pazienza ed alla misericordia, ma mi
chiedo se è giusto che chiunque possa fare affermazioni di tolleranza verso
l'aborto o la pena di morte ed insieme dica di essere cattolico. Il
Concilio Vaticano II è chiaro: sono pienamente, e questo avverbio è
importante, incorporati alla Chiesa Cattolica coloro che ne condividono la
Fede, i Sacramenti, la sua organizzazione visibile e la comunione nella
carità e nell'amore (Lumen Gentium 14b).
Il Concilio e la Chiesa hanno un cuore grande come il cuore di Gesù: Dio
ama tutti, non c'è alcun dubbio, e tutti possono salvarsi, anche i non
credenti che cercano Dio con cuore sincero. Il Padre desidera che tutti i
suoi figli siano felici e salvi! Mi sento di dire che tutti gli uomini, in
un certo senso, appartengono, in modo differente alla famiglia di Dio; ma
se vuoi, solo se vuoi, appartenere in pienezza alla Chiesa Cattolica, la
strada è quella indicata dal Papa e dai Vescovi successori degli Apostoli,
ai quali Gesù ha affidato la continuazione della sua missione. Anche il
grande Francesco di Assisi e Caterina da Siena lo avevano capito, che pure
hanno dovuto faticare non poco. La docilità alla Chiesa è libertà e pace.
Per amore di chiarezza, e oggi ne abbiamo un grande bisogno, mi chiedo se è
giusto definirsi pubblicamente cattolici e non partecipare alla S.Messa o
rifiutare il Sacramento della Riconciliazione, criticare in modo
sistematico l'insegnamento dei Vescovi in materia di Fede e di Morale. Non
so di chi sia la paternità del celebre slogan “ama e dillo con la vita”; mi
verrebbe da parafrasarlo cosi “se vuoi essere cattolico dillo non solo a
parole ma anche con la vita”. Una mia alunna una volta mi disse, con la
consueta foga adolescenziale, che, può sembrare brutto dirlo, è necessario
affermare che certe persone sono battezzate, ma non sono cattoliche.
Il 2007 ci attende con grandi interrogativi etici a cui rispondere:
eutanasia, pacs, guerra, libertà religiosa, lotta alla povertà. Ritengo
che, per evitare pericolose confusioni, in molti casi sia doveroso non
sbandierare l'aggettivo cattolico prima di aver pregato, digiunato,
studiato e meditato lungamente e con umile attenzione i testi del
magistero, da soli, con dei maestri e insieme ad altri fartelli nella luce
dello Spirito Santo. Molti problemi etici inoltre vanno affrontati con la
forza della ragione, senza tirare in ballo Gesù; Fede e Ragione non possono
essere in contraddizione, ormai dovremmo averlo imparato, perchè hanno in
Dio la medesima origine.
Concludo con un grande abbraccio di buon anno a tutti, in particolare ai
fratelli e le sorelle che hanno inclinazioni omosessuali: io fra di voi ho
dei cari amici, persone molto vicine a cui voglio davvero bene e rimango
sempre profondamente ferito quando qualcuno li strumentalizza e tenta di
creare sospetto e divisione; Dio vi ama e ha dato se stesso per tutti noi,
ed anche la Comunità Cristiana di cui voi, se lo desiderate, fate parte, vi
ama; i nostri governanti hanno scherzato inserendovi a Natale fra le
statuette del presepe, ma voi c'eravate già! Unitevi alle persone che vanno
alla Grotta, ai Magi ed ai Pastori, incontratevi con Gesù nella Preghiera,
nell'Adorazione Eucaristica, nei Sacramenti; non stancatevi di cercare la
felicità; come Benedetto XVI ha detto ai giovani presenti a Colonia, essa
ha un nome: Gesù di Nazaret! Lui solo è la nostra gioia. Non vi toglierà
nulla, vi darà tutto. Buon 2007
Don Nicolò Anselmi
don.nico@libero.it
Riflessioni a cavallo fra 2006 e 2007 (parte 1)
Nel mio cuore la gioia natalizia e degli primi giorni del 2007 è stata
profondamente attutita dalla morte del nostro fratello Piergiorgio Welby e
dall'esecuzione capitale del nostro fratello Saddam Hussein; con questo non
voglio dimenticare, come ci ha ricordato il Santo Padre nell'Angelus di
Natale, le diecine di migliaia di vittime del Darfur o delle guerre civili
del Medio Oriente, ma certamente i due fatti che ho citato mi hanno
coinvolto tantissimo e come me, credo, molte altre persone.
Sono stato colpito in particolare dal dibattito sulla coscienza e la
libertà che si è scatenato dopo i funerali laici e non religiosi di
Piergiorgio Welby. I giornali di tutto il mondo hanno spiegato che vengono
celebrati i funerali delle persone che si tolgono la vita perchè si presume
che, a motivo della sofferenza che stanno vivendo, non abbiano la piena
avvertenza della gravità del gesto che stanno compiendo e per quanto
riguarda il signor Welby invece, avendo egli chiesto più volte la morte, si
è pensato che egli invece fosse perfettamente cosciente e libero e pertanto
avesse compiuto un atto lucidamente opposto alla volontà di Dio. Un mio
amico psichiatra non è d'accordo: chi cerca la morte non è mai lucido, è
depresso, sta delirando, perchè l'uomo desidera vivere, non morire.
Non entro nel merito della discussione sul caso concreto, forse troppo
complesso per le mie conoscenze; mi sono invece soffermato a pensare sul
concetto di piena avvertenza collegato a quello di libertà.. Mi sono
chiesto che piena avvertenza abbiamo noi, ho io, del senso profondo della
nostra vita e del significato delle nostre azioni. Sono cosciente di che
cosa voglia dire vita e vita eterna? Da persona credente e da sacerdote mi
sono chiesto che percezione ho del significato della preghiera, della
presenza di Gesù dentro di me. Mi rendo conto di cosa sia davvero
l'Eucarestia? Quando dico che sono Figlio di Dio e che Gesù si è fatto uomo
in realtà che cosa capisco? Qualcosa certamente si, ma forse la minima
parte. San Tommaso d'Aquino dopo un'estasi ha definito “paglia” tutta la
sua teologia in confronto a quel poco che aveva visto! Dio, la vita, l'uomo
sono un mistero, cioè una verità conosciuta ma non completamente
attingibile. Che piena avvertenza abbiamo del senso del tutto?
Quando mi perdo in questi pensieri mi vengono in mente le parole di Gesù
rivolte alla Samaritana: se tu conoscessi il dono di Dio.... ed anche le
ultime parole del Signore, poco prima di morire: Padre, perdonali perchè
non sanno quello che fanno...eppure apparentemente i Romani e i membri del
Sinedrio avevano fatto un processo, avevano preso delle decisioni lucide e
consapevoli. Queste parole di Gesù mi sembrano oggi più attuali che mai,
nella vita dei singoli, dei governi e dei popoli; sembra proprio che
abbiamo perso la testa, che non sappiamo quello che stiamo facendo, che non
riconosciamo il mistero del dono d'amore di Dio, che non abbiamo più la
piena avvertenza del senso della storia.
Il mistero tuttavia, più di ogni altra cosa, ci attrae e chiede di essere
indagato, conosciuto, amato. Da qui nasce la necessità di conoscere, di
studiare e di sperimentare. La vita spirituale alimentata dalla Preghiera,
dalla Parola di Dio, dai Sacramenti, soprattutto dall'Adorazione stupita è
la strada maestra per capire qualcosa sul senso della vita. Recentemente ho
sperimentato che trascorrere una mezz'ora con un malato o un povero o una
persona bisognosa può essere un grande momento di luce per capire il senso
dell'esistenza; sostare con chi ha bisogno è infatti stare con Gesù.; lo ha
detto lui: avevo fame e mi hai dato da mangiare, ero malato e sei venuto a
visitarmi, ero solo e mi hai tenuto compagnia; sofferenza, altrui e
personale, e amore, se vissute con fede sono vere aule universitarie sono
si impara a vivere; per capire è necessario anche studiare.. Non voglio
stancarmi di raccomandare a me stesso e a tutti la Confessione frequente,
anche settimanale, la preghiera costante, l'Eucarestia anche quotidiana, il
tempo speso con i poveri, lo studio del Catechismo e della vita dei Santi.
E sarà un anno diverso. Buon 2007
Tempo
di Natale, tempo di regali, tempo di spese, tempo di soldi...tempo di
dubbi, di scelte, di incertezza. Lo dico con molta libertà
perchè credo che
i soldi siano una componente importante della vita; è fin
troppo evidente
che il denaro appartiene alla categoria degli strumenti necessari per
vivere; sono come un coltello che può essere usato per
tagliare il pane e
dividerlo con il povero oppure per uccidere, possono essere strumenti
d'amore o di odio. Dalle loro testimonianze sappiamo che grandi santi
della
carità come Madre Teresa di Calcutta e don Orione hanno
avuto tra le mani
grandi quantità di denaro. Gesù parla dei soldi
con distacco, libertà e
prudenza. In effetti devo ammettere che fra i tanti strumenti della
vita il
denaro è tra quelli più pericolosi e che
maggiormente mettono in crisi.
Sia quando hai qualche spicciolo in tasca e incontri un povero, sia
quando
si tratta di fare un regalo è facile trovarsi a fare strani
conti,
inquinati da interessi personali e tentazione di ragionamenti molto
molto
umani. Qualche giorno fa mi è stato chiesto un consiglio per
destinare una
grossa somma di denaro a fini benefici. Non è stato semplice
scegliere:
ricordati degli amici, pensa a chi più bisogno, non
esagerare, dai un pò a
tutti...Non vorrei proprio trovarmi nei panni dei Politici, addirittura
amministratori di denaro pubblico, non loro! Quante tentazioni! Quanta
preghiera, quanta vita spirituale, di quanta santità avrebbe
bisogno il
mondo dei “potenti”! Fortunamente molte delle cose
importanti della vita
sono invece gratis! Prima di tutto l’Amore. Un bacio, un
abbraccio, una
parola gentile, un sorriso con costano nulla, ...in termini di denaro.
San
Paolo ai Galati dice che Gesù ci ha salvato gratis! Anche
regalare una
preghiera a chi ne ha bisogno non costa nulla! Chi è capace
può anche
regalare un biglietto, poche parole o una lunga lettera. Un foglio di
carta
e pochi metri d’inchiostro possono segnare la vita di una
persona. Caspita,
dimenticavo che anche il Sacramento del Perdono e addirittura ricevere
l’Eucarestia sono gratis, anche tutti i giorni! Dio ci ama
gratis. Il cielo
stellato, un fiore, un tramonto, una montagna imbiancata e
l’onda che si
infrange sullo scoglio non hanno bisogno di biglietto per essere
contemplati; anche il concerto dei grilli e il canto degli usignoli sono
“free”. Il sole, la terra, l’acqua la
natura sono un grande dono gratuito
che Dio ci ha fatto e che noi spesso accogliamo con indifferenza. Sul
terrazzo di casa, mia mamma si è costruita un piccolo orto:
basta un
piccolo seme e, gratuitamente, nascono pomodori, insalata, zucchini e
peperoni, vere gioie familiari: provare per credere. A tutti un grande
gratuito augurio natalizio.
donNicolò
don.nico@libero.it
VERGINITA' e NATALE
Scrivo con un pò di timore
su argomenti riguardanti la sessualità non perchè
ne abbia paura bensì perchè penso che sarebbe
necessario più tempo e spazio; confido nel fatto che la
coscienza di ognuno sia il luogo più adatto ove trovare
spazio e tempo per l'approfondimento di queste frettolose
considerazioni. L'occasione per riflettere su questo tema mi
è offerto dalla Solennità dell'Immacolata. Ogni
anno, agli inizi di dicembre, in tutte le classi in cui insegno, in
tutte le parrocchie che frequento, nei gruppi, ecclesiali e non, che
incontro, rivolgo ai presenti la medesima domanda: cosa si festeggia
l'8 dicembre? La stragrande maggioranza delle persone che hanno il
coraggio di parlare risponde citando l'incontro fra l'Arcangelo
Gabriele e Maria; molti collegano l'aggettivo Immacolata con l'idea
della verginità di Maria incinta per opera dello Spirito
Santo e non di Giuseppe. Quasi nessuno, direi nessuno, parla
dell'Immacolata Concezione come del giorno in cui Gioachino ed Anna, il
papà e la mamma di Maria, hanno concepito Maria! E' questa
la vera ricorrenza! 9 mesi dopo infatti celebriamo la
Natività di Maria l'8 settembre. L'Annunciazione dell'Angelo
a Maria è invece il 25 marzo ed infatti nove mesi dopo,
tempo canonico per la nascita di un bambino, il 25 dicembre nasce
Gesù.
Per quanto riguarda il concetto di
Immacolata non ha nulla a che vedere con la
Verginità!L'essere Immacolata significa che Maria non ha mai
commesso alcun peccato, ha subito le tentazioni come ogni essere umano
ma non ha mai ceduto ad esse; questo è avvenuto
perchè era Piena di Grazia fin dal suo concepimento, per un
privilegio divino.
A parte queste semplici precisazioni,
vorrei spendere alcune parole sul concetto di verginità e
sulla visione cristiana della sessualità, visto che quando
si parla di Maria Immacolata le domande, a proposito o no, vanno spesso
a finire in questo spazio.
Molti pensano che l'insegnamento della
Chiesa su questo ambito sia ormai anacronistico, figlio di una morale
ormai superata. I tempi cambiano ma il cuore dell'uomo rimane sempre lo
stesso. La proposta della verginità prima del matrimonio
è oggi ancora più che mai valida
perchè è per la felicità della persona
e non per il rispetto di norme morali astratte; oggi molte ragazze e
ragazzi vivono con questa convinzione anche se, giustamente, non lo
urlano agli angoli delle piazze o sui rotocalchi in cerca di gossip.
Chi crede sa che il nostro corpo, la nostra sessualità, il
piacere collegato a certi gesti intimi sono voluti da Dio, è
lui che li ha pensati. Il linguaggio dell'amore raggiunge il suo
vertice e la sua completezza nel dono di tutta la persona, corpo e
spirito. L'Amore è dono e il più grande dono che
una persona possa fare è tutta se stessa. Per questo
è necessario essere saggi e prudenti, agire con
gradualità perchè siamo preziosi e non dobbiamo
donarci con superficialità e facilità; ripeto: la
verginità fino al matrimonio è una proposta di
felicità, non un odioso divieto. Prego perchè
ogni giovane, uomo e donna, riesca a trovare qualcuno a cui donarsi
reciprocamente.
Ma non voglio fermarmi qui; desidero
raccontare un aneddoto che non dimenticherò mai. Un giorno,
in prossimità del Natale di alcuni anni fa, una ragazza che
conoscevo ma con la quale non avevo un particolare legame spirituale
anche se sapevo essere una persona di preghiera, mi venne a trovare in
chiesa; era disperata. Mi raccontò che aveva deciso fin da
adolescente di rimanere vergine fino al matrimonio per potersi donare
totalmente a colui che l'avrebbe scelta come sposa; allora aveva circa
25 anni perchè si era da poco laureata. Era fidanzata da
circa 3 anni con un ragazzo che, ormai prossimi al matrimonio, l'aveva
convinta ad anticipare il momento e a fare l'amore. Dopo 15 giorni lui
la lasciò. La rincuorai come potevo e dopo un'ora di lacrime
la giovane riuscì a dirmi che voleva confessarsi. Il
Sacramento della Riconciliazione fu per lei una nuova nascita, un vero
Natale! Continuò a piangere, ma sorridendo di gioia. Le
dissi che la verginità è sì un fatto
fisico, legato al più bello dei gesti, quello da cui siamo
nati, ma che la Grazia di Dio, il Sacramento del Perdono ci ricrea e in
un certo senso ritorniamo vergini, risorgiamo. Fra pochi giorni
sarà Natale; Gesù desidera nascere nelle nostre
sofferenze e nelle nostre delusioni, nei nostri errori, desidera
scaldare con il suo amore il freddo delle nostre solitudini. Nulla
è impossibile a Dio. Oggi purtroppo sono poche le persone
che si lasciano dissetare frequentemente alla fonte dell'Amore di Dio
che zampilla nel Sacramento del Perdono; non sanno cosa si Perdono!!!!!
Caro Gesù Bambino, come regalo ti chiedo che tanti si
accostino al tuo Amore nel Sacramento della Confessione e della Gioia
e, frequentandolo con costanza, rinascano continuamente a vita nuova.
Don Nicolò
don.nico@libero.it
I
SOGNI DEI BAMBINI
Tanti
miei amici mi osservano che troppo spesso e volentieri io parlo di
calcio. E hanno ragione. Come sacerdote dovrei essere un po meno tifoso
e passionale di quanto spesso sono . Tuttavia quando un fenomeno
sociale come il calcio rischia di influire sulla vita e
mentalità di tante persone penso sia importante intervenire.
E ancor più se il calcio si propone insistentemente e
rumorosamente come elemento educativo e sociale.
Sono stato molto colpito la scorsa settimana dalle parole del capitano
della nostra nazionale Cannavaro: “Dedico il pallone
d’oro (premio come miglior calciatore in europa NDR) ai
bambini di Napoli, la mia città. Come incoraggiamento a non
smettere di sognare”. Commozione, lacrime. Un uomo buono che
pensa ai bambini della sua città. Cose già viste
nel calcio. Il Card Bertone ci ha ricordato spesso che tanti calciatori
fanno un mare vero di beneficenza, in genere nascosta.
E’ l’incoraggiamento a non smettere di sognare che
mi ha colpito ancor più; una ripresa del famoso “I
have a dream” di kinghiana memoria.
Ma quali dovrebbero essere i sogni dei bambini di Napoli? Quali i sogni
dei bambini delle periferie di tutto il mondo? Cosa vuol dire sognare
Cannavaro o Ronaldinho o Drogbà?
La tentazione di fare il moralizzatore è davvero grande.
Sognare di essere il numero 1 a discapito dei 10.000 che ti stanno alle
spalle? Di guadagnare come un nababbo evitando scuola, apprendistato,
precariato, e qualsivoglia condizione che sappia lontanamente di
quotidiano? Di abbandonarsi senza il minimo spirito critico
all’andazzo del tuo mondo, omertando alla grande salvo
saltare fuori quando la barca affonda? Di mettersi ben al servizio dei
più forti se vuoi ottenere qualcosa? Di scappare lontano dal
tuo mondo perché è solo abbandonando la periferia
e la tua città che riesci a salvarti? Di usare ogni mezzo
anche a disprezzo del tuo corpo pur di arrivare a vincere?
E’ facile dire a Cannavaro nasconditi, non meriti il premio.
Oppure stai zitto. Ma io non la penso così, penso che
Cannavaro, se è lì, a quel posto, un qualche
motivo ci sarà e debba specificare la chiave di lettura dei
sogni.
I bambini di Napoli, di Genova, di Bankook, di Calcutta, di Nairobi, di
San Paolo devono sognare, devono sognare un mondo migliore, devono
poter avere la possibilità di costruire un mondo migliore
con le loro vite, le loro storie.
Ma non dobbiamo ingannarli dobbiamo dir loro cosa si intende per sogno.
Cannavaro può specificare bene di sognare di poter lottare
nella vita con grinta ma col sorriso sulle labbra, come lui; di non
aver paura di affrontare chi è più grande e bravo
di te, come lui; di essere capaci di fare squadra con gli amici, come
lui; di non arrendersi mai anche quando sembra che tutto è
perduto, come lui; di fare cose grandi e belle anche se sei nel peggior
posto (stopper, per un calciatore), come lui; di condividere le proprie
cose coi più deboli, come speriamo faccia lui. Insomma di
messaggi educativi da trasmettere ce ne sarebbero anche senza andare a
scomodare direttamente il Vangelo.
Per fare un campione ci vuole altruismo coraggio e fantasia ricordava
De Gregari. Cari campioni, diteci con chiarezza cosa devono sognare i
bambini del mondo, raccontate le vostre vite vere, uscite dalla carta
patinata e dalle telecamere ostinate, perché i bambini
guardando a quelle vi credono e vi seguono ed è per questo
che si prendono a testate, a gomitate, che sberleffano i più
deboli, che abbandonano la scuola, che usano sostanze per rendersi
più forti, che mettono il danaro e il guadagno facile al
primo posto nella vita, che tacciono quando vedono il male.
Siate chiari amici miei e date messaggi precisi. Noi ai bambini coi
quali amiamo giocare, perché il gioco è il grande
strumento educativo, e giocare al pallone con gioia, diciamo chiaro e
tondo che nella vita c’è un solo sogno; il sogno
di Dio su di loro, che non è un sogno ma si chiama
Gesù di Nazareth, il Cristo il figlio del Dio vivente. Con
Lui nessun pallone d’oro ma una vita degna di essere vissuta.
Don Doragrossa Fully
RISPETTO e AMORE
La visita e la benedizione delle
famiglie è, per un sacerdote, un impegno faticoso ma una
grande occasione di incontro, un forte stimolo alla meditazione ed alla
preghiera, direi una vera e propria scuola di vita. Nella Diocesi di
Milano si svolge normalmente durante l'Avvento; anche a Genova molti
parroci di grandi parrocchie la stanno per iniziare, in occasione
dell'inizio del nuovo anno liturgico per concludere a Pasqua, senza
correre, impegnando magari solo tre giorni la settimana. Fra i tanti
incontri ricordo distintamente quello con una signora non
particolarmente anziana, su di una carrozzella, semiparalizzata. Era la
prima volta che la incontravo perché quell'anno non vivevo
in parrocchia e stavo aiutando un mio amico sacerdote a fare la
benedizione delle famiglie. Subito dopo la preghiera
cominciò a raccontarmi la sua situazione. Mi disse che aveva
la fortuna di avere una figlia bravissima che la sera la puliva, le
cambiava il pannolone e la imboccava con tanto amore. Di giorno invece,
quando la figlia era al lavoro, era accudita da una badante. La figlia
era mamma di due ragazzini che frequentavano uno le elementari e
l'altro le medie. La figlia era separata dal marito ma la signora
malata preferì non parlarne; mamma, figlia e i due ragazzini
vivevano nella stessa casa. Il racconto si dipanò
velocemente fino a giungere a frasi del tipo “mi sento un
peso per mia figlia, preferisco andarmene, se il Signore mi prendesse
stanotte sarebbe meglio per tutti, vorrei togliermi dai
piedi”, frasi abbastanza consuete per chi vive l'esperienza
della sofferenza e della dipendenza dalle cure degli altri.
“Mia figlia mi vuole bene, ma spesso è stanca
quando torna dal lavoro, io le faccio perdere la pazienza e diventa
nervosa. Vede, prendo tante medicine, preferirei prenderne una potente
e non svegliarmi più”. Mi chiesi come avrei
reagito se al posto di quella donna ci fosse stata mia madre. Ho
raccontato questo episodio durante un dibattito culturale. Il relatore
aveva presentato la sua posizione indicandola come Etica del Rispetto:
l'altro è così importante per me che
rispetterò comunque le sue decisioni; ognuno è
responsabile della propria vita e deve essere libero di decidere come
meglio crede. Sullo sfondo aleggiava lo spettro cupo del suicidio
assistito: aiutami a togliermi dai piedi e rispetta la mia decisione.
Intervenni dicendo che l'Etica del Rispetto mi sembrava gelida e
disumana, che solo un'etica fondata sull'Amore poteva scaldare il cuore
di quella anziana malata e farle passare la voglia di togliersi dai
piedi. Il relatore mi rispose che, secondo lui amare davvero vuol dire
rispettare la decisione dell'altro, anche se ci fa soffrire! E se una
sera, tornando a casa, incontrassimo un disperato che sta per buttarsi
giù da un ponte, “rispetteremmo” la sua
scelta o piuttosto lo bloccheremmo coprendolo di abbracci e di carezze?
Questi pensieri sono il terribile prodotto della falsa visione
individualistica della vita: “la vita è mia e me
la gestisco io non è una frase vera”; la vita non
è solo mia, è di tutti, è un dono; la
vita di mia mamma è anche mia, di mia sorella, dei nipoti;
se ti suicidi, muoio anche io con te. L'amore ci rende una cosa sola,
anzi noi siamo già una cosa sola perché siamo
fatti per amare, dall'Amore veniamo ed all'Amore torneremo. La parola
“rispetto” non appartiene al vocabolario
evangelico. Alla domanda dello scriba su quale fosse il più
importante dei comandamenti Gesù non rispose
“Rispetterai il Signore Dio tuo con tutto il cuore e il
prossimo come te stesso”, bensì
“Amerai...”. Rispetto dice distanza, amore dice
intimità. Credo sia veramente importante oggi ricostruire
prossimità attraverso bacini, abbracci, bigliettini
affettuosi, preghiere per..., piccoli regali, minimi gesti di
attenzione. L'altra sera, dopo aver parlato di vocazione, di
Gesù, dopo aver pregato e meditato la Parola di Dio un
giovane mi ha abbracciato in un modo intenso e casto: una vera
emozione. Tra poco sarà Natale; qualcuno penserà:
“niente regali, pensiamo ai poveri!” Io dico
“evviva i regali, piccoli, semplici, pensati, magari fatti da
noi, accompagnati da un bigliettino personale”. Quando penso
all'Inferno mi vengono in mente le frasi che un
“dannato” potrebbe dire: O, dio, rispetta la mia
scelta, lasciami stare, non ti avvicinare alla mia sofferenza, non
voglio essere amato o perdonato da Te. Signore, spero l'Inferno sia
vuoto e mi impegno pregare perché lo sia, ma sono sicuro che
se qualcuno ci sarà allora ci sarai anche Tu, lì,
con lui, ad abbracciarlo e a coccolarlo, sono sicuro che non
“rispetterai” la sua chiusura e voglia di
solitudine, tenterai in tutti i modi di entrarci dentro e di dirli ti
amo!
Il rapporto tra religione e politica
è un nodo che ogni popolo deve continuamente affrontare e
risolvere continuamente nella sua storia. Alla sua radice vi
è infatti la presenza nell'uomo di una naturale ricerca
dell'infinito (la sete di Dio), e la sua dimensione storica e sociale.
La ricerca e continua perché in realtà esiste una
ricetta unica, valida per tutte le latitudini e per tutte le forme
religiose in ogni tempo. Se restringiamo il campo e prendiamo in
considerazione la Chiesa cattolica e l'Italia, constatiamo che i
rapporti sono stati differenti nel corso dei secoli ed è
bene diffidare quindi sempre di chi asserisce modelli ideali di
rapporto assoluti, per cui è sempre chiaro cosa debba fare
la Chiesa e cosa lo stato. La situazione dell'Italia era infatti
diversa, per esempio, dopo la caduta dell'impero romano, prima del 20
settembre 1870, nel 1948 e oggi. Non è realisticamente
possibile pensare che il rapporto tra la comunità politica
(lo stato nel V secolo non esisteva) e la comunità dei
credenti potesse essere lo stesso. Fatta questa premessa è
vero che nell'ambito del Cristianesimo è presente un
principio di autonomia tra Chiesa e comunità politica.
Autonomia che però non significa separazione assoluta
perché i credenti sono anche cittadini: non è
possibile pensare a un uomo diviso in sé stesso che viva
come uno schizofrenico queste sue due dimensioni fondamentali. Tanto
più che i contenuti etici e spirituali propri di ogni fede
inevitabilmente motivano e caratterizzano la convivenza civile e
contribuiscono a dare identità ad un popolo. Non bastano
insomma le regole per stare insieme, bisogna che vi siano delle ragioni
e dei valori profondi; il culto dello stato non è mai
riuscito (per fortuna!) a sostituire le religioni e ha creato parecchi
problemi quando ci ha provato (Il terrore giacobino, il Nazifascismo, i
regimi comunisti sono alcuni, recenti, esempi). Nello specifico del
Cristianesimo questo legame naturale tra religione e società
è ancora più presente perché Dio si
è incarnato, è venuto in mezzo a noi, ha
partecipato e partecipa alla nostra storia, anche quindi alla nostra
vita sociale. Lo stato importa al Cristiano in quanto tale
perché importa a Cristo, perché si è
fatto uomo e cittadino (anche se ai tempi di Gesù il
concetto di cittadinanza non era definito). Benedetto XVI al convegno
di Verona affermava: “Cristo infatti è venuto per
salvare l'uomo reale e concreto, che vive nella storia e nella
comunità, e pertanto il cristianesimo e la Chiesa, fin
dall'inizio, hanno avuto una dimensione e una valenza anche
pubblica”. Detto questo si può pensare che Chiesa
e comunità politica, Chiesa e stato, per un credente
coincidano… non è così in
realtà: la dimensione trascendente resta differente, il
regno di Dio non è di questo mondo anche se la sua
costruzione comincia nella storia; la comunità dei credenti,
la Chiesa, in quanto tale, ha dunque come ambito specifico questa
dimensione. Il Papa, sempre a Verona, diceva:
“Gesù Cristo ha portato una novità
sostanziale, che ha aperto il cammino verso un mondo più
umano e più libero, attraverso la distinzione e l'autonomia
reciproca tra lo Stato e la Chiesa, tra ciò che è
di Cesare e ciò che è di Dio (cfr Mt 22,21). La
stessa libertà religiosa, che avvertiamo come un valore
universale, particolarmente necessario nel mondo di oggi, ha qui la sua
radice storica”. Solo se teniamo presente quanto abbiamo
detto finora riusciamo a capire la frase pronunciata dal papa nella
stessa occasione e poi ripresa, spesso a sproposito e incompleta, su
numerosi mezzi di informazione. La frase esatta era: “La
Chiesa, dunque, non è e non intende essere un agente
politico. Nello stesso tempo ha un interesse profondo per il bene della
comunità politica, la cui anima è la giustizia, e
le offre a un duplice livello il suo contributo specifico. La fede
cristiana, infatti, purifica la ragione e l'aiuta ad essere meglio se
stessa: con la sua dottrina sociale pertanto, argomentata a partire da
ciò che è conforme alla natura di ogni essere
umano, la Chiesa contribuisce a far sì che ciò
che è giusto possa essere efficacemente riconosciuto e poi
anche realizzato. A tal fine sono chiaramente indispensabili le energie
morali e spirituali che consentano di anteporre le esigenze della
giustizia agli interessi personali, o di una categoria sociale, o anche
di uno Stato: qui di nuovo c'è per la Chiesa uno spazio
assai ampio, per radicare queste energie nelle coscienze, alimentarle e
irrobustirle. Il compito immediato di agire in ambito politico per
costruire un giusto ordine nella società non è
dunque della Chiesa come tale, ma dei fedeli laici, che operano come
cittadini sotto propria responsabilità: si tratta di un
compito della più grande importanza, al quale i cristiani
laici italiani sono chiamati a dedicarsi con generosità e
con coraggio, illuminati dalla fede e dal magistero della Chiesa e
animati dalla carità di Cristo”. Non si tratta
dunque, come si potrà notare, di una ricetta e non ci
risparmia dalla fatica di cercare ogni giorno i modi concreti di vivere
questa unione-separazione, nella maniera migliore; hanno vita
più facile i fondamentalisti religiosi e laicisti, ma un
cristiano non può mai chiedere di essere esentato dalla
fatica di pensare e discernere la storia nella quale il Signore gli ha
dato di vivere alla luce del Vangelo.
Matteo Gillerio
900
secondi... per non morire
Due
estati fa sono stato a Calcutta con mia madre e mia sorella per
esaudire un desiderio di devozione della mamma verso Madre Teresa. La
visita della città ci ha condotto a Kali-ghat, il famoso
tempio metropolitano dedicato alla dea Kalì, situato nei
pressi di una delle prime case aperte da Madre Teresa. Dopo aver fatto
una ragionevole coda, siamo riusciti ad entrare nel cortile del tempio
e con una certa fatica ci siamo avvicinati alla statua della dea
Kalì: era seduta, con due grandi occhi, la carnagione rossa
e sei o otto braccia, non ricordo bene. Le persone, pur con la consueta
compostezza indiana, si accalcavano alla grata. Più in
là, sotto il loggiato, di fronte alla grata oltre il
cortile, nei pressi di una specie di altare coperto da corone di fiori
infilzati e di candele, stava un signore distinto, fisicamente piccolo;
mi colpì la sua camicia azzurra e stirata; capii dopo che
era un brahmino, uno studioso della religione indù, noi lo
avremmo definito un teologo. Incrociò il mio sguardo e,
senza che io dicessi nulla, mi disse, in inglese: “Voi
occidentali non dovete pensare che gli indù sono degli
stupidi, che credono ai fantasmi; le persone che stanno attaccate a
quella grata sanno perfettamente che Kalì non è
mai esistita, che non esiste una donna con tante braccia né
esisterà mai; Gesù e Maria sono personaggi
storici, noi lo sappiamo e li rispettiamo; Kalì per noi
è la dea della forza, in particolare della forza interiore;
pregandola noi le chiediamo di donarci la forza per superare le
difficoltà della vita; sappiamo che questa forza
è già dentro di noi; Kalì è
dentro di noi; in fondo Kalì siamo noi stessi.”
Come potete immaginare, dopo questo breve colloquio, la sera, con le
mie due compagne di viaggio, abbiamo discusso molto sul tema del
rapporto fra l'uomo e Dio nella religione cristiana e della preghiera.
La preghiera cristiana non è un semplice guardarsi dentro,
una sorta di recupero di energie vitali, di equilibri, di pace;
è un'incontro, all'interno di noi stessi, con Dio,
è un abbraccio d'amore, una relazione vitale, un bacio
affettuoso. Quando non si è abituati può
diventare una parlare solitario, con se stessi. S. Ignazio suggerisce
di farsi aiutare da un'immagine: avere di fronte a noi in crocifisso o
un'icona ci aiuta a rendere presente Dio.
Se ogni giorno, per 15 minuti, 900 secondi, ci lasciassimo amare da
lui, quasi passivamente, senza fare nulla, fermi e comodi, la nostra
vita di Fede cambierebbe rapidamente. Dopo breve tempo il quarto d'ora
non basterebbe più; come gli apostoli sul monte Tabor
cominceremmo a dire “Signore, è bello stare qui,
facciamo tre tende...”. Subentrano poi i nostri doveri di
figli e di studenti, di padri e di madri, di sacerdoti e di lavoratori,
doveri quotidiani da vivere trasformati, trasfigurati, risorti in
Gesù Risorto dentro di noi: “ non sono
più io che vivo ma è Cristo che vive in
me!”; come la dea Kali, con la differenza che lei non esiste,
è semplicemente la proiezione di me stesso, direbbe
Feuerbach, uno dei padri dell'ateismo contemporaneo, Gesù
invece è il vivente, il Figlio di Dio fatto uomo 2000 anni
fa, nato, vissuto, morto e risorto. “Lentamente muore
chi...”scriveva Pablo Neruda e da giovane mi entusiasmavo
perché non volevo essere un morto vivente, anzi volevo una
vita appassionata e avventurosa; lentamente muore il credente che tutti
i giorni, pacatamente, non si incontra con Dio e non si lascia dire
“sei prezioso ai miei occhi, ti ho amato di amore eterno e ho
sete del tuo amore”, almeno per 900 secondi! Molti altri sono
i modi per incontrare Dio ma ne parleremo un'altra volta. La preghiera
non è tutto, ma tutto inizia dalla preghiera.
don Nicolò
don.nico@libero.it
CRISTIANI
E ISLAM: DIALOGO POSSIBILE? DIALOGO POSSIBILE!
E’
indubbio che l’argomento del rapporto fra cristiani e
musulmani ha e sta fortemente coinvolgendo l’opinione
pubblica, e quindi al solito i miei alunni. Il discorso di Ratisbona
con i suoi risvolti mediatici, il caso della moschea di Genova, le
discussioni sul velo e sul ruolo della donna; tutte tematiche sulla
bocca di tutti.
Vedendo tanti miei alunni belli pronti alla guerra santa e fermamente
convinti della loro identità cristiana, proprio quella che
vacilla ad ogni altro qualsivoglia argomento affrontato, e proprio
quelli ai quali vacilla di più, mi preoccupo un poco. La
premessa che sempre faccio è che di queste cose bisogna
discuterne senza tener conto di ciò che propinano i
mass-media nazionali, alcuni dei quali ho seguito con attenzione e ho
scoperto pieni di falsità e superficialità,
tendenti tutti alla spettacolarizazzione più che
all’informazione. Ma così facendo mettono in testa
ai giovani idee sbagliate e prive di basi culturali, che tendono solo e
esacerbare le situazioni. Le liti televisive pagano in termini di
ascolto, ma sono la peggior formazione che si possa dare al pubblico
specie quello giovane così influenzabile. Quanto sarebbe
facile innescare polemiche su quel che si è sentito dire in
giro!
Dobbiamo imparare a discutere di queste cose con cognizione di causa,
informandosi, studiando, riflettendo sulla ragionevolezza di
ciò che si dice.
Io sono stato alla giornata di amicizia cristiano-islamica alla fine
del Ramadan. Sapevo della circostanza e ho scelto di partecipare per
dare un segno di pace, di dialogo, di fraternità
nell’unico padre Abramo. Conosco personalmente
l’imam Salah Hussein, col quale ho spesso parlato e che ho
ascoltato mentre spiega l’islam; a me pare una persona buona,
serena, moderata, sincera. E’ un palestinese; quanta
sofferenza si porta nel cuore per la sua terra che è anche
la terra di Gesù. Così come conosco il Rabbino
capo Dott Momigliano e anche di lui ho eguale stima che facilmente
risale alla storia del suo popolo, che è anche la mia storia
di credente.
Nella “moschea” di Sampierdarena che altro non
è che un garage trasformato in sala di preghiera, ci siamo
tolti le scarpe, abbiamo assistito alla chiamata alla preghiera che
rompe il digiuno del ramadan. Momenti semplici, niente cose
particolari; l’inizio di uno sportello comune
Caritas-Comunità islamica, per affrontare insieme i tanti
problemi degli immigrati.
La mia personale convinzione è che il dialogo vero tra
religioni si può fare solo attraverso persone che si
incontrano e che si vogliono bene. Non discorsi, non proclami.
Né tantomeno confusioni. Sia io che Salah siamo felicissimi
della nostra propria fede e non la baratteremmo né la
divideremmo a metà per far confusione e basta! Né
diciamo affatto che una vale l’altra. Semplicemente
riconosciamo le cose che ci possono unire, riconosciamo la buona fede e
la buona volontà dell’altro. Ci si ascolta, si
cerca di comprendere più a fondo. E ognuno è
stimolato a essere ancor più credente, ad approfondire il
proprio rapporto con Dio. Non su tutto si può pensare la
stessa cosa; a volte la si pensa proprio in contrario, ma si deve
essere pronti a dare la vita purchè l’altro viva.
Il Ramadan che per me, povero contadino genovese era sinonimo di
“confusione” “baccano”
perché così era traslitterato nel nostro
dialetto, è ora una cosa sacra, un cammino di preghiera che
non posso sottovalutare pena sottostimare la mia quaresima. Ora lo so;
ora ho visto; ora conosco e se la mia volontà è
retta ho uno strumento in più per amare.
I documenti del Concilio parlano assai chiaro “la chiesa
guarda con stima anche i musulmani che adorano l’unico
Dio……..esorta a dimenticare il passato e a
esercitare la mutua comprensione, a difendere e promuovere insieme, per
tutti gli uomini, giustizia sociale, valori morali, pace e
libertà.”
Con questo spirito e solo con questo sarà poi possibile
dialogare, discutere sui temi di attualità. Liberi da
pregiudizi, da luoghi comuni che da entrambe le parti minano la
comprensione.
Io ho una mia personale visione del dialogo fra religioni e culture;
solo la carità può unirci; gesti di
carità, di aiuto, di solidarietà solo questo ci
porterà dove vuole il Signore. Ma gesti semplici fra persone
semplici. Un panino donato, l’ospitalità accolta,
un gesto gentile, una parola di incoraggiamento, una mano che aiuta a
portare un peso, un attrezzo prestato a chi no lo ha, una fatica fisica
condivisa, piccole, piccole, cose fatte da piccoli uomini. Solo
così crescerà l’amore e il dialogo. A
me pare questa la via tracciata dal Vangelo, la nostra vera
“identità” è la
carità. Voi che ne pensate?
Don Fully
Il
Festival della Scienza è il Festival di Dio
Il
26 ottobre comincerà a Genova il Festival della Scienza. La
scienza è il prodotto dell'indagine dell'intelligenza sulla
natura. Chi crede sa che la natura è una creatura di Dio e
che pure l'intelligenza dell'uomo è un dono di Dio. La
scienza quindi è una lode di Dio. La matematica e la fisica,
la chimica e la biologia, la botanica e la zoologia, l'astrofisica e la
paleontologia sono in fondo dei capitoli del grande libro della
teologia cioè del discorso su Dio e la sua bellezza.
Già i miei libri di scienze del liceo parlavano del Big
Bang, della grande esplosione di massa ed energia che ha originato
l'universo; ne ero e ne sono affascinato. Oggi completo il mio stupore
chiedendomi: ma chi ha creato le “robe”
primordiali? E ancora : chi lo avrà mai innescato? La mia
automobile può mai accendersi da sola? Il 2006 è
stato l'anno di Darwin: tutti hanno parlato di lui, per difenderlo o
per attaccarlo. Personalmente non so e non mi pronuncio sull'ORIGINE
dell'uomo: non c'entra nulla con la Fede; il fango ed il soffio del
libro della Genesi si riferiscono alla NATURA dell'uomo, non alla sua
origine. Molti professoroni di filosofia ancora oggi mi fanno domande
su questo argomento. La Bibbia parla della natura dell'uomo e ci
racconta che l'uomo ha dentro di sè una natura spirituale,
un soffio da cui deriva la libertà, il pensiero, la
coscienza, i sentimenti, tutte entità che non si pesano e
non si misurano ma quanto sono reali! L'amore di mia madre è
una delle più grande realtà della mia vita.
Qualcuno sostiene ancora oggi che i nostri moviemnti spirituali sono il
prodotto di erazioni chimiche; basterebbe ingerire qualche pastiglia
adatta e potrei innamorarmi del senatore Andreotti o di Maradona.
Concludo con un breve aneddoto, lo scorso anno ho accompagnato una
classe al Festival della Scienza per ascoltare un famosissimo
professore di logica matematica di dichiarate tendenze atee. Il tema
dell’incontro era La Probabilità Matematica. Devo
dire che sono state due ore interessanti, di numeri grandissimi circa
la possibilita che un determinato fatto si verifichi. Si è
parlato molto del Caso e del Destino; più volte sono stato
tentato di intervenire ma istintivamente non lo feci. Decisi tuttavia
di attendere fuori dalla scuola il professore. Mi presentai come un
povero sacerdote di una parrocchia di periferia ma soprattutto, visti i
miei studi, come ingegnere. Dopo aver ricordato alcuni passaggi sul
Caso e la Probabilità gli chiesi “Mi scusi
professore, ma davvero lei pensa che, riempiendo la lavatrice di casa
sua con un pò di cemento, qualche pezzo di legno, alcuni
mattoni, due o tre lastredi vetro, e facendo girare per miliardi di
milioni di miliardi di volte, probabilmente, almeno una volta, per caso
uscirà fuori una villetta a due piani? Non crede che
l’universo e la complessità dell’uomo
parlino un pochino di una mente ordinatrice piuttosto che del
caso?”. Lo scienziato si mise quasi a tremare ed a guardare
in giro in modo agitato, poi, inocntrando lo sguardo della sua
segretaria mi chiese se avevo letto il suo ultimo libro! No, risposi,
“Beh, allora lasci il suo indirizzo alla mia segretaria, devo
correre a prendere l’aereo” e sparì. Sto
ancora aspettando quel libro! Scienza, Ragione e Fede non sono mai in
contrasto perchè hanno una sola origine
Potrei andare avanti con altri esempi; questi discorsi possono sembrare
inutili, e un pò è vero: chi scalda il cuore
è l’amore che però va a braccetto con
la verità. Scrivo tuttavia perchè so che chi
crede in Dio non è mai solo, sa di essere amato, perdonato,
capito, aiutato, acsoltato e sostenuto. Preghiamo per chi ancora non lo
ha incontrato e partecipiamo con gioia al festival della Scienza,
Festival di Dio.
don Nicolò
Don.nico@libero.it
Pensa
ai bambini del Biafra che muoiono di fame
“Pensa
ai bambini del Biafra che muoiono di fame”. La mia
generazione, ipervitaminizzata figlia del boom economico, ma cresciuta
in anni di nuove consapevolezze sociali, ha sentito questa frase
infinite volte mentre stava a contemplare un piatto fumante che non ne
voleva sapere di andare giù. E quando, in qualche modo, il
piatto veniva svuotato rimaneva il sottile senso di colpa per aver
“sottratto” una risorsa ai bambini di cui ci
avevano parlato, quasi avessimo tolto loro di mano una parte della
nostra cena. Oggi siamo cresciuti ma l’idea di fondo rimane,
si chiama “economia a somma zero” e concepisce il
sistema economico e le risorse come un insieme dato e immediatamente
disponibile. Può essere immaginato come una torta su un
tavolo: a ciascuno spetta una fetta e chi ne prende di più
necessariamente la sottrae a un altro. In realtà le cose non
stanno proprio
così: le risorse in gran parte non sono fisse o
quatificabili esattamente e comunque è sempre necessaria
l’opera e la creatività dell’uomo per
metterle a frutto. Il mandato che Dio dà ad Adamo nel libro
della Genesi, quello cioè di soggiogare la terra, indica
esattamente questo lavoro che l’uomo compie per trarre dal
Creato risorse per una vita dignitosa. Vi è dunque un
obiettivo solo per tutti, quello di migliorare le condizioni di vita di
tutti e ciascuno in ogni ambito. Un tale obiettivo e concepibile solo
se superiamo il modello di economia a somma zero perché in
tale contesto la cooperazione per il medesimo fine è
esclusa: in una gara sportiva la collaborazione tra avversari non
è ordinariamente concepibile: ognuno corre per la vittoria e
la vittoria di uno è necessariamente la sconfitta
dell’altro; per uscire dalla metafora: le risorse che io
utilizzo sono “sottratte” necessariamente ad un
altro, il mio benessere poggia direttamente sulla sofferenza di un
altro.
Quest’idea porta chi milita nella “squadra
vincente” e cerca di porsi dei problemi di giustizia ad
atteggiamenti che appaiono paradossali: mi raccontavano di una giovane
cooperante che di fronte ad un supermercato in Africa, organizzato in
stile americano, affermava con disapprovazione che non era
l’Africa vera, mentre lo era il piccolo villaggio che
sopravviveva di agricultura di sussistenza. Non si trattava in quel
caso, a mio parere, solo di una superficiale adesione a uno stereotipo,
ho il sospetto che dietro a una tale reazione ci fosse lo scandalo
della ricchezza, percepita istintivamente come negativa e frutto di
sofferenze altrui, e l’idealizzazione della
povertà come condizione di innocenza.
Appare intuitivo che lo scandalo dovrebbe essere la povertà
prima della ricchezza e che lo sforzo dovrebbe essere quello di
coordinare tutte le energie, tanto dei ricchi quanto dei poveri, per il
benessere di ciascuno.
Questo non significa che non vi sia il peccato e che il problema della
povertà non nasca anche da atti di egoismo e di prepotenza
da parte di chi è più potente. Nel messaggio per
la giornata mondiale per l’alimentazione dello scorso anno
Benedetto XVI affermava infatti che “I milioni di persone,
che sono minacciate nella loro stessa esistenza, in quanto private del
minimo nutrimento necessario, richiedono l'attenzione della
Comunità internazionale, poiché abbiamo tutti il
dovere di prenderci cura dei nostri fratelli. In effetti, la carestia
non dipende unicamente dalle situazioni geografiche e climatiche o
dalle circostanze sfavorevoli legate ai raccolti. Essa è
anche provocata dall'uomo stesso e dal suo egoismo che si traduce in
carenze nell'organizzazione sociale, nella rigidità di
strutture economiche troppo spesso dedite unicamente al profitto, e
anche in pratiche contro la vita umana e in sistemi ideologici che
riducono la persona, privata della sua dignità fondamentale,
a un mero strumento”.
Questo però non giustifica la convinzione che solo
attaccando la ricchezza si potranno risolvere i problemi della
povertà e che la lotta di classe sia un male necessario. Il
Papa prosegue infatti mettendo in guardia da ogni schematizzazione
ideologica e richiamando ad un servizio ai fratelli pragmatico e
adeguato alle necessità di ciascuno: “L'autentico
sviluppo mondiale, organizzato e integrale, che è auspicato
da tutti, esige al contrario di conoscere in modo obiettivo le
situazioni umane, di individuare le vere cause della miseria e di
fornire risposte concrete, ponendosi, come priorità, una
formazione adeguata delle persone e delle comunità. In tal
modo saranno messe in atto la libertà autentica e la
responsabilità, che sono proprie dell'agire
umano”. Il metodo poi non dovrà essere il male di
una parte a vantaggio dell’altra bensì Il dialogo
che “richiede che si uniscano gli sforzi delle persone e
delle nazioni, per il servizio al bene comune. La convergenza fra tutti
i protagonisti, unita ad una cooperazione effettiva, può
contribuire ad edificare la vera pace, consentendo di vincere le
tentazioni ricorrenti di conflitto”. Se vogliamo tornare alla
metafora della competizione sportiva vogliamo pensare a una
competizione in cui tutti i gareggiano per lo stesso obiettivo e la
vittoria di uno non puo’ non essere che la vittoria di tutti
altri.
Matteo Gillerio
CHI
CERCATE?
Cosa
voglio dalla mia vita? Chi voglio essere? Come desidero spendere la mia
esistenza? Come penso di realizzare le cose in cui credo? Quali sono le
mie priorità? Per che cosa vorrò essere ricordato?
Queste domande, che in fondo sono poi un'unica domanda, sono quanto di
più entusiasmante ed eccitante possa esistere al mondo.
Vorrei pormi questo quesito ogni mattina, appena mi sveglio; quando lo
faccio la giornata inizia in un modo diverso. Questi interrogativi mi
aiutano a non disperdermi, a non distrarmi, a razionalizare le mie
energie verso la felicità, a diventare ogni giorno
ciò che già in parte sono, a distinguere
l'essenziale dall'accessorio, a distinguere per unificare.
Qualcuno potrebbe obiettare che domande di questo tipo generano ansia e
malessere.
Il nostro nuovo Arcivescovo mons Bagnasco ha iniziato così
il suo dialogo con i giovani genovesi, ascoltando e citando le parole
di Gesù agli apostoli: chi cercate? La domanda è
molto più bella di quelle da me indicate: prima di tutto
essa dice già che tutti noi cerchiamo una persona e non una
cosa o delle cose. Cerchiamo una persona che ci accolga, che ci stimi,
che ci ami, che ci ascolti, che ci guidi e che ci dia speranza. Tutti,
anche chi non crede. Mi viene da pensare immediatamente ad una persona
fisica, un fidanzato o una fidanzata, futuro sposo o sposa. Che bello!
Mettiamoci subito a pregare, a digiunare e a fare penitenza
perchè tutti possano avere questo dono: guai a chi non lo
fa! Chi non insiste vuol dire che non desidera abbastanza.
La persona che cerchiamo può anche essere un amico o
più amici, un fratello, un bambino, un povero, una
comunità: per molti è così, anche per
i consacrati come me, e siamo felici
Chi crede però sa che tutte queste persone sono immagini di
un'altra persona che ci ama: il Signore Gesù vissuto 2000
anni fa ma ancora vivo e presente in mezzo a noi.
Cercare lui è fondamentale non solo per essere da lui amati
staticamente, amati e basta, bensì per essere da lui guidati
in modo corretto verso gli altri, per essere guariti dalla tentazione
di rispondere in modo sbagliato alla domanda chi cercate? Se
rispondessimo: un bel lavoro, una laurea, un bel conto in banca,
saremmo fuori strada; così pure se, subdolamente, quasi
senza accorgecene, dicessimo: cerco me stesso!
Ma il Vangelo va ancora oltre queste nostre riflessioni ed al solito ci
stupisce rivelandoci che la verità ultima sta nel fatto che
in realtà Gesù che per primo, nel suo grande
amore, cerca noi, ogni mattina, appena ci svegliamo; sapendo queste
cose la giornata sarà stupendamente diversa! Lasciamoci
trovare.
don Nicolò
VOCAZIONE?
NO, GRAZIE! E PERCHE’?
Mi
ritorna, ogni tanto, in mente uno "sfogo", fatto una cinquantina di
anni fa, da un mio insegnante.
Rilevava che nella Chiesa si prega tanto per le vocazioni. Anzi, intere
famiglie religiose, persone consacrate, laici e laiche insieme al
pregare, mettono penitenza, sacrifici, opere buone, beni materiali,
vita spirituale all’insegna della misura alta della
santità. Eppure i Seminari, i Conventi, vanno svuotandosi e
restano deserte le Case di formazione; si registrano cali di vocazioni
e scarsità o, peggio, assenza di ingressi.
Questo mio insegnante si chiedeva: ma dove andrà a finire
tutto questo pregare e sacrificarsi? Poi alzava gli occhi e le mani al
cielo e
concludeva: è un mistero, è un mistero!
Non metto in dubbio che la crisi vocazionale ha del misterioso
perché è generale. Ma credo che si debba avere la
certezza di fede che il Padrone della messe ascolta ed esaudisce la e
le preghiere per le vocazioni: si prega qui e ora e le vocazioni
spuntano invece là e in altri tempi.
Non dubito che il Signore ha cura del suo popolo e sa di che cosa e di
quanto ha bisogno anche in fatto di vocazioni. Dio fa bene la sua parte
e la fa tutta e non deve renderne conto a nessuno.
Quello che invece mi fa pensare non sono le scarse risposte alle
numerose chiamate, ma le motivazioni delle sordità, delle
resistenze, dei rimandi e dei no.
Ritengo che tanti giovani avvertano il fascino e la seduzione della
chiamata e della vita tutta rimessa al Signore da spendersi per il
Vangelo e il servizio della comunità cristiana.
Oso pensare che ci si blocchi per una visione negativa e un giudizio
non benevolente di sé; si ha poca stima di sé
perché ci si misura sul proprio negativo.
Ho l’impressione che la paura prenda il posto della
fede-fiducia per cui si teme di non farcela a stare al passo della
vocazione.
Ma, sotto sotto, forse c’è la nebulosa situazione
affettivo-sessuale che scoraggia e porta a pensare che non si
è adatti ad una vita celibataria.
E questo perché la vita affettivo-sessuale è
considerata e trattata come un
tabù: si ha paura, per non dire imbarazzo e vergogna, a
vederla, a carte scoperte, con un educatore o amico
dell’anima e ad avviarne una umanizzazione o rieducazione,
quasi una ricostruzione interiore; e a ritenerla come una
spiritualità, la spiritualità di base come
esperienza della propria vocazione alla relazione, all’amore,
al dono di sé; in questo campo è facile essere
"ineducati" e "maleeducati" per autodidattismo, non sempre chiaro e
retto.
Le difficoltà che una persona può riscontrare a
gestire la propria affettività per mancanza di significato
del progetto di Dio e per esperienze non sempre e non del tutto
positive, non sono tali da bloccare in partenza il prendere in
considerazione una ipotetica vocazione. Non è cosa buona
autolesionarsi ed autoescludersi in partenza senza aver guardato in
faccia alla propria realtà con accanto una persona che
può dare qualche luce e qualche dritta.
In concreto, mi pare che una persona potrebbe fare questo esercizio:
dopo aver pensato a che cosa, in punto di morte, avrebbe voluto
scegliere e fare nella vita fino a quel momento, raccontare, con carta
e penna, la propria storia vocazionale; quindi mettere, ancora per
iscritto, da una parte, le ragioni che spingerebbero verso una vita
consacrata nel celibato; dall’altra parte le ragioni, le
situazioni, le cose, ecc. che porterebbero a tirarsi indietro; in altre
parole, il pro e il contro.
Quindi rileggere, esaminare e valutare queste cose, senza darne
preliminarmente un giudizio di merito o di demerito, non da soli ma con
l’affiancamento e il discernimento di un amico
dell’anima e così vagliare quanto e come sono da
prendere in considerazione in ordine ad una scelta o abbandono di campo.
Il tutto nel clima di tanta intimità col Signore e di molta
preghiera perché, senza il Signore, senza
l’invocazione della luce dello Spirito, non avviene nulla.
Quando si punta sulla maturità in Cristo, allora si
è leali e docili all’azione dello Spirito che fa
guardare più al dono che si riceve che non a ciò
che si lascia.
In questo contesto è necessaria la fede-fiducia che Colui
che e quando chiama rende possibile la risposta dal punto dove si
è raggiunti dalla sua voce interiore.
d. guido oliveri
SALE,
LUCE E VERITA’
Se
vuoi diffondi questo scritto presso i tuoi amici, sul posto di lavoro,
a scuola, all’università, in parrocchia, come
SERVIZIO e spunto di DIALOGO, non di SCONTRO; per ricevere e rispondere
scrivi a saleluce@centrosanmatteo.org
Per vari motivi mi sono trovato in
questi giorni a riflettere sull’Amore per la
Verità: i fatti legati al mondo del calcio, i toni della
sfida politica, le notizie dai fronti di guerra, il dibattito etico e
culturale.
Devo dire che in più di una occasione ho sentito una sorta
di ripulsa, nei confronti dei mezzi di informazione e più in
generale di tutto ciò che deforma la realtà, crea
dubbi, semina sfiducia.
Molto spesso ci ritroviamo ad usare espressioni del tipo “il
Rispetto della Vita”, “la Vita è
Sacra”; più raramente si parla del Rispetto della
Verità e della sua Sacralità.
L’espressione è forte ma adeguata: la
Verità ha qualcosa di Divino.
I seminatori di dubbi legati a false verità, compiono delle
azioni simili ad una bestemmia o a un omicidio.
Pensate se domani qualcuno cominciasse a mettere in giro delle voci
strane su nostra madre o su nostra sorella, ad esempio, se, falsamente,
si cominciasse a parlare di una loro condotta morale ambigua, di atti
vergognosi o di presunti vizi; false notizie, diffuse magari per
cattiveria; saremmo feriti profondamente.
Le bugie talvolta generano dei dubbi e i dubbi possono generare
chiarezza e amore oppure distruzione, morte e solitudine; se qualcuno
ci raccontasse di aver visto il nostro fidanzato con un'altra persona,
una probabile reazione sarebbe quella di chiedere un chiarimento:
“Scusa caro ma è vero?”, con successiva
probabile risposta “Ma ti sei fidata più delle
voci che di me?”.
La bugia è un veleno; i seminatori di dubbi che non hanno
fondamento sono personaggi pericolosi. La passione per la ricerca
verità non ha nulla a che vedere con il dubbio gratuito.
Durante la Rivoluzione Francese, era stata messa sull’altare
la Dea Ragione. Sarei blasfemo se desiderassi un altare alla Dea
Verità, patrona di tutti gli insegnanti, i giornalisti, gli
educatori?
Nella Bibbia, il più grande affresco
dell’esistenza dell’uomo, i guai cominciano subito
e sono generati da un dubbio bugiardo: “Siete proprio sicuri
che Dio vi ami fino in fondo? Dio vi ha vietato di mangiare
quell’albero perché diventereste come
Lui”, dice Satana ad Adamo ed Eva; “Dio
è invidioso di voi”.
Da questo discorso nasce la divisione fra Adamo ed Eva che cominciano
ad accusarsi reciprocamente, la morte fra Caino e Abele, il Diluvio, la
divisione fra i popoli presso la Torre di Babele! Se Adamo ed Eva
fossero andati da Dio per un chiarimento e avessero smascherato quel
mentitore….
All’origine del male c’è una bugia.
Pilato stesso chiedeva a Gesù:
“Cos’è la Verità?”.
Gesù aveva già risposto dicendo io sono la Via,
la Verità e la Vita.
Cercare e dire sempre la Verità sono i primi modo per
conoscere Dio e cambiare il mondo, e tutti lo possiamo fare.
don Nicolò Anselmi
Lettera
a Sale&Luce
Don
Nicolò,
leggo sempre con attenzione “Sale e luce” sul
giornale della diocesi: sono una suora che lavora in una scuola materna
in un paese della cintura genovese.
Tempo fa lessi che chiedevi testimonianze di adulti per il convegno di
Verona, e avevo in cuore di mandartene una; poi leggendo
l’articolo intitolato “Vocazione”, ho
deciso di farlo perché ciò che volevo dire
riguarda proprio la mia vocazione, nata in me dalla proposta di un
prete coraggioso che sapeva ascoltare i giovani e “perdere
tempo” per programmare con loro cammini di discernimento
vocazionale, senza lasciarsi per nulla condizionare dalle mode correnti
e dalla ‘spensieratezza giovanile’. Era un prete
che credeva in Dio ed anche nelle persone, specie se giovani con nel
cuore piccoli o grandi sogni.
Mi capitò così: militavo nell’AC ed ero
convinta che quel servizio, quell’impegno era una cosa seria.
In un ritiro di AC mi sentii bruciare dentro da una frase che diceva
così:
“Se volete camminare dove Gesù vuole non state
sole: cercatevi una guida, alla quale chiedere luce e
confronto”. Fu così che mi presentai in una Chiesa
e, in un confessionale, feci al sacerdote la mia confessione, non senza
manifestare lo scopo di essere venuta lì, perché
cercavo una guida.
Lui accettò. Iniziai con lui un cammino. Mi chiedeva di
volta in volta, “molto”, anzi
“tutto” ed io, ribelle com’ero sempre
stata e anche contestatrice in famiglia, accettavo e sentivo dentro una
pace, una serenità che mi cambiava tutto e tutta. Dopo
alcuni mesi mi disse:
“Chiederò al Signore che cosa vuole da te e poi te
lo dirò”.
Accettai, credendo che quella richiesta avvenisse fra qualche anno. No,
una settimana “dopo”, quando ritornai per il solito
incontro, mi sentii dire:
“Ho chiesto al Signore e ho capito che ti vuole suora
domenicana”.
Rischiai… un infarto, mi sentii morire! Inventai qualche
modo per fuggire da quella situazione e intanto pregavo, ma
più fuggivo e più stavo male.
Tornai sui miei passi e il sacerdote di nuovo ad incalzare:
“Allora quando entri?” S’infranse anche
l’ultima ragnatela che bloccava la mia scelta.
Risposi un “sì”: non so da quale voce
segreta e in quel momento non sapevo se era adesione, scelta, conferma
o nulla di tutto ciò.
Chi raccolse quel “sì” lo
caricò del giusto significato ed io entrai nel convento
domenicano e fui e sono felice. Benedico nella preghiera ogni giorno
quel sacerdote e lo ringrazio senza posa (dal paradiso se ne
accorgerà). Attraverso il suo accompagnamento ho incontrato
Gesù e i tanti, tanti giovani durante i miei servizi in
parrocchia e nella scuola.
Spero di non aver annoiato con queste riflessioni, ma ciò
che volevo dire è
questo: “Carissimi fratelli preti… perdete tempo
in questo servizio umile e nascosto a tu per tu con le persone:
è la forza che vi dà Gesù per cambiare
il mondo ed anche la Chiesa, se ne ha bisogno”.
Una lettrice di Sale e luce
Il
servizio
C'è
una bella frase nel Film "La vita è bella " che dice
così "Dio serve gli uomini ma non è servo degli
uomini" . Mi pare che esprime molto bene la logica del servizio
contenuta nel Vangelo quando Gesù lava i piedi ai discepoli,
ma prima afferma "Voi dite che io sono il Maestro e il Signore, e dite
bene!".
Con quel gesto Gesù esprime pienamente cosa intende per
Servizio. Nulla a che fare con l'autoumiliazione, l'autopunizione o i
sensi di colpa. Ma un pieno, libero gesto d'amore.
Molti confondono oggi il servizio con il Volontariato che ne
è invece uno strumento molto efficace.
Cosa dunque è il servizio? Parte appunto dal dire "Io sono
il maestro e il Signore". Non è solo l'umanissima autostima,
richiesta in chi si appresta a svolgere un servizio, ma è il
sentire di essere Figli di Dio, di appartenere a un Signore che ha dato
la sua vita e che "servendo" si dona la vita come Lui.
In questo modo il "servizio" è ben più di un
semplice fare, di una oretta in cui impiegare il proprio tempo libero.
Diventa costitutivo del mio essere credente, diventa costitutivo del
mio essere e quindi intesse ogni mia azione. Famiglia, Cultura,
Economia, Politica, Pace diventano "servizio", diventano il mio pieno
agire. La mia vita non è più scissa nei periodi
neri in cui sono costretto a fare altro e poi mi concedo le due ore di
"servizio", ma diventa illuminata da una dimensione interiore che tutto
trasforma. Il servizio non diventa più la mia oasi di pace
dove fuggire dai miei problemi, ma il motore stesso della mia vita.
A questo punto si tratta di prendere catino, asciugamano e
inginocchiarsi davanti al fratello.
Il gesto di Gesù richiama una gesto reale. Non si
è servi simbolicamente, ma realmente.
La fatica, piegare schiena e ginocchia, operare realmente. Pensiamo ai
malati da accudire, ai bambini da servire, alle cose da fare spesso
molto materiali ma che nessuno vuol fare. Attraverso questo passa il
servizio, reale concreto, fattivo, nascosto perché non
sappia la destra ciò che fa la sinistra.
Perdere tempo, energie, denaro, disperderle a vantaggio dei fratelli
senza nessun tornaconto nemmeno morale, con un grande
libertà verso gli altri che non devono essere irretiti dal
nostro servizio ma solo beneficiati.
Come Gesù sulla croce. Se poi soddisfazioni e "il centuplo
quaggiù"
arriveranno non saranno altro che la conferma di una logica annunziata
da Gesù. Ma non devono essere ricercati altrimenti l'effetto
svanisce. Devono rimanere dono, gratuità.
Vi sono luoghi, occasioni, esperienze tipici del Servizio, dove si
impara attraverso un servizio preciso e semplice la logica
più ampia del servizio che mi porta a chiedermi "Ma a che
serve la mia vita?" Per questo spesso chi fa servizio inizia un
discernimento vocazionale sulla propria vita.
Perché egli si mette in gioco e se è capace di
andare a fondo la sua vita cambia fino a che la logica del dono pervade
tutta vita.
La provocazione dunque è duplice: per i tanti che non hanno
mai tempo per nulla, ma scoppiano di TV, di diete, di corsi
alternativi, di sport, di troppo lavoro, di troppo studio, di troppi
soldi, di tempo perso nella ricerca di problemi che non esistono, di
tempo perso ai grandi magazzini, o dietro a motori eccessivamente
amati, la proposta di trovarsi un ambito di servizio, specie verso i
più poveri; un servizio umile, semplice concreto.
Piano piano vi cambierà la vita.
Per i tanti che già svolgono servizi vari l'augurio di
approfondirne il senso affinchè esso diventi realmente
unificante per la propria vita, in modo da fare di tutta la vita un
servizio per il Regno di Dio, per costruire la Civiltà
dell'Amore. Allora anche la preghiera diventerà servizio e
spingerà a donare la vita nell'umiltà, nella
semplicità nella concretezza.
E il massimo del servizio si avrà allora, collegato alla
vita, in quello liturgico. Perché Gesù non ha
fatto solo il bel gesto; ma ha realmente lavato i piedi ai discepoli.
Troppe volte la parola servizio viene usata in contesti dove poi assume
significato contrario; pensiamo ai "ministri" che vuol dire appunto
servitori e pensiamo a come venga inteso il ruolo di
"ministro": semplicemente un ruolo di potere. Noi siamo maestri a
cambiare le carte in tavola e a rigirarci le frittate. Abilissimi a
fare del servizio un ambito di potere. Per questo non c'è
che una speranza:
affidarci al Signore che ci converta il cuore!!
In questo è particolarmente bello ed esposto il servizio
educativo, dove l'azione "materiale" è tanta ma dove
è il cuore che viene messo a nudo di fronte a chi si presta
servizio.
Un servizio bellissimo perché è così
facile che si riceva subito il centuplo. Ma ancor più
esposto al rischio del potere, dell'autoaffermazione, della
manipolazione, dei pasticci combinati nei cuori altrui. Occorre tanta
pazienza ma anche tanto coraggio.
Quanto bisogna c'è di
educatori, di figure di riferimento. Quanto bisogno c'è di
persone che "ci siano" per ragazzi e adolescenti. Anche qua,
finché si tratta di bimbi piccoli (es: zero-tre anni) tanti
si dedicano. Quando si tratta di quei rompiscatole di preadolescenti e
adolescenti allora il discorso si fa complesso.
Eppure il Signore lo ha promesso "Il centuplo quaggiù e il
Regno dei cieli"
Ma davvero pochi ci credono.
don Francesco Doragrossa
Lavoro
precario
La
scorsa settimana mi sono state chieste da “Il
lavoro-Repubblica” delle osservazioni sui dati pubblicati
dalla CGIL a proposito dell’alta percentuale di contratti a
termine che caratterizzano il mercato del lavoro genovese. Negli spazi
ristretti di un’intervista rischiano di non essere chiaro un
principio di fondo che invece qui posso spiegare con più
tranquillità. L’idea di partenza, molto ovvia se
vogliamo, è quella della centralità della
persona. Il lavoro è un’azione umana e, in quanto
tale, essa esprime la complessità dell’uomo e, per
un cristiano, la somiglianza con Dio. Il lavoro non è dunque
una maledizione biblica ma fa parte della somiglianza a Dio, della
partecipazione alla sua opera creatrice: “L'uomo deve
soggiogare la terra, la deve dominare, perché come
«immagine di Dio» è una persona,
cioè un essere soggettivo capace di agire in modo
programmato e razionale, capace di decidere di sé e tendente
a realizzare se stesso. Come persona, l'uomo è quindi
soggetto del lavoro. Come persona egli lavora, compie varie azioni
appartenenti al processo del lavoro; esse, indipendentemente dal loro
contenuto oggettivo, devono servire tutte alla realizzazione della sua
umanità, al compimento della vocazione ad essere persona,
che gli è propria a motivo della stessa
umanità” (Laborem Exercens 6). Questo rende tale
particolare attività umana fondamentale per lo sviluppo e
per la dignità della persona nella sua
integralità.
Può avvenire però che per il suo valore economico
l’azione del lavorare, le “braccia del
lavoratore”, per usare un’immagine comune, vengano
considerate come a sé stanti senza riferimento alla perona
nella sua interezza. Non importa chi fornisce l’opera e le
sue condizioni soggettive, l’unica cosa è che
venga fornita, in qualche modo l’opera stessa: “Per
alcuni…il lavoro era inteso e trattato come una specie di
«merce», che il lavoratore - e specialmente
l'operaio dell'industria - vende al datore di lavoro, che è
al tempo stesso possessore del capitale, cioè dell'insieme
degli strumenti di lavoro e dei mezzi che rendono possibile la
produzione. Questo modo di concepire il lavoro era diffuso, in
particolare, nella prima metà del secolo XIX. In seguito le
esplicite formulazioni di questo tipo sono pressoché
sparite, cedendo ad un modo più umano di pensare e di
valutare il lavoro.. Ciononostante, il pericolo di trattare il lavoro
come una «merce sui generis», o come una anonima
«forza» necessaria alla produzione (si parla
addirittura di «forza-lavoro»), esiste sempre, e
specialmente qualora tutta la visuale della problematica economica sia
caratterizzata dalle premesse dell'economismo materialistico”
(Laborem Exercens n.7).
La realtà, molto semplice, è che insieme alle
braccia c’è una persona con le sua
dignità, i suoi diritti e i suoi bisogni. Tutto questo,
oltre ad essere una imprescindibile esigenza morale, ha un costo. Per
venire al tema dei contratti di lavoro a termine o “lavoro
flessibile”, poniamo di impiegare un lavoratore per brevi
periodi pagandone l’opera per quando essa viene
effettivamente e oggettivamente prestata, cosa avviene quando la sua
opera non viene richiesta che ne è del lavoratore? Se si
trattasse di una merce al pari delle altre non vi sarebbero problemi,
ma impiegare delle braccia significa impiegare una persona che esprime
in quel lavoro la sua dignità, la stessa che esige il
soddisfacimento dei bisogni primari di vita (una casa, una vita
dignitosa…).
In un contesto economico dove è improbabile che il
lavoratore possa trovare altri impieghi quando non è
impiegato, rimane dunque il problema di provvedere ai mezzi di
sostentamento nei periodi in cui la persona non lavora. Per difendere
la dignità della persona in un contesto di
flessibilità del mercato del lavoro devono dunque essere
sopportati dei costi che il farsi carico delle esigenze di tutta la
persona comporta. Il mercato attuale del lavoro sembra dunque domandare
flessibilità nelle prestazioni di determinate categorie di
lavoratori: compito della politica e richiamare i costi reali di questa
domanda e renderli compatibili con tutte le esigenze, non ultima quella
delle imprese.
I cosiddetti “ammortizzatori sociali” sono
esattamente quel costo di cui parlavo prima: strumenti che garantiscono
la dignità della persona che presta la propria opera
lavorativa. Sembra che sia secondo giustizia che, almeno una parte di
essi, possano gravare su chi esprime l’esigenza del lavoro
flessibile. Non si tratta insomma di “punire” le
aziende che utilizzano contratti a termine né tantomeno di
demonizzare il lavoro flessibile, che esprime dal punto di vista della
persona la stessa dignità di ogni altro lavoro. Si tratta
invece di dare al mercato un quadro di regole che aiuti tutti gli
attori a guardare a un lavoratore non come a un paio di braccia da
usare e gettare e a un datore di lavoro, non una fonte inesauribile di
redditi da regolare a piacimento.
Matteo Gillerio
RIFLESSIONE
SULLA VOCAZIONE (2)
Provo
a rispondere a due domande ricorrenti tutte le volte che si parla di
vocazioni alla vita consacrata.
Mi sono innamorata di Santa Chiara, però Madre Teresa di
Calcutta mi affascina. Sono indecisa: la clausura o il servizio ai
poveri? Come faccio a capire dove devo andare?
Dopo alcuni anni di sacerdozio in fondo credo che questa domanda sia
vera ma parziale; la vita attiva e la vita contemplativa sono aspetti
complementari, non alternativi, della vita cristiana. La
Carità, l'Amore di Dio abitano sia nei monasteri che nelle
missioni, negli eremi come nelle bidonville.
Penso che la grande scelta sia: Vita Consacrata si o no? La scelta
determinante è quella di donarsi totalmente a
Gesù ed ai fratelli, cioè alla sua Chiesa ed
all'umanità intera; il resto verrà in seguito.
Personalmente, agli inizi della mia decisione per la vita consacrata,
avevo pensato, infatuato dall'amore per l'Eucarestia e la Preghiera che
avevo letto fra le pagine dei Pensieri di Charles de Foucauld, di
diventare monaco trappista; in seguito, all'indomani della laurea in
ingegneria, mi sono visto missionario in Africa; oggi mi ritrovo
felicemente prete diocesano, aperto ad ogni servizio e forse, nel
Signore, disposto a tutto.
Parlando con un vescovo una volta mi disse che secondo lui, addirittura
una persona potrebbe prima di tutto consacrarsi personalmente,
segretamente, ed in un secondo tempo capire la modalità
concreta in cui realizzare tale consacrazione.
Una seconda domanda: Come mai ci sono così poche vocazioni
alla vita consacrata?
Le risposte possono essere molte, il fenomeno è complesso,
ognuno ha una sua risposta; vorrei però indicare una pista
di riflessione che raramente viene percorsa: quella più
tipicamente ecclesiale. La chiesa non è mai secondaria nel
Regno di Dio. Mi sembra quindi determinante l'atteggiamento di tutta la
comunità cristiana: le vocazioni nascono in una famiglia, in
una parrocchia, in una comunità cristiana, in una diocesi
che è in atteggiamento di ascolto, che guarda a Dio e non a
se stessa, che legge e sa rispondere ai segni dei tempi, alla presenza
del Signore Gesù nel quotidiano. Ci vuole una vita cristiana
autentica, evangelica. C' è molto da meditare e da
convertirsi, per tutti, anche per quelli che “pensavano di
essere giusti”.
Don Nicolò Anselmi
RIFLESSIONE
SULLA VOCAZIONE (1) Fast Food, Fast Web, Fast...
E'
impossibile negare che una delle caratteristiche più
evidenti del nostro mondo sia quella di essre un mondo
“Fast”, veloce; l'utilizzo diffuso di telefonini e
computer ci aiuta moltissimo nel tenere i contatti con le persone e con
le cose; la tecnologia ci permette di faticare di meno ma ci fa andare
molto più velocemente e ci fa produrre molto di
più.
Gli effetti di questa vertiginosa velocità che scuote, in
misura diversa, la vita di tutti, ha vari effetti nell'esistenza delle
persone. Fra questi effetti mi sembra vi sia quello che definirei come
il rischio di non affrontare la domanda essenziale della vita: chi sono
io e chi voglio essere.
La domanda, se posta con serietà, è quanto di
più interessante possa esistere, e rimane tale in ogni
momento della vita; a questa domanda si deve rispondere ogni giorno
perchè in un certo senso ogni giorno rinasciamo.
Una volta sentii rispondere a questa domanda utilizzando un paragone:
io voglio fare della mia vita un'opera d'arte, un qualcosa di bello,
sostanzialmente; forse con qualche imperfezione ma bello. Con un
linguaggio più clericale avrei detto: io vorrei diventare
santo...ma il concetto è lo stesso.
Non è poco rispondere così, con una certezza di
questo tipo! Chi è credente può aggiungere
qualche parola ed una considerazione: Dio mi vuole santo ed
è disponibile ad aiutarmi; anzi suo Figlio è
già morte per me. E' ovvio che sia così: quale
padre o madre chiederebbe per il proprio figlio la
mediocrità? Qualunque cosa faremo, in qualunque situazione
ci troveremo non possiamo fare altro che diventare santi.
Santo si, ma come? Nel matrimonio, nella vita consacrata, nell'attesa
di incontrare una persona a cui donarmi e che si doni a me,
nell'accoglienza di una vita celibe o nubile ma spesa ugualmente
nell'amore verso Dio e i fratelli...Beh questa scelta spetta a noi,
è una straordinaria responsabilità personale;
anche in questo caso, chi crede, sa che può contare sulla
collaborazione di Dio che ci conosce meglio di chiunque altro.
La scoperta della propria vocazione è una questione centrale
nell'esitenza di un giovane. Dio desidera che ogni persona possa
scegliere la strada lungo la quale diventare santa. Il fatto che non
tutti riescano a capire e a scegliere è quindi una stortura
rispetto al desiderio di Dio, è un difetto rispetto al
progetto del Regno di Dio, Regno di amore e di pace per tutti.
Se oggi diventeremo migliori collaboratori del Regno di Dio, aiuteremo
la scoperta della propria vocazione di qualche giovane. E allora via,
dai: se oggi decideremo di ritornare a Dio e magari di andarci a
Confessare, il Regno d'Amore di Dio crescerà e un giovane
troverà la sua strada e quando l'umanità intera
vivrà nell'amore, ogni giovane smetterà di
soffrire ricercando se stesso.
Don Nicolò Anselmi
LA
BUONA NOVELLA DELL’AMORE SPONSALE
Negli
ultimi tempi, spesso i miei alunni mi hanno sollecitato con domande
relative alla posizione della Chiesa sul matrimonio di persone dello
stesso sesso, o sul perché la Chiesa sia contraria alla
semplice convivenza; evidentemente le discussioni, in famiglia e sui
media, del tema dei cosiddetti “Pacs” ha preso
campo. I ragazzi risentono delle posizioni degli adulti e spesso le
opinioni si radicalizzano su due estremi.
Da un lato si arriva a volte a vere e proprie volgarità,
rozezze, superficialità che accentrano
l’attenzione sulle unioni omosessuali, identificandole con
epiteti volgari, tanto da costringermi a ricordare loro che
Gesù ci ha insegnato che ogni uomo è sacro, a
prescindere dalle sue tendenze sessuali, quantunque uno le possa
ritenere non adeguate.
Purtroppo è ancora molto diffusa l’abitudine di
etichettare, offendere con termini volgari ed emarginare persone che
anche semplicemente non corrispondano al classico prototipo del
“macho conquistatore” o della “femmina
seducente”. I ragazzi sanno essere cattivi quando ci si
mettono.
L’esempio dall’alto, purtroppo, non manca a tal
riguardo.
Dall’altro lato, con estrema naturalezza si mettono sullo
stesso piano relazioni etero e omosessuali, si giudica impossibile
l’ideale del matrimonio cristianamente inteso e visto come un
rimasuglio folkloristico, un “mercato di nicchia”,
riservato agli amanti del genere, rivendicando diritti in nome di una
libertà più ideologica che sostanziale. Le
relazioni affettive vengono normalmente presentate come estremamente
fragili e insicure, come se fosse innaturale dare continuità
a una relazione. L’ala del “politically
correct” è presente e invoca il diritto di
matrimonio per tutti, senza stabilire poi cosa si intenda per
matrimonio. Il martellamento di tante trasmissioni televisive (Soap
opera, talk-schow, serie di telefilm, interventi di cossidetti vip ed
esperti,..) che tendono a mischiare le carte e a far passare
mentalità più libertine e confusionarie che
libere, ha avuto i suoi risultati. L’obiettivo è
creare una società debole che si affida al consumo
più che a un progetto di vita basato su relazioni solide,
chiare, appaganti .
L’argomento non è facile. Ma pure bisogna
addentrarsi in esso con grande cautela. Cautela dovuta ai vari piani e
alle varie competenze che occorrono per districarsi facendo incontrare
senza confondere i vari ambiti, morale e giuridico, laico e ecclesiale.
Io stesso non possiedo competenze giuridiche tali da sviscerare
l’argomento con la competenza dell’avvocato.
Sono un povero prete di campagna che incontra tanta gente.
Per la chiesa, seguendo le parole di Gesù, il matrimonio
è un patto fra un uomo e una donna. Lo si potrebbe definire
una convivenza pubblica,libera, fedele, per sempre, aperta alla vita.
Non penso che cambiarne il nome sia così importante; ognuno
la chiami un po come vuole; il significato è
chiaro: l’amore fra un uomo e una donna è fatto a
immagine dell’amore di Gesù per il suo popolo. Tra
due uomini o due donne il Vangelo contempla il sentimento forte della
“filia” dell’amicizia, altrettanto forte
e significativo, ma “altra cosa”. Nessuno, di per
sé, contesta la libertà di pensare questo alla
Chiesa, il fatto a volte dimenticato è che la stessa
Costituzione italiana riconosce il matrimonio e la famiglia se non
esattamente allo stesso modo (contempla il divorzio) perlomeno nello
stesso filone. Inoltre, questa impostazione della famiglia basata su un
patto chiaro (quindi sottoscritto) tra un uomo e una donna, pare
condivisa dalla grande maggioranza dell’opinione pubblica
(elemento non decisivo per ciò che riguarda la
verità delle cose, ma assai importante nel gioco
democratico).
Dunque il riconoscimento e la tutela và indirizzata, secondo
la Costituzione a questa famiglia. Una vera politica che aiuti la
famiglia fondata sul matrimonio è stato oggetto persino
della scorsa campagna elettorale, ma purtroppo l’immagine e
la propaganda ha finora sempre prevalso sulla concretezza e sulla
progettualità.
Tuttavia è inutile negare l’esistenza di una
significativa fascia di persone che si trova in una situazione diversa
da quella descritta sopra.
Spesso si tratta di fasce deboli e che comunque si trovano talvolta in
situazioni di difficoltà. Che fare per queste persone?
Ignorarle solo perché sono minoranza? Può uno
stato voltarsi dall’altra parte? Non è il Vangelo
stesso che ci chiede di occuparci di chi è in
difficoltà?
Può la chiesa cattolica pretendere di imporre la sua forma
di convivenza a tutti i cittadini? Ma se la gran parte dei cittadini la
pensa proprio come la chiesa cattolica è giusto che
rinuncino alle proprie convinzioni per equiparare il matrimonio a altre
cose che non si ritengono tali?
Non si possono trovare forme giuridiche che escludano
l’equiparazione dei matrimoni o la creazione di matrimoni A
& B? Non si possono trovare vie che tutelino i deboli, in
qualunque posizione di vita si trovino, senza che li si debba per forza
chiamare matrimoni? L’appello è ai laici
competenti, siano essi credenti e non credenti, affinché
trovino una strada che possa adempiere a quelli che sono i sentimenti
comuni dei cittadini, che da un lato desiderano mantenere la famiglia,
e questa famiglia, come base della società e anzi chiedono
veri aiuti per poterla sostenere, e dall’altro desiderano
venire incontro a tante situazioni di fatto che vedono talvolta
impediti l’esercizio dei propri diritti fondamentali.
La strada più indicata appare proprio quella dei diritti
inviolabili dell’uomo nelle formazioni sociali. Vi sono
interessi individuali e inviolabili, che possono trovare fondamento
nella solidarietà propria di una consuetudine di vita. In
questa situazione possono riconoscersi prerogative collegate a diritti
fondamentali della persona, ma non la forma di relazione connessa.
Situazioni che si potrebbero definire diritti e doveri a rilevanza
esterna il cui nucleo fondamentale può consistere in:
diritto di abitazione; successione in contratti che assicurano
forniture o servizi essenziali; facoltà di visita e di
rapporto personale in situazione di restrizione ospedaliera o
detentiva; assistenza o prestazioni solidaristiche da o verso enti
pubblici o privati; risarcimento del danno in caso di morte. (Cfr Zenit
20-9-2005)
Ma se da un lato il credente
è chiamato a portare il suo contributo nella
società politica, complessa e doverosamente aperta alle
richieste di tutti, ben di più può dal punto di
vista umano e quotidiano di testimonianza della propria fede.
Siamo chiamati come sempre più a salvare che a giudicare. A
testimoniare quanto sia bello il dono sponsale, l’incontro
tra un uomo e una donna in un progetto di vita, segno di
un’amore universale che coinvolge ogni uomo senza lasciare ai
margini nessuno, anche chi a questo progetto non si sente di
corrispondere (non tutti sono chiamati al matrimonio).
Purtroppo l’inculturazione della nostra fede in occidente ha
fatto spesso confondere il matrimonio cristiano con il prototipo del
matrimonio civile:
il matrimonio borghese. L’aspetto di sistemazione sociale,
pur importante ha preso il posto con i suoi obblighi e doveri, con la
sua burocrazia, con le sue leggi scritte dell’aspetto di
felicità e di mutua cura che sottostà al
matrimonio cristiano. Si vede così il matrimonio come un
laccio borghese dal quale fuggire in segno di libertà,
mentre in realtà è amando che sono libero,
è nel dono di sé che realizzo la vera
libertà. O al contrario, la convivenza come meglio
corrispondente a una rapida sistemazione sociale.
L’aspetto dell’Amore, preponderante nel matrimonio
cristiano, risulta sempre ai margini, oramai guardato con disincanto da
gran parte della mentalità comune. E un matrimonio senza
amore è, direi giustamente, rifiutato da molti specialmente
giovani. Ma è proprio nella ricerca di cosa sia
l’Amore che spesso noi siamo ancora troppo assenti. (quanti
al termine di corsi in preparazione al matrimonio esclamano: ah se lo
avessi saputo prima come è bello sposarsi nel Signore!)
Siamo chiamati a sostenere l’uomo nel proprio cammino di
formazione e di formazione alla comunione e alla relazione con
l’altro. Oggi le relazioni si
“consumano”, non sono il paziente tessersi di una
avventura che è il sale della vita. Questo non pare renda
molta felicità all’uomo. La fretta e la
velocità che tutti ci coinvolge sono nemiche
dell’uomo.
Siamo chiamati insomma a testimoniare una vita nuova, diversa. La vita
del risorto. Una vita dove ognuno può trovare la propria
dimensione, dove anche il processo di identificazione
dell’uomo che cerca se stesso, si focalizza
sull’uomo nuovo pensato da Cristo; e la dimensione
comunitaria dell’uomo si apre alla costruzione del Regno
tradotto nella ricerca della Civiltà dell’Amore,
piena solo in Paradiso, ma solo se cammina quaggiù su questa
terra.
Solo la testimonianza di un Amore libero, pubblico, fedele, per sempre,
aperto alla vita potrà essere la risposta sociale della
comunità ecclesiale; perché di questo siamo
convinti: che così ci abbia amato Gesù ed
è lui il nostro metro. Questa gioia vorremmo, nella
reciproca libertà, condividerla e favorirla con chi
organizza, credente o non, la vita dello stato. Per trovare poi il
bandolo della matassa occorre molta preghiera e impegno da parte dei
laici impegnati nella politica a cui attiene questa
competenza: la palla passa a loro. Ma il sostegno e la preghiera rimane
a tutta la comunità.
Don Franco Doragrossa
Amore
e Giustizia
La
giustizia è sufficiente? La giustizia basta a sè
stessa? Sono domande che, scommetto, vedreste facilmente in bocca a uno
di quei filosofi da fumetti, che passeggiano in tranquilli viali
alberati, con la testa tra le nuvole. Se è così
riprendiamoci allora queste domande, rubiamole a questo strano
personaggio immaginario e portiamole nella nostra vita.
Benedetto XVI lo ha fatto in Deus Caritas e il card. Ruini lo ha citato
nella sua prolusione al Consiglio permanente della Conferenza
episcopale italiana.
La Chiesa s’interroga sulla giustizia dunque, si chiede se
per camminare sulla “via dell’uomo che é
via della Chiesa”, come ha scritto Giovanni Paolo II, basti
la giustizia in sè, intesa come il ristabilimento di un
equilibrio materiale nelle relazioni tra gli individui e la
disponibilità per ciascuno di un insieme di beni sufficienti
al soddisfacimento dei propri bisogni. La giustizia in questo senso
prescinde da un coinvolgimento personale, è indifferente chi
provveda, e in qualche modo è indifferente anche il soggetto
che usufruisce di un assistenza in base a criteri di giustizia.
L’oggetto dell’azione Ë dunque la
giustizia in sÈ stessa, non direttamente la persona; il
centro Ë il ristabilimento di un equilibrio giusto, Ë
la giustizia in sÈ a cui miro e se chi ha bisogno Ë
Luigi o Marco non Ë importante: in qualche modo
l’aiuto a Luigi o Marco sono uno strumento per raggiungere la
giustizia. In quest’ottica la carit‡,
cioË l’amore, puÚ essere addirittura
vista negativamente perchÈ richiede di guardare sempre in
faccia la persona che viene aiutata e la chiama per nome, la aiuta
perché è lei ad aver bisogno ed è a
quel bisogno che sento la chiamata a rispondere. Tutto questo secondo
la concezione di giustizia di cui abbiamo parlato distrae dal vero
obiettivo, che come abbiamo detto è instaurare la giustizia;
il mio scopo non è alla fine aiutare Luigi o Marco ma
instaurare la giustizia e non posso permettermi di acquietarmi se non
dopo averle raggiunte. Stona inoltre, secondo questa posizione, la
componente di libertà che è inscindibile
dall’amore. Se l’aiuto è dovuto non
puÚ essere affidato alla liberalit‡ del singolo,
ma deve essere accuratamente pianificato dalle istituzioni.
Sicuramente un ordine giusto è condizione necessaria, e la
dottrina sociale della Chiesa se n’è occupata
dall’inizio. Garante di tale ordine è lo Stato e
la politica ne è lo strumento privilegiato di realizzazione.
Dice Benedetto XVI in Deus Caritas: “) Il giusto ordine della
società e dello Stato è compito centrale della
politica. Uno Stato che non fosse retto secondo giustizia si ridurrebbe
ad una grande banda di ladri, come disse una volta Agostino”
Ma andiamo oltre e poniamoci allora una domanda: Una giustizia di
questo tipo, senza il volto dell’amore è
sufficiente? Spingiamo ancora oltre la radicalità della
domanda: esiste una giustizia che non abbia il volto
dell’Amore e un Amore che non sia giusto?
Per rispondere dobbiamo chiederci ciò di cui noi stessi
avremmo bisogno. Ci basterebbe davvero vedere garantiti i nostri
diritti senza cogliere il volto di chi ce li garantisce e saremmo
soddisfatti pensando che essi ci sono riconosciuti non
perchè siamo noi, con la nostra storia, le nostre
qualità e i nostri bisogni, ma solo perchè siamo
la tappa di un disegno di giustizia più grande, e
perchè possiedo un requisito formale (la cittadinanza, un
reddito di un certo tipo…). Se fossimo malati, ci basterebbe
un letto e un’assistenza assolutamente professionale? Se
avessimo fame un piatto di cibo assegnato d’ufficio ci
sazierebbe? La risposta è senz’altro negativa. Se
tutto questo è necessario dunque, per nessuno di noi
è sufficiente. Ogni atto di giustizia e quantificabile in
termini economici (il costo dell’assistenza ospedaliera,
delle mense per i poveri…) ma l’uomo non
è riconducibile solo a valori economicamente misurabili (e
scambiabili). Una società veramente giusta dovrebbe
rispondere a tutti i bisogni dell’uomo, anche a quelli che
non possono essere oggetto di prestazioni economicamente rilevanti e
che quindi non possono essere ridistribuiti sulla base di criteri di
quantità. L’amore non si compra e non si
ridistribuisce, si dona; non si divide ma si moltiplica, non ce ne si
priva ma si condivide. L’amore infine non puÚ
essere delegato ma ci coinvolge direttamente con la storia e la vita di
chi si ama e di chi si aiuta per amore.
Papa Benedetto afferma quindi che:
“L'amore — caritas — sarà
sempre necessario, anche nella società più
giusta. Non c'é nessun ordinamento statale giusto che possa
rendere superfluo il servizio dell'amore. Chi vuole sbarazzarsi
dell'amore si dispone a sbarazzarsi dell'uomo in quanto uomo. Ci
sarà sempre sofferenza che necessita di consolazione e di
aiuto. Sempre ci sarà solitudine. Sempre ci saranno anche
situazioni di necessità materiale nelle quali è
indispensabile un aiuto nella linea di un concreto amore per il
prossimo. Lo Stato che vuole provvedere a tutto, che assorbe tutto in
sé, diventa in definitiva un'istanza burocratica che non
puÚ assicurare l'essenziale di cui l'uomo sofferente
— ogni uomo — ha bisogno: l'amorevole dedizione
personale. Non uno Stato che regoli e domini tutto è
ciò che ci occorre, ma invece uno Stato che generosamente
riconosca e sostenga, nella linea del principio di
sussidiarietà, le iniziative che sorgono dalle diverse forze
sociali e uniscono spontaneità e vicinanza agli uomini
bisognosi di aiuto”.
Non è possibile delegare l’amore nè
ordinarlo per legge e nel contempo la nostra società non ne
più fare a meno: il contributo di ciascuno, il “di
più” d’amore che ciascuno può
dare è dunque necessario e insieme non può essere
pianificato o imposto. Una società più giusta non
dipende dunque solo da piani di sviluppo sociale o
d’assistenza efficienti, ma dal contributo d’amore
che ciascuno di noi e liberamente chiamato a dare. Tutti siamo dunque
necessari con tutto noi stessi per costruire una giustizia
“giusta”
matteo gillerio
Pasqua
Se
fossimo nati in Cina o in Pakistan saremmo cristiani? Essere cristiani
dipende dalla cultura o ha una radice storica? Le religioni sono tutte
uguali? Credere è in fondo un mistero?
Arriva la Pasqua cioè la Resurrezione di Gesù:
è la grande festa dei cristiani perchè la Fede
cristiana nasce a Pasqua. “Se Cristo non fosse risorto vana
è la vostra Fede” dice San Paolo ai cristiani di
Corinto. Ma Cristo è veramente risorto? A chi mi fa questa
domanda mi viene subito da chiedere “Giulio Cesare
è veramente esistito? Sei sicuro? Chi te lo ha detto? La tua
maestra? Beh, si, è vero, è vero, ne parlano i
libri di storia, ci sono le tracce del suo passaggio. Ma nemmeno la tua
maestra ha conosciuto Giulio Cesare, e nemmeno la maestra della tua
maestra. Noi crediamo all'esistenza storica di Giulio Cesare in base ad
un procedimento storico fatto di fiducia in chi è venuto
prima di noi, una catena di fedeltà che ci riporta fino a
chi ha conosciuto davvero Giulio Cesare.
Notizie tramandate, orali e scritte, testimonianze, oggetti, reperti,
iscrizioni, conseguenze storiche delle campagne di guerra e di altri
gesti compiuti da Giulio Cesare. Nessuno mette in dubbio la sua
esistenza.
Anche circa l'esistenza storica di Gesù non vi sono
incertezze: nessuno ha mai messo in dubbio un simile dato. E' difficile
credere che Gesù sia risorto, ma anche per la
storicità della Resurrezione il procedimento scientifico
è lo stesso: centinaia di testimonianze, libri, persone,
conseguenze sociali enormi, la Chiesa, la fedeltà alla
verità fino al martirio di molte persone che l'hanno
conosciuto.
Senza questa radice storica la fede in Gesù è una
semplice opinione. Gesù a Pasqua mostra la sua
divinità. Cosa servirebbe versare un pò d'acqua
sulla testa di un bambino o mangiare un dischetto di pane azzimo se
questi gesti non avessero un senso storico, se storicamente, duemila
anni fa, non li avesse fatti il Figlio di Dio. Io sono cristiano
cioè discepolo di un fatto storico ben preciso.
Ma la convinzione della storicità di un evento è
solo una parte delle ragioni della mia fede: sono cristiano anche
perchè ho scoperto che la Pasqua è la
verità profonda della mia vita.
La voglia di amare, la paura di donarmi davvero, la sofferenza del
dare, la gioia dell'averlo fatto con l'aiuto dall'Alto, sono
l'esperienza che continuamente faccio nella mia esistenza, nelle
piccole e nelle grandi cose.
In fondo questi passaggi esistenziali rappresentano gli aspetti del
mistero
Pasquale: la mia voglia di amare la ritrovo nell'entusiasmo di
Gesù il Giovedi Santo, nel servizio della lavanda dei piedi
e nel dono di sè
dell'Eucarestia: mangiate, questo è il mio corpo; quante
volte anche noi ci siamo entusiasmati con Gesù in situazione
analoghe. La paura amare la ritrovo in Gesù nell'orto degli
ulivi, quando si trattava di consegnare la propria vita davvero. Quante
volte amare fino in fondo fa paura! La passione, la sofferenza e
l'esperienza di morte che l'amare porta sempre con sè sono
la realtà del Venerdi Santo. Finalmente la gioia vera, lo
sappiamo bene tutti, viene dall'amore: è la gioia della
Pasqua, della Resurrezione, la vita nuova donata a chi, sulla parola
del Padre, ha amato fino alla fine. Gesù è il
senso della mia vita, la sua vita è la mia; egli
è con me, non ho dubbi; Gesù è la
verità.
E allora, se fossi nato in Cina o in Pakistan? Sarei cristiano? Non so
cosa sarei. Oggi sono cristiano e non posso farne a meno; se non lo
fossi, se non vivessi dello Spirito di Gesù morirei
immediatamente.
Buona Santa Pasqua a tutti.
don Nicolò Anselmi
don.nico@libero.it
Anch'io
avevo tutti i giorni una canna in mano
Ma
dai tutti si sono fatti una canna da giovani, anche un ministro lo ha
ammesso.
Mio figlio tutti i giorni aveva una canna in mano: la canna da pesca!
Partiva al mattino con gli amici e tornava la sera.
Però tuo figlio fuma sigarette: il tabacco fa più
morti di qualunque altra cosa. E lo Stato ci lucra pure sopra: che
schifo. Per non dire dei
superalcolici: oggi i ragazzi bevono da morire.
Devi ammettere che è meglio farsi una bevuta al sabato sera
che drogarsi.
Ieri mentre facevo la spesa c’era in farmacia la nonna di...
che comprava degli psicofarmaci; senza che le dicessi nulla mi ha detto
che erano per il nipote e che il medico li prescriveva a lei e non a
lui.
Discorsi di mamme...Veri come tutti i discorsi di chi ama veramente,
impegnativi da affrontare perché impegnativo è
l’uomo.
Mi sembra di poter dire che che le questione di cosa sia bene e cosa
sia male e la questione di come accompagnare le persone verso il bene
allontanandole dal male siano due questioni co.llegate ma distinte; la
prima è una questione etica, la seconda educativa; la prima
riguarda i valori, la seconda la persona. La prima riguarda la meta, la
seconda il cammino per arrivarvi, la prima descrive la vetta della
montagna, la seconda il sentiero per raggiungerla. E’ chiaro
che le due cose sono molto collegate fra loro ma spesso è
importante distinguere per capire e solo successivamente fare sintesi.
Per un verso mi sembra sia importante che la società adulta,
i genitori, gli insegnanti, i sacerdoti riaffermino con forza e
soprattutto con la loro vita e con il loro esempio che l’uomo
è fatto per essere felice e non per stordirsi, per vivere e
non per farsi del male, che ogni giovane è chiamato a
diventare un bravo papà o una brava mamma, un bravo operaio,
un buon medico o un bravo parrucchiere, a fare della propria vita un
capolavoro, ognuno secondo la propria misura: Vorrei dire che ogni
persona è chiamata a diventare santa, a rivoluzionare il
mondo intorno a sé nella linea dell’amicizia e
dell’amore, non certo a dormire o a perdere tempo buttando
via energie preziose. Chi fa cultura dovrebbe esprimere questo
annuncio. La droga, il fumo, gli psicofarmaci, l’alcool fanno
male. Esiste un ordine morale oggettivo.
Ancor più importante deve essere l’impegno
silenzioso, quotidiano, personale della stessa società
adulta che si accorge che non tutti si dirigono con decisione verso la
vetta, che molti sbagliano strada, che per vari motivi camminano
lentamente, spesso perché hanno uno zaino troppo pesante.
Una tentazione sottile è quella di dire “va beh
fermati qui; quello che stai facendo non è poi
così male. Io però vado in vetta, magari ci
vediamo stasera”. Non è facile aspettare,
camminare al passo del più lento, magari portandogli lo
zaino, stimolare, educare, comunicare la gioia di vivere.
Un insegnante pubblicamente, davanti alla classe non può far
altro che dire che tutti sono fatti per prendere dei voti alti, 7 od 8;
solo silenziosamente e personalmente gioirà per
quell’alunno che è riuscito a passare dal 2 al 5,
a lui solo farà i complimenti invitandolo a prendere 6 la
volta successiva. Esiste un ordine morale soggettivo che tende con
pazienza e misericordia e, per chi crede, con l’aiuto di Dio,
verso quello oggettivo.
Dire che tutto va bene, che in fondo c’è di peggio
nella vita, non ci aiuta a diventare santi, ci aiuta a diventare
mediocri anche nella nostra felicità.
Ragionando sulla passione per la vita non posso non citare uno degli
slogan pubblicitari più ascoltati e visti in questi giorni:
Passion Lives Here, la passione vive qui. Ho trovato la frase molto
coinvolgente per quanto riguarda le Olimpiadi ed assolutamente
meravigliosa per quanto riguarda le Paraolimpiadi; che passione, che
voglia di vivere nel volto di quei ragazzi!!! Non vedenti, giovani
sciatori senza una gamba, sportivi in carrozzella...che gioia! Qualche
volta ho sentito dire che i disabili sono un dono; una sensazione
simile me l’ha confermata una ragazza con un fratello down:
mio fratello ha salvato la mia famiglia; non ho mai ripetuto questa
frase ad alta voce per rispetto di chi è disabile ma
anch’io l’ho pensata molte volte. Anzi devo dire
che per me è stato così. Devo gli ultimi passi
decisivi per la mia vocazione ad un campo estivo con i disabili.
Entrare in contatto con un fratello o una sorella disabile, fare un
pezzo di strada con loro, aiutarlo a spostarsi, a mangiare o a vestirsi
ci fa riscoprire la passione per la vita e la tentazione di stordirsi o
di passare i pomeriggi a dormire passa immediatamente. Dopo un incontro
così sei cambiato. Non ti chiedi più se lo
spinello è legale o no, se fa male o se non fa male, se la
legge Fini è meglio di altre leggi! Provare per credere.
Don Nicolò Anselmi.
don.nico@libero.it
VOGLIA
di SPERANZA verso il CONVEGNO di VERONA
Questo numero di Sale e Luce
è diverso dagli altri; vuole essere l’introduzione
ad una grande riflessione che la chiesa italiana sta facendo e che
avrà come momento decisivo un Convegno che si
terrà a Verona nell’ottobre 2006; credo sia
importante che questa riflessione sia il più possibile
conosciuta. Il titolo del Convegno è “Testimoni di
Gesù Risorto, Speranza del Mondo”.
L’espressione Sale della terra e Luce del mondo è
stata rivolta da Gesù ai discepoli proprio a proposito della
testimonianza. I giovani hanno bisogno di sentire parole vere
pronunciate da persone vere e di vedere vite spese felicemente. Oggi
c’è un enorme bisogno di ascoltare esperienze
autentiche, contro le quali le ideologie non possono fare nulla. I
fatti non sono opinioni. E’ bello e importante che le nuove
generazioni sappiano come un adulto ha affrontato con Fede esperienze
di lutto, la gestione di una famiglia numerosa o
l’impossibilità di avere figli, la ricerca della
propria vocazione, la conversione da una situazione di
infedeltà, la capacità di perdonare. E’
importante parlare, raccontare come Gesù Risorto sia
presente nella nostra vita, gridare dai tetti che con Lui risorgiamo
anche noi; come il profeta Giona anche noi siamo mandati alla grande
città per annunciare un tempo di conversione, di ritorno a
Dio, ed il modo migliore per farlo è raccontare
l’agire trasformante di Dio nella nostra vita. I cristiani
non possono essere silenziosi.
Cari adulti, genitori, insegnanti, educatori ed allenatori, sacerdoti,
religiosi e religiose, vi chiedo di incontrare i giovani e di dare loro
testimonianze di Speranza, di dire non solo che Gesù
è sempre con noi ma di raccontare anche come lo ha fatto. La
nostra gioia sarà il segno dell’agire dello
Spirito Santo e della presenza della Provvidenza. E’ bello
vivere secondo il Vangelo. A chi se la sente chiedo anche il coraggio
di alcune testimonianze scritte, anche anonime, da inviare al mio
indirizzo che troverete in calce alla lettera.
In particolare, recentemente mi è capitato più di
una volta di parlare con gruppi di giovani di affettività,
di verginità prima del matrimonio, di castità
matrimoniale, di contraccezione; devo dire che i giovani sono molto
sensibili a questi temi e contenti di riscoprire i grandi valori
dell’attesa, del rispetto: capisco che non è
facile parlare di queste cose, ma la posta permette con debiti
accorgimenti un certo anonimato. Sarei felice di avere tra le mani una
testimonianza che possa dire che è possibile vivere felici
la propria sessualità secondo il disegno di Dio e che invece
una condotta contraccettiva apparentemente più libera uccide
l’amore, allontana le persone anziché avvicinarle.
Sarebbe importante trovare conferme anche sull’invito alla
castità proposto ai fratelli ed alle sorelle con
inclinazioni omosessuali, o ancora che meraviglia sarebbe scoprire che
la preghiera ed il digiuno hanno liberato persone da gravi
schiavitù. E’ necessario parlare, incontrarsi
davvero, raccontare le grandi opere che Dio ha fatto e continua a fare
nella nostra vita.
don Nicolò Anselmi
Piazza San Matteo 3
16123 Genova
don.nico@libero.it
Qui di seguito trovate uno schema di
riflessione sul tema Testimoni di Gesù Risorto, Speranza del
Mondo, a Scuola, all’Università, sul Lavoro. Se
desideri dare un tuo contributo puoi scrivere a
verona2006@centrosanmatteo.org
TRACCIA DI RIFLESSIONE PER GRUPPI
GIOVANI IN PREPARAZIONE AL CONVEGNO ECCLESIALE DI VERONA, 16 - 20
Ottobre 2006 (se vuoi offrire dei contributi scrivi a
verona2006@centrosanmatteo.org )
COSA E'?
- Il Convegno Ecclesiale è un incontro di tutte le
realtà diocesane italiane che si riuniranno a Verona per
fare il punto della situazione della Chiesa in Italia, oggi.
- Ogni gruppo o associazione o vicariato può contribuire con
proprie riflessioni e proposte concrete che verranno poi prese in
considerazione ed utilizzate in un unico elaborato che sarà
presentato a Convegno di Verona.
PERCHE'?
- La riflessione, quantomeno nella misura legata al sensibilizzare ogni
giovane genovese, è utile proprio perché con
questo convegno si vuole tastare il polso della fede e, pertanto, ogni
contributo non può essere che apprezzato.
- A questo proposito il Servizio Diocesano di Pastorale Giovanile
(Centro San Matteo) vuole suggerire una traccia di riflessione che,
anche solo con uno o due incontri, possa favorire
l’elaborazione dei contenuti del convegno stesso.
- Tutti gli elaborati proposti dalle varie realtà giovanili
saranno poi oggetto di un incontro al quale parteciperanno i
rappresentanti dei gruppi che li hanno elaborati per farne ulteriore
sintesi.
LA TRACCIA:
- Gli ambiti attorno ai quali dovrà ruotare la condivisione
saranno 5, in
particolare:
- la vita affettiva (le relazioni interpersonali)
- il lavoro e la festa (la qualità della vita)
- la fragilità umana
- la tradizione (trasmettere i valori, l’apertura al dialogo,
la ricerca della verità)
- la cittadinanza (l’impegno sociale e politico a livello
locale e i problemi della mondo)
e avranno come luoghi di vita
- scuola
- università
- lavoro
dove i giovani maggiormente vivono.
DOMANDE per la RIFLESSIONE COMUNE
--La vita affettiva (le relazioni
interpersonali)--
* Nel tuo ambiente di vita (scuola, università e lavoro) si
vivono delle relazioni affettive che hanno al loro centro la persona,
la coppia, la famiglia, l’amicizia?
* Hai vissuto qualche esperienza significativa a questo proposito?
* In quanto cristiano quale posizione attiva posso prendere per dare
speranza in questo ambito?
--Il lavoro e la festa (la
qualità della vita)--
* Nel tuo ambiente di vita (in particolare quello lavorativo)
c’è spazio per la realizzazione della persona o
prevale il senso del profitto?
* Hai vissuto qualche esperienza significativa a questo proposito?
* In quanto cristiano quale posizione attiva posso prendere per dare
speranza in questo ambito?
--La fragilità umana--
* Nel tuo ambiente di vita (scuola, università e lavoro)
c’è una particolare attenzione alle persone
più deboli e fragili?
* Hai qualche esperienza significativa a questo proposito?
* In quanto cristiano quale posizione attiva posso prendere per dare
speranza in questo ambito?
--La tradizione
(l’educazione, i valori, l’apertura al dialogo e la
ricerca della verità)--
* Nel tuo ambiente di vita (in particolare quello scolastico e
universitario) c’è un reale sforzo di sviluppo del
senso critico, di trasmissione dei valori e di ricerca della
verità?
* Hai vissuto qualche esperienza significativa a questo proposito?
* In quanto cristiano quale posizione attiva posso prendere per dare
speranza in questo ambito?
--La cittadinanza (l’impegno
sociale e politico a livello locale e nei problemi della
mondialità)--
* Nel tuo ambiente di vita (scuola, università e lavoro)
c’è sensibilità ai problemi della
società? Viene sollecitato o favorito l’impegno
politico e sociale, sia a livello locale che per quanto riguarda i
grandi temi del mondo (pace, fame, rispetto della vita, ambiente,
giustizia economica etc…)?
* Hai vissuto qualche esperienza significativa a questo proposito?
* In quanto cristiano quale posizione attiva posso prendere per dare
speranza in questo ambito?
La
mia libertà finisce dove...
La
libertà di una persona finisce dove comincia quella degli
altri. Quando la mia professoressa di filosofia del liceo ci propose
questa frase come sintesi di una riflessione moderna sul concetto di
libertà maturato verso la fine del '700, mi
sembrò una vera illuminazione. In un attimo pensai di aver
capito tutto sull'origine della convivenza civile, di aver compreso
qualcosa di importante sul senso della vita, il rispetto e la
tolleranza.
Dopo alcuni anni il fascino provato per quella frase cambiò
profondamente, fino a diventare fastidio. Mi accorsi che i rapporti fra
le persone non possono essere regolati solo dal rispetto della
libertà dell'altro: sarebbe veramente triste, anzi
devastante. Capii che l'idea di libertà generata
dall'affermazione in questione è infatti all'origine della
civiltà dell'individualismo e dell'indifferenza, la
più grave malattia del nostro tempo.
Lo compresi con assoluta chiarezza un giorno in cui mi
capitò di parlare con una ragazzina che stava dimagrendo
troppo, era davvero anoressica. Le chiesi che cosa stesse facendo, il
perchè di quel comportamento; dopo aver negato la mia
affermazione, mi rispose, in modo molto educato: “Comunque
non si preoccupi, mi lasci stare, che fastidio le do?” In
effetti non mi aveva rubato nulla, non mi aveva offeso, apparentemente
non aveva ferito la mia libertà e quindi io non avevo il
diritto di invadere la sua. Mi lasciò senza parole;
raccontai il fatto a un amico il quale mi rispose che ormai tutti sanno
a cosa vanno incontro quando si comportano così.
“Lasciala stare, poi le passa, e poi, non è una
bambina, bisogna rispettare le sue scelte.” Capii
immediatamente quanto quei discorsi fossero sbagliati e superficiali;
una voce dentro di me mi diceva non potevo e non dovevo rispettare la
libertà di quella ragazza, dovevo invadere la sua
libertà perchè le volevo bene; l'amore invade.
Nella mia coscienza oggi la frase “Sono fatti suoi”
equivale ad una bestemmia.
Negli anni molti miei educatori mi chiarirono che Dio dona a tutti dei
talenti e che, per essere felice, queste capacità vanno
messe al servizio degli altri, pechè siamo come una grande
famiglia.
Anche questo insegnamento mi aiutò molto nella vita e
continua ad essere un faro importante nelle decisioni quotidiane.
Talvolta però ne intuivo il limite: sperimentai che donare
agli altri le miei capacità talvolta non aiutava la
relazione profonda, creava una situazione di distanza.
Recentemente mi sono trovato ad ascoltare e a pensare in varie
occasioni al tema della fragilità umana. Ognuno ha le sue
povertà, lo sappiamo bene.
Ho scoperto che offrire agli altri le proprie fragilità
è difficile ma crea sempre comunione profonda, vera,
autentica, indimenticabile.
Lo penso sia per quanto riguarda i rapporti fra le persone che fra i
gruppi e i popoli.
Mi sembra che questa considerazione sia vera anche nella nostra
amicizia con Dio; Il Sacramento della Confessione è il luogo
privilegiato in cui offrire a Dio la nostra fragilità; chi
non si accosta a questo Sacramento non si illuda, conoscerà
poco dell'Amore di Dio.
La Quaresima è un tempo speciale per rinnovare l'amicizia
non Dio; non perdiamo l'occasione.
Don Nicolò Anselmi
I
COLORI DELL’AMORE
PREMESSA:
IL PROBLEMA
Tante volte nella mia vita, a scuola, nei gruppi, nei colloqui mi sono
sentito rivolgere da ragazzi e ragazze, giovani di ogni estrazione ed
esperienza “Ma come faccio ha capire che lui/lei è
la ragazza della mia vita? Come si fa a capire che ”
“Devo accontentarmi o ricercare la perfezione?”. Il
fatto che mi stupisce di più è che lo chiedono
persone che “stanno insieme” ormai da diversi anni.
Una domanda, come dire, da un milione di dollari, si sarebbe detto una
volta. Tante volte volevo mettere per iscritto riflessioni su una
domanda che non ha in realtà una risposta secca...... e
nemmeno una morbida.
Mi ha dato la spinta la stupenda lettera alle comunità di
BENEDETTO XVI “Deus est caritas” dove vi
è una chiara e profondissima riflessione
sull’amore e dove Eros e Agape vengono visti non come
contrapposti ma come doni che Dio ha fatto
all’umanità per il suo bene. L’Eros
trova il suo vero completamento nell’Agape, l’amore
di donazione, il quale del resto non può che partire
dall’eros, l’amore umano, creato da Dio, che ha
già in sé le potenzialità per crescere
e realizzarsi accogliendo il dono dell’Agape .
Tante volte invece, per mille motivi, le persone dimenticano una
realtà essenziale; l’incontro tra l’uomo
e la donna viene visto nel progetto di Dio come un progetto di
salvezza, non solo come un dovere da adempiere, un bisogno per
assolvere al compito della riproduzione.
Il matrimonio (libera comunione, compagnia di vita fra uomo e donna per
sempre e nella fedeltà) è infatti per il bene dei
due, non è un imposizione. Si sta con una persona
perché la si percepisce come un bene per me. Un malinteso
senso di altruismo copre spesso un incapacità di amare che
parte sempre dal “Ama il prossimo tuo COME TE
STESSO”. Spesso questo accade quando siamo in presenza di
persone particolarmente sensibili, buone, generose, con alti ideali. Ma
spesso non consapevoli dei propri bisogni che mascherano di nobili
intenti “altruistici”.
Quante volte le persone sono costrette a porsi la domanda
“Perché sto con una persona se non mi
piace?” A volte non piace il fisico, a volte il carattere, a
volte le situazioni familiari, a volte le abitudini, a volte i valori
in cui crede. Ma ci si chiede: se non ti piace, se lo vuoi diverso fin
da subito, ma allora perché ci stai? Le motivazioni, ci
dicono fior di studiosi, e le stesse esperienze, possono essere
molteplici. In testa c’è il bisogno di non
sentirsi soli, poi l’adeguamento sociale, spesso la
superficialità che non consente di approfondire le
sensazioni, poi la scarsa stima del sé che non si giudica
degno di ricevere un amore pieno , l’incapacità di
dire no a un corteggiamento e via dicendo.
Fatto sta che si parte subito talvolta non escludendo l’agape
ma escludendo l’eros stesso; non alludo all’aspetto
sessuale ma all’aspetto della ricerca del mio bene; guardo di
più al bene sociale, addirittura al bene
dell’altro ma escludo o nascondo il mio bene. Per timore non
ricerco più la mia felicità insieme a un
‘altro/a ma per paura nascondo il vero me stesso,
accontentandomi di un piacere parziale. A questo punto Gesù
(che ci ha donato il matrimonio-sacramento basandosi sul matrimonio
naturale) ci chiederebbe “Ma perché sposi una
persona che non ti piace?”
Esistono dunque dei criteri, delle ricette per questo? Lo sanno bene
tutti di no. E un credente ben diffida e fugge da facili letture o
strade che indichino la via dell’anima gemella, specie se di
mezzo vi è il danaro. (ancora stanno a discutere se
proiettare o no in tv, maghi, cartomanti, venditori di filtri e
furfanti vari; che
vergogna!)
Tuttavia per stimolare un po la riflessione mi sono lasciato
guidare…… dal mondo dei colori.
Immaginiamo che la vita di coppia sia uno stupendo affresco, di
interpretazione libera, perché infinite possono essere le
combinazioni. Per compiere questo stupendo prodigio in cui sono due gli
artisti protagonisti abbisogno però dei colori,
affinché l’opera sia vera, completa. Certo ci
vorranno non solo i colori, ci vorrà la cornice, la tela,
etc etc. Ma riflettiamo oggi solo sui i colori.
Come sapete bastano cinque colori per fare tutto ciò che si
vuole di sfumature e tonalità; bianco, nero, rosso,
blù e giallo. Il resto è la combinazione di
questi colori-base.
Quali sono dunque nell’amore i colori-base per cui scelgo una
persona perché è il mio bene? O come si dice oggi
“perché mi piace?”
I CINQUE COLORI-BASE
- Il primo colore è il piacere estetico; la bellezza
dell’occhio, il piacere di vedere una persona, di guardarla,
di coglierla nel suo insieme e percepirla come bella. Non ci si
può vergognare della persona che sia ama o costantemente
denigrarla. Vivere con una persona che non reputo bella è
francamente un atto non buono verso questa stessa persona. Sapere
invece cosa mi piace di lui/lei, quel particolare del volto, del corpo
è donare amore. La fisicità non è un
ostacolo all’amore anzi.
(Es: “Don quella mia amica è tanto brava, mi ci
trovo bene, ma non mi piace proprio; ma lei insiste mi ci devo mettere
lo stesso?”)
- Il secondo è un piacere emotivo; le sensazioni anche
fisiche che emana una persona sono facilmente percepibili; il suo
odore, la sua voce, il suo tocco sono piacevoli o fastidiose, non
cè nulla da fare e ben lo sappiamo quando incontriamo chi
non ci sta in empatia “a pelle”. Non avvertire un
piacere emotivo accanto al partner, “sentirlo”
lontano, captare quanto sia lontano dalle nostre sensazioni non
è cosa buona, ci condanna alla solitudine. Sentirsi a
“pelle” è riuscire a comunicare.
(Es: “Stiamo bene insieme ma quando gli parlo di un problema
che ho, cambia discorso e sento che proprio non ha capito niente di
ciò che
sentivo”) (“Quando lo abbraccio lo sento distante,
lontano”)
- Il terzo è un piacere intellettivo e di carattere; la
stima nell’altro, l’essere sorpreso delle sue
qualità dei suoi interessi, dal suo ragionare. Condividere e
avere piacere a comunicare con lui, sapere di poter aprire il cuore nei
nostri ragionamenti e pensieri più profondi. Ricevere
appoggio e forza dalle sue idee. Stimare le sue capacità e
competenze. Sapere di poter confidare sul suo modo di fare, sul suo
equilibrio grande o piccolo.
( Es: “Stiamo bene insieme, è buono, ma delle sue
cose parla solo con gli amici; potremmo stare ore muti senza
parlare”)
- Il quarto è un piacere sociale; il piacere di sapere chi
incontra, dove vive, quale è stata la sua storia, le sue
tradizioni, quali le persone che stima o a chi si ispira, il rispetto
per il rapporto che ha con le persone a lui care, il modo che ha di
affrontare le persone, il tempo che dedica al lavoro, ciò
che fa nel tempo libero, come affronta le situazioni.
(Es: “ A me i suoi amici proprio non vanno; non voglio che li
veda”
“Per carità non vedo l’ora di andare a
convivere così almeno non vediamo più i
suoi” “E’ attaccato a quel suo lavoro di
……. Che gli ruba tutto il tempo)
- Il quinto è un piacere dell’anima; i valori in
cui crede, ciò che spera e che più ama,
ciò per cui dà la sua vita. Condividere i suoi
progetti e le sue idealità, anche se non sono direttamente
parte del mio quotidiano, lo diventano grazie a una vita insieme.
E’
l’abbraccio dell’anima, che è una
sensazione più profonda e lunga, che fa stare bene, sicuri,
protetti, ricambiati.
(Es: “stiamo bene, pensiamo di sposarci, ma lui ha progetti
di grande carriera fuori Italia, mentre io non mi staccherò
mai dai miei”)
Ripeto, ed è ovvio che non
si tratta qua di essere tutto al 100%; o tutto in dosi eguali, basta
una piccola quantità di un solo colore per dare
tonalità giusta. Un tocco di ognuno dei cinque colori base
è però indispensabile, anche minimo, per avere
l’affresco pieno, vivo, con tutte le potenzialità.
Quando manca del tutto un colore penso che si possa passare felicemente
a un altro tipo di affresco il cui tema è la
“Filia”, l’amicizia. Ma questa
è un’altra storia.
Ma con questi colori noi possiamo, se scegliamo di amare, costruire un
affresco stupendo. Certo possono esservi semplicemente dei colori
chiusi nei barattoli, ma chi sceglie di seguire il Signore sa che tocca
a lui dipingere, e il Maestro, che ti seguirà e ti
aiuterà nel dipinto, al quale ispiri il tuo soggetto
è uno solo: Gesù.
DUE ATTENZIONI PRELIMINARI
Prima di chiudere voglio evidenziare quanto sia importante ovviamente
in questo cammino conoscere ciò che “mi
piace” e quanto spesso questo cammino
dell’identità sia rallentato nel mondo
d’oggi e la mancanza di esso è un grosso ostacolo
a che siano creati “capolavori d’amore”.
Costruire l’affresco troppo presto quando ancora i colori non
si sono formati e pronti, rischia di partorire quadri
dell’orror e cancellarli è sempre
un’impresa ardua, difficile, anche se possibile; è
un po complicarsi la vita.
L’altro rischio grande è poi quello di avere
inforcato occhiali monocromatici che ci impediscono di vedere i colori,
anzi ce ne fanno vedere solo uno.. Ne esistono di molti tipi. Da quelli
incorporati che ci portiamo appresso dall’infanzia, a quelli
indotti dalla società multi-mediale. Impedendoci di
riconoscere i colori non consentono di approntare un affresco pieno e
vivace.Anzi ci bloccano su un tema mono-corde. Non solo chi basa tutto
sull’esercizio della sessualità, ma anche chi
miticizza sui valori eterni, rischia di scambiare una splendida
amicizia spirituale con un matrimonio. Pensiamo agli stereotipi di
bellezza presentati dai mass-media, agli usi sociali imposti ma mai
metabolizzati o capiti, alle debolezze emotive che ci tramandano
genitori o troppo assenti o troppo ansiosi. Scoprirli e toglierli
è un cammino che può avvenire già
durante la costruzione dell’affresco ma , per evitare
pasticci che compromettano l’insieme, sarebbe meglio
avvenisse prima. Quanto ai difetti di vista tutti ne abbiamo ma si
possono insieme combattere e migliorare.
CONCLUSIONE
Per finire come dicevo non esistono le ricette giuste; alla fine la
persona giusta è quella che scelgo e che mi sceglie,
insieme, in un mistero che và oltre gli stessi protagonisti.
L’affresco che ne verrà è scritto
già nei cieli, ma qui sulla terra lo componiamo insieme,
uomo e donna, col Suo Spirito di giorno in giorno, nella gioia e nel
dolore, nella fatica e nella speranza. Ai più giovani dico:
preparate la tavolozza dei colori, con cura; agli adulti che i colori
già hanno pronti dico: fidatevi di più di Lui, di
voi e della vita; l’affresco è una cosa viva che
si compone strada facendo, a volte più con un colore che con
l’altro; non abbiate paura e semmai che non trovate o non
venite trovati proprio per nulla, verificate che Dio non vi chieda
altro genere di affresco.
Don Franco Doragrossa
Odio
o Amore alla radice della società civile?
Ognuno
di noi ha un’esperienza diretta di cosa sia
l’amore, ognuno può descrivere un sentimento
un’emozione. In genere si ricordano episodi molto personali
che sono ricollegati all’amore. L’amore
però non è solo un sentimento, perché
se così fosse sarebbe impossibile condividerlo in una
comunità e sarebbe inconcepibile il comandamento di amare
presente nel Vangelo. L’amore quindi è anche
frutto di una scelta: l’amore tra un uomo e una donna,
l’amore nella comunità cristiana,
l’amore per il prossimo, quello per gli amici nascono da
sentimenti diversi e si concretizzano in una scelta (di
fedeltà, di servizio, di comunione di vita...). Le scelte
tuttavia sono ancora personali e individuali (io scelgo). Partendo
dalle riflessioni di Benedetto XVI nell’Enciclica Deus
Caritas est (Dio è Amore) volevo allargare il discorso per
capire se sia possibile considerare l’amore come una
caratteristica della realtà, del mondo, se cioè
sia possibile utilizzare l’amore per capire la
realtà che ci circonda. Così è stato
fatto con l’odio da parte del materialismo dialettico
marxista, che riteneva la lotta di classe, il conflitto, come lo
strumento necessario per capire la storia. L’odio non era
quindi un sentimento individuale ma il modo in cui si interpretava
l’intera realtà.
Mi chiedo dunque se sia possibile considerare l’amore non
solo come sentimento o scelta personale ma anche come
“strumento” per leggere la realtà.
L’anno scorso, parlando dello sciopero allo stabilimento Fiat
di Melfi, mettevo in evidenza i costi del conflitto per tutte le parti
in causa e come, pur riconoscendo in maniera piena il diritto di
sciopero e la sua inevitabilità in alcune situazioni, esso
rappresenti un danno e una sconfitta. Da altri punti di vista, ove si
ritenga che il conflitto, lo scontro, sia necessario e adeguato per il
progredire della storia, lo sciopero non può che essere una
tappa di avvicinamento all’ideale, quindi buono in
sé. La dialettica di classe trova allora nello scontro un
momento fondamentale, giusto in sé, in quanto alimenta il
conflitto. Se l’odio di classe è una
caratteristica strutturale della società, allora lo scontro
è giusto e perfettamente coerente.
Il Cristiano pone L’Amore alla radice dell’uomo e
della Creazione, ritiene che Dio abbia creato l’esistente per
amore, così come dice Benedetto XVI:
“Dio è in assoluto la sorgente originaria di ogni
essere; ma questo principio creativo di tutte le cose — il
Logos, la ragione primordiale — è al contempo un
amante con tutta la passione di un vero amore”. La creazione
dunque ha un senso, una sua struttura che è
l’Amore stesso. In particolare l’uomo, che
è creato a immagine e somiglianza del suo Creatore,
è fatto per l’Amore. L’amore non
è dunque solo una scelta o un sentimento ma è il
principio, la pienezza dell’uomo. Per questo motivo Benedetto
XVI definisce la Carità come necessaria alla giustizia
perché essa “non offre agli uomini solamente un
aiuto materiale, ma anche ristoro e cura dell'anima, un aiuto spesso
più necessario del sostegno materiale. L'affermazione
secondo la quale le strutture giuste renderebbero superflue le opere di
carità di fatto nasconde una concezione materialistica
dell'uomo: il pregiudizio secondo cui l'uomo vivrebbe « di
solo pane » (Mt 4, 4; cfr Dt 8, 3) — convinzione
che umilia l'uomo e disconosce proprio ciò che è
più specificamente umano” (n.28). L’uomo
è fatto per l’amore, e se nel suo cammino se ne
discosta è lì che deve tornare. Non esiste
società giusta che non aspiri a funzionare secondo i criteri
dell’amore e ciò può avvenire solo a
partire dalle scelte libere dei suoi membri. In ciò
è la funzione della Chiesa: “le spetta di
contribuire alla purificazione della ragione e al risveglio delle forze
morali, senza le quali non vengono costruite strutture giuste,
né queste possono essere operative a lungo”
(n.28). Sarà poi compito di ciascun fedele, in particolare
dei fedeli laici, agire direttamente sulle strutture della
società perché risponda alla sua natura
d’Amore.
Confusione
Eutanasia
Caro
prof, mi disse un giorno Luigi, so che lei non la pensa cosi, ma io ho
visto mio zio vivere attaccato ad una macchina respiratoria per due
mesi, come un vegetale; mio padre lo andava a trovare ogni giorno ed
era distrutto pure lui. Se avessimo staccato la spina dopo qualche
settimana sarebbe stato meglio per tutti.
Sono d'accordo con te!
Ma come!?
Addirittura credo sia giusto che una persona possa anche rifiutare la
terza, quarta o quinta operazione chirurgica; credo proprio che se
nella mia vita incontrerò la malattia, rifiuterò
delle cure esagerate e devastanti.
Ma questa è eutanasia?
No, è rifiuto dell'accanimento terapeutico. Proviamo a
capire, anche se non mi sento un esperto a riguardo.
Parto da questo breve dialogo per addentrarmi in un argomento di grande
attualità ancora una volta trattato in modo urlato e
confuso; non pretendo ovviamente di esaurirlo in modo completo,
desidero solo far venire a tutti la voglia di capire, di studiare, di
dialogare, di cercare la verità, il bene dell'uomo e
dell'umanità.
Se domani, passando sul ponte monumentale, vedessimo una persona che
sta per buttarsi giù che cosa faremmo? Certamente tutti
tenteremmo di bloccare la persona per evitare un gesto tragico ed
irreparabile. Istintivamente cercheremmo di salvarlo. La nostra mente,
in una frazione di secondo, ha deciso che con ogni
probabilità, quel nostro fratello sta vivendo una sofferenza
così grande che non è lucido, non è
padrone di sé, quindi intervengo io. Nessuno di noi si
sarebbe fermato dicendo: non intervengo, lo lascio libero,
perché in fondo al cuore sappiamo che chi agisce
così non è libero' sappiamo bene che un suicida
è schiavo di una grandissima sofferenza, di una solitudine
radicale, di un non senso, di un gelo esistenziale. Togliersi la vita
non è un atto di libertà, è sempre un
atto di buia disperazione, ne siamo tutti convinti.
Un giorno un’adolescente mi ha confessato in lacrime che sua
nonna voleva suicidarsi. Era a letto inferma; la figlia,
cioè la mamma del ragazzo, la puliva e la imboccava tutti i
giorni e talvolta perdeva la pazienza. La nonna si sentiva di
“peso” e voleva “togliersi dai
piedi” per non disturbare nessuno; aveva sentito parlare
dell’eutanasia, della morte dolce, di una pastiglia che
vendevano in Olanda. Il ragazzo però era sicuro che sua
mamma amava la nonna e viceversa. Gli dissi di non preoccuparsi,
perché se c’è l’amore non
c’è da temere nulla.
Rifiutare l’accanimento terapeutico, è una cosa
molto diversa dall’assecondare il desiderio suicida di una
persona malata che si sente di peso e vuole “togliersi dai
piedi”. Mia nonna è rimasta molti anni in casa
mia, stupendamente curata ed accudita da mia madre. Ho visto anziani e
malati molto gravi, ricoverati in istituti e costantemente visitati dai
propri parenti. Se ti senti amato, accolto, se senti che gli altri ti
vogliono bene ed accettano il bene che tu vuoi loro, se sai che
Gesù in croce sta vivendo dentro di te allora di
“farla finita”, “di togliersi dai
piedi”, di “eutanasia” non se ne parla.
Certo dobbiamo chiederci con quanto amore sappiamo raggiungere chi
soffre. A Genova si discute spesso del problema degli anziani, del
problema dei malati e della sanità. Che tristezza: gli
anziani e i malati non sono un “problema”, sono
delle “persone” che ci amano, che ci hanno dato e
che ci danno tanto. Chi crede in Dio sa anche che i sofferenti in un
certo senso espiano i nostri peccati, pagano per i nostri errori.
Benedetti malati, vi amiamo, abbiamo bisogno di voi. Grazie.
L'eutanasia è un gesto attivo volto ad abbreviare
l'esistenza di una persona naturalmente viva; rifiutare l'accanimento
terapeutico è invece un atto passivo, interrompere le azioni
verso una persona che sarebbe naturalmente morta o avviata alla morte;
è importante capire e per capire bisogna cercare, con tanta
umiltà e libertà di cuore.
Ancora una volta, su temi così delicati, c'è chi
vuole seminare confusione: Eutanasia e Rifiuto dell'Accanimento
Terapeutico sono cose diverse; ancora una volta c'è chi
propone false visioni della libertà e false
verità, bugie. Talvolta mi viene il dubbio che alcuni di
questi cosiddetti maestri siano in buona fede, non capiscano: per
questo amo anche loro, prego per loro e non li giudico. Non importa se
passerà e come passerà una Legge che permetta
l’Eutanasia. Impegniamoci a renderla
“inutile” che nessun anziano, nessun malato, nessun
depresso, chieda mai di “farla finita”
perché si sente amato e importante per tutti. I malati sono
loro dei veri maestri, autentici docenti universitari: con alcuni
giovani talvolta andiamo al Cottolengo di Don Orione a tenere compagnia
agli ospiti o ad imboccare chi non riesce a muovere le mani; con altri
siamo stati anche a Lourdes e riceviamo sempre delle lezioni di vita
indimenticabili: chi soffre ci mostra ciò che è
davvero importante, ci insegna a ringraziare, ci insegna l'Amore che
è il tutto della vita.
Don Nicolò Anselmi
Cosa
sei disposto a perdere per la Pace?
Durante le feste di Natale sono stato
con gli amici della Caritas a visitare i Balcani, toccando note
cittadine martoriate dalla guerra degli anno novanta, come Mostar e
Sarajevo e meno noti villaggi, sia Bosniaci, sia Serbi che Croati dove
la Chiesa genovese, tramite la Caritas ha portato la sua presenza di
solidarietà e aiuto.
Come ben potete immaginare le sensazioni, le emozioni, le riflessioni e
gli incontri vissuti non si possono condensare in poche righe.
Proverò con voi e per voi a riportarvi le mie riflessioni
sulla complessità della pace, che diventa tanto
più urgente e importante quanto più essa si
presenta complicata e impossibile. “Nulla è
impossibile a Dio”, la frase di stampo natalizio mi si era
per fortuna ben impressa nel cuore.
La guerra nei Balcani è stata quanto di più
tremendo e complesso si possa immaginare. Specie le città
bosniache ne hanno risentito in maniera profonda. Si ha la sensazione
girando tra case ancora non ricostruite, palazzi sventrati e lasciati a
simbolo perpetuo di memoria astiosa (per dire “non
dimentichiamo”) facciate di case ancora sventagliate dai
buchi delle granate e delle mitragliatrici, che il paese non sia stato
bombardato nelle cose ma nell’anima. Un anima complessa e
instabile che è ancora offesa e non riappacificata dalla
guerra. La stessa comunità cattolica non si sente affatto in
pace, ma come se qualcuno avesse imposto dall’alto una
soluzione affatto gradita. Il nazionalismo raggiunge livelli che noi
non riusciamo a pensare. L’economia ristagna ed è
fonte ancora di povertà. Gli abitanti del luogo puntano il
dito verso l’Europa pronta a fare affari (l’Italia
è in prima fila; le sue banche, proprio loro, hanno fatto
man bassa di proprietà dopo la guerra, ma qua si parla solo
di Opa….) , ma a dimenticarsi poi delle esigenze della
popolazione. Si sentono abbandonati.
Abbiamo incontrato un parroco di Mostar che in modo molto chiaro ci ha
messo in guardia dal fargli prediche pacifiste “Non a voi
hanno massacrato i parenti, ma a me sì”. Neppure
il celebre ponte di Mostar riesce a essere volano di speranza in quanto
“hanno concentrato gli aiuti sul ponte. Ma tutto il resto lo
hanno abbandonato. Spente le telecamere addio”. Le
testimonianze raccolte ma anche tanti articoli raccolti in precedenza
per preparare il viaggio illustrano i Balcani come caffettiera pronta e
borbottare ancora e per un bel po’. Gli accordi di Dayton
sono ormai dello scorso millennio. Urge una riflessione e una azione
urgente.
Alla fine la sensazione era davvero di grande tristezza e abbandono; ti
aleggiava intorno e ti prendeva; una sensazione di crepuscolo come era
il tempo e la stagione. Alla fine ti assaliva un senso di impotenza: ma
qui staranno mai in Pace? Che senso ha la nostra presenza?
Cosa mi ha fatto balenare lampi di Pace allora? La festa e la gioia dei
bimbi incontrati e il sorriso degli anziani davanti a semplici momenti
di condivisione come un caffè (alla turca) o un
thè.
Romantico? No. Credo che la speranza la si possa solo cercare nel cuore
dell’uomo, nella voglia dei giovani di vivere e costruire un
mondo che sia senza guerre e nella capacità degli anziani di
trasmettere ai giovani l’orrore della guerra. Solo
lì la speranza prende vita. L’uomo è la
via della Chiesa. Gli orfani e i preadolescenti di Aleksinac sono tanto
uguali ai nostri genovesi e gli anziani pure. I primi hanno grandi
occhi tristi per paura dell’abbandono,i secondi una gran
voglia di giocare, ridere e scaricarsi, i terzi di parlare,
chiacchierare e stare insieme con qualcuno che ti ascolta.
L’uomo mi dà speranza e forza nella missione
educativa.
E’ possibile educare alla pace? Io credo di sì, a
patto che siamo consapevoli che è una sfida davvero grande,
impervia, ostacolata. Credo che nel cuore dell’uomo sia
scritta la voglia di pace e che per quanto il maligno semini la
zizzania dell’odio sotto varie forme e apparenze noi non
dobbiamo scoraggiarci e continuare a seminare il bene.
Nei nostri catechismi, nelle nostre preghiere ben sappiamo come
costruire la pace.
La Pace nasce dalla pace con se stessi, dal trovare un senso alla
nostra vita. Chi non è in pace con se stesso non
può fare il secondo passo che è la pace col
fratello, col mio vicino, con i miei parenti, con i miei colleghi, con
quelli che incontro sulla strada ogni giorno. Dalla relazione la pace
si trasferisce poi agli strumenti di relazione; l’economia,
la finanza, il commercio, la politica, il lavoro. Predicare pace senza
trasformare queste realtà in luoghi a servizio della pace
è solo fare del romanticismo. Solo da qua si può
passare a relazioni internazionali pacifiche, serene, costruttive. E
soprattutto la Pace per un credente è un Dono è
un’Incontro. Il Dio della Pace non ha spazio per guerre. Ma
anche per “gli uomini di buona volontà”
la Pace rimane un atto di fede; crederci profondamente.
C’è una bella canzone di un cantautore moderno che
riprende lo spirito del vangelo e dice “Mi fido di te. Cosa
sei disposto a perdere?” Se non impareremo a perdere, a
morire, non riceveremo mai nulla. La Riconciliazione e la Pace, a
partire dai piccoli gesti parte proprio da qua. “Cosa siamo
disposti a perdere per la Pace? Siamo conviti che il fratello sia un
dono di Dio, anzi la presenza stessa di Dio? Per riconquistarlo cosa
sono disposto a perdere? Proviamo a vedere alcune piste di azione e
riflessione.
- Siamo disposti a “perdere tempo” per cercare in
un cammino di fede, nel silenzio, nella preghiera, nella condivisione
un senso alla nostra vita?
- Siamo disposti a gesti veri di riconciliazione all’interno
delle nostre comunità, dei nostri gruppi che spesso sono
piccoli Balcani pronti a borbottare in eterno?
- Siamo disposti a lavorare insieme agli “uomini di buona
volontà” per rendere gli ambienti dove viviamo
luoghi di pace, di relazioni sincere, vere, dove a volte si
può anche perdere, ma mai il rispetto per le persone?
- Siamo disposti a perdere dei privilegi economici pur di incentivare
una economia mondiale che sia più equa, giusta, disponibile
a smetterla di giocare all’economia di mercato per guidare un
mercato che sia più equo?
- Siamo disposti a compiere o sostenere iniziative “a
perdere” come quelle che la Chiesa genovese compie a Genova e
nei Balcani e in altri mille posti, per essere segni di speranza e
ponti di pace?
La Pace si costruisce e và avanti tanto quanto noi ci
crediamo e la riteniamo possibile quanto più gli altri la
ritengono impossibile. Cosa siamo disposti a perdere?
Don Fully Doragrossa
Sale e Luce SCIENZA e SENSO della VITA (di
Matteo Gillerio) A seguire una CONSIDERAZIONE su METTEVANO in COMUNE i
LORO BENI (di Nicolò Anselmi)
Se vuoi diffondi questo scritto presso
i tuoi amici, sul posto di lavoro, a scuola,
all’università, in parrocchia, come SERVIZIO e
spunto di DIALOGO, non di SCONTRO; per ricevere e rispondere scrivi a
saleluce@centrosanmatteo.org
Un’amica ha recentemente
perso il marito per un malore, improvvisamente.
Era atterrita dall’idea che potessero fargli
l’autopsia, che si accanissero sul corpo del marito per dare
risposte che per lei non avevano più valore.
“Che senso ha?”, mi ripeteva, “Lui non
c’è più”.
Weber, un grande scienziato sociale, uno dei padri della sociologia,
avrebbe potuto risponderle con una frase di Tolstoj, che viene citata
nel suo libro “La scienza come professione”:
“La scienza è priva di senso perché non
dà alcuna risposta alla sola domanda importante per noi: che
cosa dobbiamo fare? Come dobbiamo vivere?”. Perché
siamo al mondo, perché soffriamo, che senso ha la nostra
esistenza…non sono dunque interrogativi ai quali la scienza
possa rispondere, eppure sono domande assolutamente
ineludibili:
ogni persona da quando inizia a pensare motiva la sua vita a partire da
queste domande. Le risposte dunque vanno cercate altrove: nella fede,
in una filosofia, in un sistema di valori, non nella scienza. Essa da
risposte parziali, destinate a essere superate; il progresso
scientifico non è altro che il continuo invecchiare di
teorie scientifiche superate da altre migliori. La teoria sceintifica,
per dirla con Karl Popper, non è mai vera, non è
stata ancora superata. Così è logicamente
impossibile pensare che la scienza possa spiegare una volta per tutte
l’origine dell’universo, la sua nascita, il suo
emergere dal nulla. Per quanto possa spingersi avanti potrà
fare delle teorie parziali sullo stato del cosmo in un qualche tempo
anche molto remoto. Ma dire che questa è
l’origine, ovvero il confine tra il nulla e
l’essere non è cosa che la scienza empirica possa
provare con i suoi strumenti. La stessa Margherita Hack in un
intervento al programma televisivo “Il Grillo” del
14 Marzo del 2000 afferma che: “I dati moderni, acquisiti
grazie alla fisica quantistica, indicano che l’Universo
primordiale doveva avere dimensioni estremamente piccole - molto minori
delle più piccole particelle elementari - ma non nulle, e
una temperatura e una densità enormemente grandi, ma non
infinite. D’altra parte, la nostra fisica non è in
grado di spiegare cosa ci fosse prima di tale istante. In altri
termini, noi non abbiamo i mezzi per capire se effettivamente questo
sia stato l’"inizio" dell’Universo, o se prima
esistessero altre condizioni che ancora non siamo in grado di spiegare:
preferiamo chiamarlo "inizio", il che non significa che lo sia stato
nel senso comunemente inteso.”
Eppure le domande di senso ultimo, non sono indifferenti per lo
scienziato, in quanto uomo, e condizionano la sua ricerca scientifica,
nelle motivazioni, nella scelta dell’oggetto, negli scopi,
nelle modalità.
Si tratta di scelte che chiamano in causa la sua
responsabilità personale.
Vi sono scienziati che, rimanendo ottimi scienziati hanno commesso
crimini
abominevoli: pensiamo agli esperimenti condotti sugli ebrei prigionieri
nei campi di concentramento; non si trattava di sadici e i protocolli
di ricerca erano sicuramente molto rigorosi. L’aberrazione
non era di carattere scientifico ma etico: erano le motivazioni, gli
scopi e i mezzi della ricerca a renderla criminosa.
D’altre parte vi sono scienziati hanno messo e mettono a
repentaglio la vita per ricerche pericolose a beneficio di altri che
non conoscono e non conosceranno. Anche questa non è una
motivazione scientifica ma etica, filosofica, religiosa che certo non
compromette certamente i risultati scientifici delle ricerche
così condotte. Scrive il poeta turco Nazim
Hikmet:
“La vita non è uno scherzo.
Prendila sul serio
Ma sul serio a tal punto che messo contro un muro, ad esempio, le mani
legate, o dentro un laboratorio col camice bianco e grandi occhiali, tu
muoia affinché vivano gli uomini gli uomini di cui non
conoscerai la faccia.
E morrai sapendo
Che nulla è più bello, più vero della
vita”.
La libertà di ricerca è dunque
responsabilità di ricerca, delle ragioni, dei mezzi e degli
scopi della ricerca. Il progresso ad ogni costo, il ricercare sempre e
comunque, è una possibilità ma non un dogma, non
è un concetto scientifico, inevitabilmente implicato
dall’essenza stessa della ricerca. E’
lecito discuterne, discutere i limiti, stretti o larghi di una
libertà, che come tutte le libertà di questo
mondo è limitata. La scienza non è una fede, la
scienza ha la s minuscola, non è mai in sé lo
scopo e non lo contiene; E’
un utilissimo strumento di conoscenza se utilizzata per il molto che
può dare, ma una formidabile arma
d’autodistruzione se diventa un idolo fine a se stesso.
Chiedere alla scienza di indicare la direzione verso cui si deve
dirigere l’umanità è come trovarsi
sulla nave di cui parlava Kierkegaard:
“La nave è ormai in mano al cuoco di bordo e le
parole che trasmette il megafono del comandante, non riguardano
più la rotta, ma quello che si mangerà
domani”.
Matteo Gillerio
CONSIDERAZIONE su METTEVANO in COMUNE
i LORO BENI --Leggendo sale e luce 'Mettevano in comune i loro beni' ho
pensato che forse potrebbe essere di stimolo per qualcuno conoscere la
mia esperienza.
Non voglio essere presuntuosa e non sono nemmeno brava a scrivere, ma
il dolore che mi porto dentro deve e può aiutare a capire
quanto sia vero quello che dice Nicolò
'... Ho incontrato molte ragazze e
donne che, in un momento di debolezza e di confusione, hanno percorso
strade apparentemente più facili: ne sono uscite devastate.
Non si parla mai di questa situazione, della morte interna che rimane
nella ragazza o una donna dopo l’aborto perché,
giustamente, loro per prime non desiderano parlarne: è un
dolore troppo grande ed è giusto rispettarlo....'.
Qualche anno fa in un momento di
incoscienza decisi per pura comodità (studiavo ancora e non
mi sentivo pronta per avere un figlio), dopo aver fatto l'amore col mio
fidanzato, di prendere per "sicurezza" la cosiddetta "pillola del
giorno dopo".
Andai al consultorio e purtroppo nessuno mi fece riflettere sul gesto
che stavo per compiere, nessuno mi spiegò effettivamente
come funzionava e cosa realmente era. Per molti questa potrebbe
sembrare una storia di poco interesse, ma ancora oggi io porto nel
cuore un grande dolore. Il Signore mi avrà perdonata, ma
dentro di me non riesco a pensare di aver compiuto un gesto
così brutto, forse non sarei comunque rimasta in cinta, ma
non è questo quello che conta, ciò che importa
è che io ero pronta a negare la vita. Sono sicura che se
avessi trovato qualcuno che invece di darmi la pillola, come se fosse
una "vitamina", mi avesse aiutato a capire il senso di quello che stavo
facendo e mi avesse aiutato a superare i dubbi e le angosce, ora non
porterei nel cuore questa macchia.
Oggi sono sposata con lo stesso ragazzo con cui ero fidanzata. Abbiamo
una splendida bimba, che abbiamo faticato ad avere, e non sapete quante
volte ho pensato che non avrei avuto più un figlio, per
punizione, per colpa del gesto che avevo compiuto. Fortunatamente Dio
è grande e misericordioso e a dispetto di quello che tanti
pensano, non è vendicativo. Io ho avuto il dono della
maternità e sono felicissima, credo sempre più
che non ci sia al mondo nulla di così bello e importante.
Penso che solo guardando un bimbo si possa cogliere il senso della vita
e l'amore di Dio.
Non giudico chi abortisce per una scelta convinta o chi come me assume
la pillola del giorno dopo, senza neppure sapere cosa sta facendo, ma
vi dico se fate l'amore, fatelo con la testa, non solo per soddisfare
un istinto.
Pensate prima se vi sentite in grado di crescere un figlio, non fatevi
trovare impreparati. L'amore è una cosa bellissima
è il gesto di totale donazione che, anche se non sempre
genera vita, deve esserle aperto. Chiedo molto umilmente, ma col cuore
a chi ne ha la possibilità, a chi lavora nei consultori,
negli ospedali, a chi fa le leggi a chi opera al fianco di chi si trova
in situazioni simili di aiutare le donne, non dando loro solo la
possibilità di abortire, ma un sostegno psicologico, un
momento di dialogo e di confronto per non farle sentire sole, ma
supportate, per farle capire che la vita non va negata, ma va tutelata
e per farle capire che non basta abortire o prendere qualsiasi pillola
per cancellare quella VITA.
una mamma --
Mettevano
in comune i loro beni
Mettevano in comune i loro beni: gli
Atti degli Apostoli così descrivono i primi cristiani.
Alcuni hanno utilizzato questa espressione per affermare che i
cristiani in fondo erano i primi comunisti della storia; ma nelle
chiese primitive i beni erano messi in comune nella libertà
e per amore e non per legge e per dovere.
Ma a parte questo, di quali beni si trattava e quali di questi possono
essere ancora messi in comune oggi, nella libertà e per
amore.
In primo luogo mi viene da pensare ai beni materiali, quelli che hanno
un valore in denaro. Molti dei beni che possediamo sono necessari,
moltissimi sono davvero superflui. Quante persone faticano
economicamente ad arrivare a fine mese e quante cose inutili ingolfano
i nostri armadi. Non dovrebbe essere difficile imprestarsi le cose,
metterle in comune. Senza dimenticare che mentre noi spendiamo in fumo
(leggi sigarette etc…) cascate di Euro, circa 1,5 miliardi
di persone vivono con meno di un Euro al giorno.
Mi viene subito in mente che è possibile mettere in comune
anche altri
beni: le preghiere, le sofferenze e i digiuni; quante persone mi
chiedono preghiere, per se stesse, per i figli, i loro cari. Tutti
possiamo pregare:
se crediamo nella potenza dell’offerta del dolore,della
preghiera e del digiuno, si può iniziare pregando per i
propri genitori, i propri colleghi, gli amici, gli insegnanti, le
situazioni di difficoltà di cui siamo a conoscenza. In
questo modo la vita diventa un’unica, lunga preghiera, una
potenza incontenibile che cambia il mondo.
Ancora: possiamo mettere in comune tempo ed energie; talvolta si tratta
semplicemente di essere presenti, di partecipare, di soffrire insieme,
rinunciando ai nostri progetti, donare la nostra presenza a fianco
degli altri.
Si potrebbe andare avanti, ognuno potrebbe individuare personalmente i
beni che sarebbe disponibile a mettere in comune, sino ad arrivare al
dono totale di noi stessi, sull’esempio di Gesù e
di tanti santi e grandi personaggi della storia. Vorrei però
fermarmi su un dono particolare.
Alla domanda: “Quale è il bene più
grande che possiedi, la cosa più importante della tua
vita?” , molti, moltissimi giovani, quasi tutti,
rispondono: la mia famiglia.
E’ possibile mettere in comune questo bene? In un certo senso
direi di sì; le ricerche ci dicono che sono circa 50.000 in
Italia le famiglie disponibili ad adottare un bambino.
In questi giorni, in coda al dibattito sulla pillola RU486, si fa un
gran parlare della legge 194 sull’interruzione della
gravidanza. Molti hanno paura che i cattolici desiderino ritoccare
questa legge.
I have a dream, Io ho un sogno (Martin Luther King non si offenda): non
desidero assolutamente abolire la legge sull’aborto: il mio
sogno è quello di renderla INUTILE perché tutte
le ragazze e le donne del mondo hanno accettato di far nascere i propri
bimbi, di essere aiutate a crescerli, sapendo che i bambini sono la
cosa più bella e la gioia più grande del mondo.
Madre Teresa, a questo proposito, diceva provocatoriamente,
rivolgendosi alle donne che desideravano abortire,”care
sorelle, se non riuscite a crescere i vostri figli, dateli a
me”.
E’ ovvio, si tratta di una provocazione; i problemi economici
sono facilmente superabili: non è difficile mettere in
comune i propri beni materiali e sostenere una giovane mamma; i
problemi educativi e psicologici sono più complessi ma si
possono affrontare: non ho mai visto nonne non disponibili ad aiutare e
proprie figlie, per non parlare poi di tanti aiuti che sempre arrivano;
è necessario avere fiducia.
Vorrei tanto ascoltare le testimonianze di ragazze che, pur avendo
avuto il dubbio di abortire o meno o avendo subito le spinte a farlo,
hanno portato avanti la loro gravidanza fino alla maternità!
Vorrei tanto chiedere loro: cosa pensi del tuo bambino? Conosco molte
ragazze in questa
situazione: i loro figli sono il loro respiro, la luce della loro
esistenza. La Vita e , per chi crede, la Provvidenza sono oneste e
aiutano chi cammina nel bene e nella verità.
Ho incontrato molte ragazze e donne che, in un momento di debolezza e
di confusione, hanno percorso strade apparentemente più
facili: ne sono uscite devastate. Non si parla mai di questa
situazione, della morte interna che rimane nella ragazza o una donna
dopo l’aborto perché, giustamente, loro per prime
non desiderano parlarne: è un dolore troppo grande ed
è giusto rispettarlo.
A queste sorelle dico di ricominciare: Dio Padre vi ama ed ha un
progetto di felicità per ognuna di voi. Ricominciamo
mettendo in comune la nostra vita. Come ha fatto Gesù
Bambino. Buon Natale a tutti!
Don Nicolò Anselmi
Visita www.mpv.org Progetto Gemma
GENOVA,
G8, AIDS, PRESERVATIVI e dintorni…
GENOVA, G8, AIDS, PRESERVATIVI e
dintorni… Giovedì 1 Dicembre in tutto il mondo si
celebrerà la Giornata Mondiale di Lotta all’AIDS.
Credo di non sbagliarmi dicendo che noi genovesi abbiamo una sorta di
debito nei confronti di questa giornata, in quanto la questione della
lotta alle malattie nei paesi poveri era uno dei punti
all’ordine del giorno del G8 di Genova.
Tutti sappiamo che la malattia che miete più vittime nel
mondo è la malaria e quanto siano inadeguati gli sforzi
fatti per la ricerca scientifica in questo ambito: la malaria non
esiste più in occidente e quindi che interesse
c’è a studiarla? Inoltre l’ipotetico
vaccino dovrebbe essere venduto a persone che non avranno certamente i
soldi per comprarlo (Africa e giù di lì) o,
peggio ancora, qualcuno potrebbe pensare, ma mi rifiuto di crederlo,
che tutto sommato sia meglio che un po’ di malaria rimanga
proprio per poter continuare a vendere cure palliative ma non
risolutive del problema, un po’ come i virus dei computer che
vengono messi in giro dalle ditte produttrici di antivirus.
Per quanto riguarda l’AIDS e la sieropositività,
che al contrario esiste sia in occidente che nel resto del mondo,
sappiamo che alcuni farmaci riduttori del danno esistono ma sono
costosissimi in quanto frutto di notevoli investimenti a livello di
ricerca fatti dalle case farmaceutiche e quindi brevettati.
Personalmente conosco una mia amica d’infanzia che oggi vive
in Inghilterra, sieropositiva ormai da più di 15 anni, che
si sta curando e sta abbastanza bene ma con spese mediche spaventose.
Quando c’è di mezzo il denaro la questione diventa
subito seria: la compassione cessa immediatamente per lasciare il posto
alle leggi ed ai conti.
I milioni di morti di cui si parlerà l’1 dicembre
ci pongono delle domande:
chi deve fare la ricerca, solo le case farmaceutiche private o
soprattutto gli stati e le università? Le scoperte devono
solo servire al mercato o non dovrebbero essere messe al servizio
dell’uomo? I brevetti hanno senso in questi ambiti? Ed
eventualmente gli stati non dovrebbero essere loro a comprarli? Mi
sembra che su questi temi ci possa essere spazio per un impegno civile
e cristiano importante ed evidente.
Passo ora ad una seconda
considerazione di tutt’altra natura, più
complessa, anche se legata all’1 dicembre.
Lo scorso anno, in questa ricorrenza, mi sono imbattuto in una
distribuzione gratuita di preservativi nei pressi di una
facoltà universitaria scientifica; non si fermava quasi
nessuno; alcuni giovani erano visibilmente stizziti. Alcuni ridevano e
tiravano dritti. Provo a immaginare le risposte silenziose: Grazie, ma
i meccanismi di trasmissione sessuale del Virus li conosco
già e so, eventualmente come cautelarmi, oppure Grazie ma
pochi Euro per comprarmi una confezione di profilattici li ho
anch’io.
Mi chiesi se quei preservativi non fossero per caso prodotti dalla
stesse case farmaceutiche che si tengono ben stretti i brevetti delle
medicine
antiAIDS: probabilmente si; che strano progetto
c’è dietro?
Andando avanti nella riflessione mi
domandai che significato avesse un regalo di questo tipo: forse
potrebbe avere un senso farlo ai tossicodipendenti, non certo agli
studenti di biologia o di medicina!
Anche i nostri fratelli e sorelle che sono finiti nella droga e nella
prostituzione fortunatamente ci stanno molto attenti.
Chi è finito nella droga ha bisogno di ben altro, ha bisogno
di essere curato, amato, aiutato, capito, sostenuto, di qualcuno che si
prenda cura di lui, ha bisogno di persone non certo di cose; se ci
fermiamo al preservativo vuol dire che abbiamo capito davvero poco.
Beh, allora potremmo spedirli in Africa ed insegnare agli indigeni ad
usarli!? L’Africa è invasa dai preservativi; gli
africani sanno benissimo a cosa servono e come si calzano (non ci vuole
molto…non so che idea di “africano “
abbiamo nella mente), eppure l’AIDS dilaga, anzi i numeri
aumentano! Le strade sono altre, non vi è dubbio.
L’Africa ha bisogno di pane, acqua e scuole!
Un’ultima considerazione. Qualcuno, nei dibattiti televisivi,
accuserà i discepoli di Gesù, la Chiesa, di
“essere contro i preservativi” e quindi contro la
salute e quindi contro l’uomo.
Mi permetto di spiegare a questo proposito la differenza tra
l’affermazione generale di un valore (l’uso del
preservativo non aiuta a crescere l’amore) e le circostanze
concrete in cui il valore viene vissuto. Mi spiego.
Pensate a un bicchiere di acqua sporca di fango, di pozzanghera:
è la vostra bibita preferita? Certamente no, noi normalmente
(attenzione a questa parola “normalmente”) beviamo
acqua pulita per crescere sani; eppure per una persona che sta morendo
di sete nel deserto, in una situazione di emergenza, in quella
particolare circostanza anomala, una pozzanghera fangosa potrebbe
essere la sua salvezza. I reni e lo stomaco non saranno certamente
contenti di quella argilla che si depositerà, ma per
ora…con gradualità. E’ necessario
comporre l’affermazione di principio (l’acqua
fangosa fa male) con le circostanze (in emergenza, se stai morendo di
sete, bevi pure quest’acqua sporca) nella speranza che si
arrivi al momento in cui tutti possano bere dell’acqua
cristallina e pura.
Analogamente possiamo dire che normalmente un atteggiamento non aperto
alla procreazione ferisce l’amore e non lo fa crescere, anzi
alla lunga, come tanti bicchieri di acqua fangosa creano gravi problemi
di salute, così l’uso contraccettivo
creerà gravi problemi all’amore,
allontanerà le persone anziché avvicinarle.
Se un ragazzo o una ragazza fanno
l’amore con chi gli capita, mettendosi a rischio di prendersi
delle malattie è meglio che di profilattici se ne mettano
10, non 1, e ben robusti, parola di prete, ma subito dopo spero che
qualcuno li accompagni da uno psicologo o da qualcuno che si occupi di
loro!
I veri discepoli di Gesù
tentano di scoprire, percorrere e indicare agli altri la strada che
porta alla felicità e contemporaneamente si spendono, con i
loro difetti, per accompagnare con gradualità chi
è nel bisogno e desidera camminare su questa strada.
Per capire queste cose bisogna
però imparare la lezione di Socrate: essere umili, disposti
a faticare, sapendo di non sapere, liberi dai condizionamenti e dalle
ideologie, poveri, amanti della verità, sentendosi sempre in
cammino, cominciando dal sottoscritto.
Don Nicolò Anselmi
PS il 30 novembre è la
Giornata contro la Pena di Morte; Puoi inviare a saleluce@centrosanmatteo.org un elenco di nomi di persone favorevoli all’abolizione pena
di morte e un elenco di persone favorevoli alla liberalizzazione
dell’uso delle medicine ed alla ricerca per il bene
dell’umanità. Questi elenchi verranno pubblicati
sul SITO www.centrosanmatteo.org non hanno alcun valore giuridico ma hanno un gran valore culturale.
Contributo per Genova 2004 a cura del Servizio
Diocesano di Pastorale Giovanile dell'Arcidiocesi di Genova.
XXIII Numero
Finisce
qui l’avventura di Sale e Luce; tra pochi sarà
giorni sarà Natale e verrà nel mondo la Luce
vera, quella che illumina ogni uomo.
Vogliamo scusarci per
l’incompletezza con cui abbiamo trattato alcuni argomenti;
non avevamo la pretesa di fare delle trattazioni sistematiche di un
problema; era nostra intenzione offrire semplicemente un punto di
partenza per un dibattito, per una riflessione personale o fatta
insieme ad amici, in parrocchia o a scuola, sul lavoro o in famiglia.
Vogliamo ringraziare tutti coloro che durante quest’anno ci
hanno incoraggiato, a parole o per iscritto; grazie anche a chi ci ha
criticato in modo costruttivo. Noi ci siamo divertiti scrivendo e
speriamo che qualcuno si sia divertito leggendo. Vogliamo incoraggiare
tutti a continuare a pensare, a cercare la verità, a seguire
la stella, a sperare, a riflettere, a dialogare, a pregare, a non
appiattirsi. Cercate e troverete e la verità trovata vi
farà liberi; e ancora beati coloro che insegneranno ad altri
a fare altrettanto. Come auguri natalizi vi proponiamo questa pagina
scritta da uno studente di una scuola superiore genovese e destinata al
giornalino scolastico. I redattori di Sale e Luce
Buon Natale! Dedicato a….
A quelli che dicono che il mondo
fa’ schifo, che Bush è un
b……..o o che i musulmani sono tutti dei
terroristi, che in fondo al mondo ci sono solo degli egoisti; che cosa
fate per renderlo migliore? Parole, parole, cortei, parole, parole,
assemblee, parole, parole.
A quelli che dicono di essere democratici e
progressisti ma solo se la pensi come loro, altrimenti diventi
immediatamente un fascista.
A quelli che non ascoltano mai, che ti
interrompono quando parli perché hanno già capito
tutto, che sanno già cosa stai per dire perché ti
hanno già catalogato e qualunque cosa dirai non
andrà bene.
A chi non riesce a fare un discorso senza
tirar giù una bestemmia; a chi crede che imprecare sia un
modo di essere “duri”, di quelli che non hanno
paura di nessuno, nemmeno di Dio! Io non sono molto praticante ma dico:
non vi accorgete quanto fastidio a chi vi è vicino e poi Dio
è più grande di voi perché vi ama lo
stesso, anzi forse di più.
A tutti quelli che non escono di casa se non
hanno le scarpe o il giubbotto o i jeans griffati; a chi manda a quel
paese i suoi genitori se non ha addosso vestiti per almeno 500 Euro; la
bellezza siamo noi stessi, non il nostro apparire.
A tutti quelli che parlano della fame del
mondo e si commuovono per i bambini che muoiono in Africa ma non sanno
rinunciare a nulla, sprecano soldi in sigarette, aperitivi ed altre
cose inutili.
A tutti quelli che pensano che
l’importante è essere coerenti con le proprie idee
senza chiedersi mai se le proprie idee siano giuste o sbagliate,
specialmente se fanno soffrire qualcuno.
A quelli che prendono per il c..o quelli che
vanno bene a scuola: lecchini e secchioni che perdono tempo a studiare
perché non hanno altro nella vita; quante volte vi ho visto
perdere tempo seduti sui muretti, buttare intere giornate a fumare, a
bere, a cacciare via soldi inutilmente ai videopoker.
A quelli che ogni giorno tentano con
umiltà di migliorarsi e che sperano in una vita felice,
semplice e piena d’amore.
A quelli che non hanno la forza di perdonare
ma vorrebbero tanto essere perdonati. A tutti quelli che non sanno
chiedere scusa; a tutti quelli che non ammetteranno mai di aver
sbagliato.
A quelli che andranno a Messa a Natale senza
esserci mai andati durante tutto l’anno; penso che
Gesù sarà contento lo stesso e vi
aiuterà a non vergognarvi a iniziare di nuovo a frequentare
la chiesa.
A chi si è irritato a leggere
queste poche righe; butta via le cose sbagliate o che non ti riguardano
e trattieni quelle giuste.
A quelli che come me hanno paura a dire in
pubblico quello che pensano e sono costretti a scrivere al computer in
modo anonimo per non essere aggrediti e presi in giro; spero che un
giorno riusciremo a superare queste paure.
Buon Natale, tanto amore e tanta pace a
tutti!
ALCUNE PERSONE CI HANNO CHIESTO DI AVERE UNA
COPIA DI TUTTI GLI ARTICOLI DI SALE E LUCE; CHI FOSSE INTENZIONATO AD
AVERE LA RACCOLTA COMPLETA E’ PREGATO DI SCRIVERE A
saleluce@centrosanmatteo.org oppure telefonare a don Nicolò
Anselmi cell 3356546138 indicando il numero di copie da regalare ad
amici.
XXII Numero
Una battaglia giusta
Sui giornali, sulle pagine delle riviste e
negli spot televisivi cominciano a comparire le prime immagini
natalizie e, con loro, i primi sondaggi sul portafoglio degli italiani:
quanto spenderanno per i regali e per i cenoni?
Come verrà utilizzata la
“tredicesima”? Insieme a questi sondaggi le prime
considerazioni su famiglia e povertà, sulle tasse, sui costi
in continuo aumento, su ricchezza e miseria.
Esiste oggi nel mondo occidentale una
povertà nuova, diversa che colpisce tutti, a prescindere dal
portafoglio e dal conto in banca. Può esserne vittima
chiunque: vecchi e giovani, uomini e donne, malati e sani, bambini e
adolescenti; è una povertà che fa male e fa
piangere.
Questa nuova, terribile realtà
contro cui dobbiamo combattere si chiama
“solitudine”.
Nella prima pagina della Bibbia, Dio
afferma: “Non è bene che l’uomo sia
solo” e anche il Salmista canta: “Quanto
è bello e soave che i fratelli stiano insieme”.
E’ una povertà strisciante, silenziosa che
s’insinua subdolamente nella vita delle persone e le uccide
come un cancro tremendo. Si può essere soli anche in
famiglia, fra marito e moglie, si condivide lo stesso tetto e lo stesso
piatto ma in fondo si è degli estranei. Non sto parlando di
quella condizione di solitudine positiva che deriva dal fatto che ogni
persona è un mistero, bensì
dell’isolamento a cui ci arrendiamo dopo essere stati
rifiutati, dopo aver fallito, dopo essere stati delusi da
un’amore. Questo isolamento genera diabolicamente la
solitudine; Satana, all’origine, ha cercato di isolare Adamo
ed Eva da Dio ed ha continuato creando il sospetto
all’interno dell’unione fra l’uomo e la
donna: “è lei che mi ha dato
dell’albero, è colpa sua!!!”.
Benedetto colui che genera amicizie!
Benedetto colui che costruisce
comunità!
Benedetto colui che prega anche per gli
altri!
Benedetto colui che non isola nessuno!
Benedetto colui che si accorge di chi
è solo!
Benedetto colui che partecipa attivamente
alla vita dei gruppi!
Benedetto colui che rinuncia ad un proprio
progetto solitario per farne uno nuovo insieme ad altri!
Benedette le coppie che sanno stare insieme
anche ad altre coppie!
Benedetto colui che insegna agli altri che
non siamo mai soli perché Dio è con noi,
l’Emmanuele.
Don Nicolò Anselmi
XXI Numero
CI
E’ STATO DATO UN FIGLIO
Non passerà molto tempo e saremo
sorpresi come sempre dallo stupore del Natale; incantati e commossi ci
chineremo sopra quel bambino deposto in una mangiatoia; e che la
simbolica statuetta non ci faccia perdere di vista che quello
è un bambino vero in carne e ossa.
Il Dio fatto uomo, l’onnipotente
che si fa debolezza, la debolezza di un bambino che proprio con la sua
debolezza attira tutti a sé. Un evento che deve renderci
capaci di stupirci dell’umanità e
dell’amore che Dio dimostra per essa diventando uno di noi.
E’ così che lo sguardo
si sposta dal presepe alle mangiatoie di questo nostro mondo dove
ancora sono tanti, troppi i bambini costretti a nascere tra macerie di
guerra, tra fango e rifiuti delle baraccopoli, sperduti in villaggi
dimenticati o nascosti nei cassonetti delle metropoli. Bambini
dimenticati, bistrattati, non voluti proprio come non avevano voluto
Gesù perché “non c’era posto
per loro”. Non c’è posto per i bambini
nemmeno nella nostra opulenta società, vengono dopo tutto,
dopo la casa, il lavoro, la salute, le ferie, il garage, il fitness.
Persino per portare a passeggiare il cane si trova tempo, ma un bambino
nò è troppo impegnativo, richiede attenzione,
amore, dono e, si dice, costa troppo. Ogni uomo nuovo è
diventato un pericolo persino economico, non un dono. Abbiamo proprio
perso le lenti persino della ragione e stiamo brancolando nel buio.
Diciamo di essere così attenti ai
bambini e poi in realtà siamo attenti a
tutt’altro. Tu bambino deposto nella mangiatoia e costretto a
fuggire dalla morte fin dai primi giorni, fa che ci accorgiamo della
tua presenza nel volto dei tanti bambini costretti a scappare; dalle
guerre causate da noi adulti, dalla povertà che scaturisce
dalla incapacità di condividere, dalla violenza che ti
colpisce anche fra le mura di casa, dalla sofferenza dei genitori che
non riescono a gestirsi e gestirli, dalla solitudine di case troppo
spesso piene di cose e vuote di persone, dallo squallore di abitazioni
che non sono umane, dalla promiscuità di dormitori
affollati, da situazioni di degrado sociale che colpiscono forte alcuni
nostri quartieri, da adulti che ti usano solo come merce di scambio a
volte affettiva e persino effettiva, da gruppi che ti assoldano per i
loro sporchi affari di delinquenza e illegalità.
Bambini che hanno bisogno di essere protetti
e accolti come sa fare Maria con Gesù che con lui condivide
anche la fuga. E’ la figura stessa della chiesa, della
Comunità locale, alla quale è chiesto, se vuole
essere a immagine di Maria, di accorgersi, di prendersi cura di tutti i
suoi figli, mentre loda e ringrazia per quelli che nella
semplicità, nella fatica quotidiana già riesce a
crescere. A volte basta poco, un gesto, una disponibilità,
per superare un momento difficile, per dare aiuto a chi ha bisogno;
accogliere un bambino, prendersene cura a distanza o da vicino, nelle
quotidianità o nella emergenza. Non è
così distante da noi. I bambini sono accanto a noi, ci
vivono al fianco, sono nelle nostre scuole, nei nostri gruppi di
catechismo, si presentano per celebrare i nostri sacramenti, ci
chiedono l’elemosina ai semafori in una totale indifferenza.
Basta avere “orecchie per intendere” il grido o il
sussurro di aiuto che i nostri bimbi ci mandano. In fondo chiedono
poco: di essere presi in braccio, sfamati, puliti, coccolati, vestiti,
istruiti in un ambiente che sia calore vero, umano, di quella
umanità nuova, trasformata che Quel Bambino è
venuto a portarci. Per crescere in età, sapienza e grazia.
APPROFONDIMENTO
Cerca nelle possibilità
dell’oggi i modi per aiutare concretamente la vita dei
bambini e delle loro famiglie.
Esistono i piccoli gesti di
solidarietà in famiglia presso chi ha l’impegno di
crescere bimbi e dover portare avanti un lavoro; esistono le piccole
solidarietà di condominio, di amicizia, di parrocchia, fra
colleghi. E l’impegno di crescere un bimbo, nella
solidarietà diventa più leggero, più
bello.
Esistono possibilità di adozione
a distanza per poter rendere ai poveri ciò che gli togliamo
nell’economia mondiale; vuol dire riequilibrare le sorti dei
bambini con piccole cifre che per loro sono vita
Esistono impegni presso associazioni che si
occupano di bambini, di ragazze madri, di bambini ammalati o
maltrattati. E’ un impegno diretto e concreto verso bimbi in
carne e ossa, cui importa trovare soprattutto persone che si spendano
per loro. In questo rientrano anche i doposcuola, gli oratori, i centri
aggregativi che abbisognano certo di educatori professionali ma anche
di gente semplice, comune, capace di fare un sorriso, preparare una
torta, dare un passaggio, aggiustare un indumento, tirare insieme un
calcio al pallone, giocare insieme..
Esistono forme più radicali di
impegno quali l’affido o l’adozione,
l’apertura della propria famiglia a casi più
disperati e difficili, all’accoglienza di sofferenze di tipo
mentale, psichiatrico, l’accoglienza
dell’abbandono, la pazienza di progettare educativamente
insieme ad altri per il bene di bimbi che hanno bisogno. Puoi
concretamente metterti in contatto con le istituzioni pubbliche, che
sempre sono alla ricerca di famiglie disponibili per affidi o adozioni,
oppure con comunità che hanno bisogno di famiglie di
appoggio per essere “famiglia di chi non ha
famiglia”
d.Fully Doragrossa.
XX Numero
L'amore cambia
il mondo
Oggi proprio non ne
avevo voglia; ero deluso…solo Agnese aveva risposto al mio
invito di andare a fare una visita ai malati del Paverano. I malati
sono poco interessanti, meglio i bambini. Ho reagito a questo pensiero
ricordando quanto sia stato importante nella mia vita il servizio con
gli ammalati. Quando ero più giovane, imboccare una sorella
spastica o far nuotare un fratello distrofico affossato in un
gigantesco salvagente o dare un bacio ad un viso deforme mi dava
un’emozione più forte di qualunque
“pasticca” e di qualsiasi
“trip”.
Come è importante “ricordare”, fare
memoria delle cose belle e grandi che abbiamo vissuto e che potrebbero
essere utili anche per gli altri.
Oggi gli ammalati generano in me emozioni diverse ma ugualmente forti,
tali da colorare interamente una giornata.
Gesù ci ha insegnato che tutto ciò che avrete
fatto ad uno di questi miei fratelli l’avrete fatto a me.
Questo pomeriggio, oltre a Kety, Giuseppina e Chiara ho incontrato gli
occhi di una ragazza dai lunghi capelli neri seduta immobile a fianco
di un lettino con le sponde, capace soltanto di accarezzare la mano
nodosa di una donnina dallo sguardo assente e
dall’età incalcolabile che poteva forse essere sua
sorella o forse sua nonna.
Dal 1 gennaio 2005 scomparirà la leva militare obbligatoria;
anch’io ho fatto la “naja”, un anno; a
quel tempo il Servizio Civile durava 24 mesi lontano da casa ed erano
troppi davvero. Certo sarei curioso di vedere cosa accadrebbe se tutti,
giovani e adulti, uomini e donne, al posto del servizio
nell’esercito, fossimo obbligati a 1 ora di servizio agli
ammalati, ogni tanto; basterebbe una visita a un cronicario, a un
ospedale, a un Piccolo Cottolengo: nel giro di poco tempo molti
capricci sparirebbero, molte crisi perderebbero senso, il mondo
cambierebbe.
Don Nicolò Anselmi
XIX Numero
IL
RIVOLUZIONARIO E IL PROFESSORE
“Non abbiate
paura”. Lech Walesa evoca le parole che Giovanni Paolo II
pronunciò nella sua prima visita da Papa in una Polonia
sotto il regime comunista, lo fa nell’aula magna della
pontificia università Lateranense dove Mercoledì
10 novembre si celebrava l’apertura dell’anno
accademico. Le parole polacche pronunciate dal rivoluzionario
(così si è autodefinito il presidente emerito
della repubblica di Polonia) risuonano nell’aula magna ed
emozionano. Walesa ci racconta la sua storia recente, della rivoluzione
incruenta dell’89, della liberazione del suo popolo esplosa
con quelle parole del papa polacco che era tornato a casa. Eppure non
sembrava, in quella sala, che si parlasse solo di storia. Sembrava che
Walesa raccogliesse le sfide culturali annunciate dalla prolusione del
Rettore, Mons. Fisichella, il professore: “Limitarsi a
descrivere i fenomeni non è più sufficiente;
dobbiamo essere capaci di imprimere un impulso propositivo
perché ai nostri studenti, e a quanti si avvicinano alle
nostre ricerche, risulti chiaro il limite e la contraddizione
dell’attuale tendenza culturale, mentre si deve poter
cogliere l’orientamento differente che intendiamo
offrire”. Ma su cosa il pensiero Cristiano è
diverso? Quali sono queste sfide? Ecco la risposta del professore:
“E’ necessario domandarsi con quale concetto di
natura, di uomo e di Dio le future generazioni ragioneranno”.
Mons. Fisichella spiega anche perché bisogna combattere e
contro cosa: la natura viene ridotta a “laboratorio da cui
trarre profitto” e l’uomo stesso diventa una
semplice “appendice della natura che la tecnica sottomette
progressivamente alla sua sperimentazione”. Dio
“risente di una confusa ricezione, conseguenza di un sottile
sincretismo che erige a metro di giudizio il sentimento”; E
ancora l’Europa che viene chiamata ritrovare “la
sua storia e la sua tradizione, le cui radici affondano nel
cristianesimo” pena la perdita di un “futuro da
progettare come spinta coagulante per la piena
unità”, ovvero, o si riscoprono le radici comuni
oppure ognuno andrà per la sua strada. E’ a questi
nuovi terreni di scontro che Walesa pensa quando parla della Polonia
lasciata sola ad annunciare il pericolo Nazista o abbandonata oltre la
cortina di ferro, e dice, appassionato: “Non ci avete
ascoltato allora ascoltateci ora”. Il rivoluzionario
sintetizza tutte le sfide descritte dal professore in un unico slogan:
“Unire i valori alle cose materiali”, dare
un’anima alla tecnica, portare il nostro patrimonio
spirituale e culturale in ogni angolo della vita del mondo;
“Il mondo non va in questa direzione”, avvisa, ed
è allora “necessario un maggior impegno da parte
di tutti, una partecipazione più determinata
perché l’Europa prenda questa strada”.
E’ sembrato a
molti filosofi, politici, scienziati in questo secolo che la cultura
cristiana si dovesse ritirare nelle sacrestie o meglio ancora
scomparire per lasciare il posto al vero progresso. Oggi qualcosa sta
cambiando. Le sfide, di oggi non si affrontano più solo con
la tecnica e con le scienze sperimentali (in realtà neppure
quelle di ieri ma non tutti se n’erano accorti). E’
necessario che ognuno approfondisca le proprie radici, il proprio
patrimonio spirituale, culturale e morale per potersi confrontare in
questo nuovo dibattito globale. Bisogna discutere, pesare i torti e le
ragioni perché ogni confronto di idee sottrae spazio a un
confronto armato. E’ un tempo in cui niente viene dato per
scontato e in cui il Cristianesimo, che è colonna portante
della nostra civiltà, ha pieno diritto di cittadinanza e
parola.
Forse ciò che
il Rivoluzionario, Walesa, e Il Professore, Fisichella, hanno fatto
insieme è un nuovo inizio, aperto anch’esso con
un’esortazione in polacco: “non abbiate
paura”.
Voi ci state?
Matteo Gillerio.
XVIII Numero
Denaro: servo o padrone ?
In questi giorni ho
avuto modo di parlare di carità con una suora
dell’ordine fondato da don Orione; con poche semplici parole
mi ha mostrato la grandezza di questo povero piccolo prete tortonese,
un gigante dell’Amore, totalmente dedito a Dio ed ai fratelli
bisognosi: malati, anziani, disabili...gli ultimi; fra le altre cose mi
ha raccontato che il grande Santo della Carità ha potuto
costruire a Genova ben quattro “Piccoli
Cottolenghi” esclusivamente grazie alla generosità
dei genovesi; con un sorriso ha dovete ammettere che in questo caso la
proverbiale tirchieria ligure è risultata assolutamente non
vera. Don Orione ha avuto molte donazioni ed il denaro per lui
è stato per lui uno strumento utilissimo, indispensabile; si
racconta che anche Madre Teresa di Calcutta abbia ricevuto offerte
miliardarie. con il denaro si può fare tanto bene, aiutare i
poveri, costruire ospedali e scuole, realizzare aiuti importanti e
salvare vite umane. Gesù parla del denaro come una grande
tentazione, un veleno che può inquinare ogni più
fresca bevanda, rendere fosco il più limpido dei cieli.
E’ uno strumento difficile da gestire, un’arma
pericolosa. A Genova, In Corso Italia, lato monte, in fondo a via
Piave, verso levante, c’è una grande iscrizione
latina che recita “PECUNIA SI UTI SCIS ANCILLA EST, SI NESCIS
DOMINA”, il denaro, se sai usarlo è un servo, se
non sai usarlo è un padrone. Quando si parla di soldi
e’ facile confondere il mezzo con il fine, dimenticare il
bene comune per far posto al bene individuale. Gesù insegna
che non si può servire a due padroni, o Dio o il denaro. Il
denaro può rovinare le famiglie, i condomini, le parrocchie;
anche il volontariato rischia grosso quando entra in contatto con il
denaro. Vi confesso che sono molto stupito dagli stipendi faraonici che
i politici percepiscono, addirittura per tutta la vita; loro sono i
professionisti del bene comune, del servizio alla
collettività; l’attenzione all’interesse
personale dovrebbe essere per loro come una sorta di contagio letale,
da evitare ad ogni costo; governare dovrebbe essere un servizio,
gratuito. Ci illudiamo di trovare nel denaro la sicurezza che ci manca;
il Vangelo insegna che tale sicurezza va cercata nell’amore
provvidente di Dio Padre che veste i gigli dei campi e controlla ogni
capello del nostro capo. Siamo ormai abituati a fare delle diete, non
sarebbe male tentare qualche dieta a base di GRATUITA’, senza
abbuffarci sul guadagno, senza cercare in modo più o meno
subdolo l’interesse materiale. Come nella dieta alimentare
poi ci si sente meglio, più leggeri.
Don
NicolòAnselmi
XVII Numero
La Donna
La scorsa estate si è sviluppato
sulla stampa nazionale un vero e proprio dibattito, molto acceso, sul
ruolo della donna nella chiesa e nella società, stimolato
dalla lettera della congregazione per la Dottrina della fede (vedi
approfondimento)
Sui giornali “laici” se
ne sono lette di tutti i colori; alcuni attacchi molto astiosi,
violenti, miopi contro la lettera hanno avuto l’indubbio
merito di suscitare reazioni di difesa alla Chiesa anche in tanti
commentatori tradizionalmente critici o ostili.
In realtà la lettera si proponeva
di stimolare appunto la riflessione sul ruolo della donna. Compito
riuscitissimo.
Molto stimolanti per la discussione
soprattutto i due “problemi” sollevati dalla
lettera nel modo di affrontare la questione.
Il primo problema è il vedere il
ruolo della donna in competizione col maschio; la donna alla ricerca
del “potere” maschilista, tutta tesa a scimmiottare
l’uomo, imitandolo in tutto e per tutto. Il rischio
è che l’essere donna si limiti a essere una brutta
copia del maschio, seguito peraltro nei suoi peggiori difetti.
Il secondo è quello di annullare
ogni differenza tra uomo e donna. Il grande rischio è quello
di oltrepassare il concetto di diritto e affermare invece una
uniformità che appiattisca completamente
l’identità maschile e femminile Anche questa
tendenza è davvero poco in sintonia con un mondo che tende
ad accettare le diversità, a esaltare come ricchezza chi non
è come me.
A ben vedere questi due grandi rischi o
“problemi” possono essere affrontati con
serenità, discussi e ragionevolmente spiegati con buone
probabilità di essere convincenti; non sono asserzioni di un
clero retrogrado e fuori dal mondo ma piuttosto forte stimolo per
tutti. La chiesa nel giubileo ha già ampiamente chiesto
scusa per i suoi peccati e di certo fra questi anche quelli contro
tante donne, di ogni età e condizione,spesso rinchiuse in
gabbie culturali poco illuminate dal Vangelo.
L’esperienza che si legge nella
Bibbia ci parla in realtà di una complessa storia
d’amore dove uomini e donne sono protagonisti ed egualmente
amati da Dio e resi protagonisti della costruzione del Regno. Il
mandato all’uomo e alla donna è quello di una
profonda comunione.
Quello che oggi nelle nostre
comunità giovanili e non, può essere discusso
è se davvero all’interno delle nostre
comunità questa collaborazione fra uomo e donna sta
decollando e funzionando e dove invece ci si trincea dietro a
pregiudizi culturali di ogni tipo da quelli più
tradizionalisti a quelli più moderni. Se il Signore nel
Vangelo ci parla di una comunità, formata da uomini e donne,
da vivere nell’amore, in che modo oggi noi rendiamo pratica
il suo comandamento? Siamo comunità dove uomini e donne
hanno lo spazio per ascoltarsi, comprendersi, collaborare? Siamo
comunità dove non si lotta per il
“potere”, a volte grande e intessuto di interessi
ma più spesso fatto di piccoli spazi o soddisfazioni
personali, ma si guarda al servizio e all’annuncio del
Vangelo? Siamo comunità dove l’altro è
accettato per la sua diversità, la sua unicità
oppure favoriamo l’uniformità, paurosi di
chissà cosa?
Solo guardando a questo noi riusciremo a
fare del ruolo della donna non un problema all’interno della
chiesa, ma una ricchezza insostituibile. Io, da maschio, celibe,
consacrato non posso altro che lodare il Signore per tutte quelle volte
che la femminilità, nel volto concreto delle donne che ho
incontrato, ha “salvato” la mia vita e non solo
come madre, sorella o cugina, ma come stimolo a guardare la vita con un
occhio nuovo, assolutamente “geniale” e proprio di
chi è diverso da me nel profondo e non solo per imposizione
culturale.
Da qui possiamo partire per continuare a
camminare al seguito di Gesù con l’occhio attento
ai “segni dei tempi” e il cuore pronto
all’ascolto della su Parola, per sempre meglio rispondere
alla sua chiamata. Il ruolo della donna e dell’uomo, in
questo cammino si illuminerà di conseguenza.
d. Doragrossa Fully
APPROFONDIMENTO
SI PUO’ LEGGERE INSIEME LA
LETTERA SULLA COLLABORAZIONE
DELL’UOMO E DLLA DONNA
NELLA CHIESA E NEL MONDO
Per un confronto più pepato con
la società e il ruola della Donna oggi, dopo tanti anni di
femminismo solo presunto ci si potrebbe chiedere:
come mai nella nostra società non
si riesce a eleggere o candidare una decente percentuale di donne ai
propri organi decisionali è almeno fuori luogo; per non
parlare dei marginali ruoli riservati all’interno
dell’economia o della cultura stessa; può forse
consolare il triste ruolo di tante donne, proposte come modello-forte
femminile nei mass-media costrette a esibire il corpo per apparire sul
video?
Perché ogni colloquio di lavoro
di una donna ruota intorno alla domanda “Lei intende avere
figli?” se in realtà la maternità
è tutelata dalla legge?
Perché in realtà nei
più grandi paesi industrializzati non vengono mai nominati
premier donne, se non rare eccezioni in genere con caratteristiche
maschili ?
Come mai la collaborazione
dell’uomo all’interno della famiglia, pur
migliorata stenta a decollare?
E nei gruppi di domande simili se ne possono
stimolare parecchie….
XVI Numero
Settantavoltesette
Le notizie che quotidianamente ci giungono
dall’Iraq, i continui attentati, le carneficine e le
rappresaglie ci convincono che è già stato
scavato e si continua a renderlo sempre più profondo un
solco di odio spaventoso; ci vorranno chissà quante
generazioni per dimenticare. Qualcuno sostiene che sarà
impossibile dimenticare; altri teorizzano che non è giusto
dimenticare, che è giusto ricordare, continuamente, fare
memoria.
Gli ebrei stanno diffondendo la Giornata
della Memoria per evitare che si dimentichi l’olocausto.
Quali mamme potranno mai dimenticare i loro
figli violati nell’inferno dell’asilo di Beslan.
Tutti abbiamo tremato, senza sapere
perché, quando la signora Biagi è entrata
nell’aula del processo ed ha incontrato lo sguardo degli
assassini di suo marito.
Ho ancora negli occhi le lacrime ed i
singhiozzi di una ragazza che, parlando della famiglia, ha ricordato
alcuni momenti terribili della sua infanzia.
Mentre scrivo torno anche io alle mie
ferite, più o meno rimarginate. Ricordo il male che ho fatto
ad alcune persone che amavo e non riesco a superare del tutto il senso
di colpa.
In un mio recente viaggio in Burundi ho
sentito ancora tremenda la tensione fra Hutu e Tutzi; un milione di
morti non sono facili da dimenticare.
E allora Odio, desiderio di vendetta, di
rivalsa, sofferenze irrisolte che chiedono soluzione.
Come uscire da questo vicolo cieco? Sembra
non esserci alcuna strada. Il futuro del mondo sembra davvero cupo.
Non ci resta che la speranza tutta contenuta
in una parola affascinante e qualificante, attraente e spaventosa,
liberante e risolutiva: il perdono.
Non credo di esagerare dicendo che il futuro
dell’umanità è legato a questa parola,
a tutti i livelli.
C’è bisogno di perdono
in famiglia, nella sofferenza dell’amore strappato da un modo
di vivere frenetico e folle. C’è bisogno di
perdono nei rapporti quotidiani dove la fatica di vivere ci spingere a
dire parole e compiere gesti che mai avremmo voluto fare provocando
ferite in chi ci sta accanto.
C’è bisogno di perdono
anche nella vita sociale e politica dove solo la serena ricerca del
bene può produrre qualcosa di positivo.
C’è bisogno di perdonare se stessi, di liberarci
da una psicologia spesso aggrovigliata su se stessa, chiusa e ombrosa.
Oggi più che mai ci sarebbe bisogno di sentirsi perdonati da
Dio, ma il Sacramento del Perdono è fuori moda: i
confessionali sono vuoti.
Don Nicolò Anselmi
XV Numero
Amanti
della vita
Nel riprendere a
scrivere questa rubrica il primo titolo che spontaneamente mi
è venuto su dal cuore è stato l’amore
per la vita. Mai come quest’anno ho sentito così
forte la passione per la vita: la vicenda dei bambini di Breslan, le
decapitazioni irakene, i bambini che ho incontrato in Etiopia, le
stragi di cui ho sentito parlare in Burundi, la malattia di una mia
alunna, la maternità tanto desiderata di una cara amica e
tante altre situazioni vissute o comunque partecipate mi hanno fatto
enormemente crescere la voglia di vivere e il desiderio di una vita
bella e serena per ogni essere umano. Non vi è dubbio che
questo sia anche il desiderio di Dio; ogni uomo e donna ed ogni
credente non può che impegnarsi a favore della vita, il che
significa prodigarsi per la pace, per la ricerca, per la giustizia, per
l’educazione, per la cultura.
Sono felice che oggi si
faccia molto per la vita: la ricerca avanzata sulle cellule staminali
aiuterà una mia carissima amica a uscire da una malattia che
la sta distruggendo. Sento un grande interesse per la situazione dei
paesi poveri e tanto, anche a Genova, si fa per l’Africa,
Haiti, il mondo .povero.
Sono preoccupato
però che in nome dell’amore alla vita sento
proporre cose spaventose: sperimentiamo sull’embrione per
salvare vite umane; usiamo l’embrione per ottenere cellule
staminali embrionali.
Ho paura! Sono confuso!
Non sono un esperto. Se l’embrione non è una
persona allora tutto è possibile, Dio ci ha dato la natura
perché sia “usata”, ma se lo
è allora come posso “usarlo”? Tanta
gente è confusa, ci sono molti ingannatori in circolazione!
Voglio delle risposte vere, per il bene di tutti! Chi mi dice quando
nasce la vita umana? Cosa è o chi l’embrione?
E’ una persona? Dove siete medici, biologi,
scienziati…perché non rispondete?
Perché non parlate? Perché di queste cose devono
parlarne solo i politici assetati di referendum e in cerca di voti o i
filosofi e i sociologi in cerca di gloria e, purtroppo anche loro, di
voti?
Alcuni anni fa vi
abbiamo chiesto di parlarci del feto quando aveva tre mesi e siete
stati in silenzio, oggi abbiamo i filmati e le foto che parlano da
sole. Pensate di rimanere zitti anche adesso.
Dio amante della vita
perdona tutti, tutto e sempre ma le conseguenze non mancheranno, come
non sono mancate nella vita di chi ha subito il vostro silenzio, e a
Lui non resterà che piangere e continuare ad amare, dalla
croce.
Don Nicolò
XIV Numero
Dov'è Dio
In questi giorni ho
incontrato un numero davvero alto di persone che mi hanno presentato la
loro struggente sofferenza interiore dovuta a fatti pesantissimi
successi a loro o a parenti e conoscenti: una mamma con il figlio
paralizzato dopo un incidente stradale, una madre di tre figli colpita
da leucemia fulminante, un bambino morto di meningite; tutti potremmo
completare l’elenco con altre tragedie, successe a noi oppure
semplicemente conosciute. In questi casi per molti risulta spontaneo
chiedere: dovè Dio? Perché non interviene?
Perché mi ha mandato una prova o una punizione
così grande? Perché permette la sofferenza?, sono
domande di sempre, che spesso sento vibrare, inespresse,
nell’atmosfera così particolare dei funerali,
nelle case degli ammalati, nelle corsie degli ospedali. Sono domande
che tolgono il fiato tanto sono profonde, che invitano al silenzio
piuttosto che alla parola; tuttavia mi sento in dovere di dire
qualcosa, non tanto per rispondere ma per non rimanere bloccati
nell’agire e nella riflessione interiore.
Propongo quindi alcuni miei pensieri a riguardo; sono considerazioni da
credente cristiano, forse non interessanti per tutti, ma non posso fare
a meno della mia Fede che ormai è un tutt’uno con
me stesso.
Se Dio esiste non può volere il male, la sofferenza
dell’uomo; nessun genitore desidera cose brutte per i propri
figli che Lui stesso ha voluto, generato, amato.
Quindi se il male non deriva da Dio, allora deriva da noi,
dall’uomo o da altre creature (diavolo etc..). I peccati
dell’umanità hanno generato e continuano a
generare disordine, male, malattie, sofferenza.
Un’umanità più santa eliminerebbe il
male; ogni rinuncia al peccato, ogni buona azione, ogni Confessione,
ogni Comunione e ogni preghiera potrebbero guarire un bambino malato in
Africa.
Perchè Dio non interviene ogni volta che si sta generando un
gesto cattivo? Perché non è intervenuto ad
Auschwitz direbbe Primo Levi? Non è vero che Dio
è onnipotente, Dio non può imporre nulla alla
nostra libertà; Dio è debolezza
d’amore, onnipotenza e forza
nell’eternità. Sarebbe ridicolo che bloccasse la
lingua di chi sta per bestemmiare, il fucile di chi vuole uccidere, la
mano di chi sta per rubare; Dio è intervenuto nella storia,
eccome; nella persona di Gesù si è fatto vittima
del male; è presente quindi nel bambino che muore,
nell’ebreo sterminato, nella mamma malata, nel ragazzo
disabile; Gesù prende su di sé ogni sofferenza,
ne è schiacciato, ucciso ma dopo tre giorni rinasce. Mentre
scrivo capisco quanto queste considerazioni siano poca cosa, tuttavia
sento quanto sia importante sapere che nella sofferenza è
presente Gesù, è coinvolto. Molti lo vedono e lo
sentono e in loro rinasce la speranza che scaturisce dalla Resurrezione
e dalle Beatitudini; altri si allontanano da Lui perché non
lo conoscono.
La Fede non è l’oppio dei popoli, è un
bisogno profondo dell’uomo, è un bisogno profondo
senza il quale non si riesce a vivere; soli, abbandonati, fragili,
senza un Padre non è possibile.
Approfondimento
Il libro di Giobbe, nell’antico testamento, è un
tentativo di rispondere a questa questione così cruciale.
Giobbe non ha conosciuto Gesù, tuttavia ha fede e
sarà premiato. Consigliata la lettura!!!
Don Nicolò
Anselmi
XIII Numero
Lo psicologo
“Se la gente
si andasse a confessare come una volta noi psicologi avremo
metà dei clienti” (uno psicologo.) “ Ti
porto dallo psicologo” (50% di genitori di adolescenti)
Il rapporto fra psicologia e fede, fra psicologia e pastorale giovanile
non appartiene solo alla storia ma al vissuto quotidiano.
Fin dall’inizio il rapporto è stato piuttosto
complesso, problematico. Da una parte il sospetto verso chi si occupava
troppo da vicino dell’anima, terreno tradizionalmente
riservato a preti e “giù di
lì”; dall’altra la pretesa del sapere
tutto quello che si può sapere del mistero della persona
umana nel sacrario della sua coscienza.
I due mondi rischiavano (e rischiano) di entrare in collisione fintanto
che la reciproca conoscenza non dissipa e chiarisce i confini, le
interazioni, le reciproche competenze.
Grazie a Dio questo cammino, a livello scientifico è un
cammino che va avanti da decenni. Molti sono i religiosi e i credenti
che si dedicano alla psicologia senza sentire vacillare la loro fede,
anzi e molti sono gli psicologi, magari laici sfegatati che hanno
rivalutato e accettato, e poi consigliano, e indirizzano verso un
cammino liberante di fede.
Rimane forse un po di confusione a livello di base. Andare dal
confessore o dallo psicologo rimane un po la stessa cosa, con una
differenza economica di tutto rispetto, ma anche con una gran
confusione; dobbiamo dirlo con gran chiarezza: non è la
stessa cosa anche se si occupano di materie assai vicine e possono
interagire.
Lo psicologo aiuta, applica un lavoro interiore di conoscenza, di
auto-conoscenza che favorisce la libertà, ma che per sua
natura scientifica tende a essere neutro, a non sbilanciarsi.
La fede è una vocazione, una chiamata, una proposta a
seguire una strada. “SEGUIMI” uno psicologo non lo
dovrà dire mai. “SEGUILO”, rivolto a
Gesù, è la parola d’ordine di un prete,
di un confessore, di un direttore spirituale.
Lo psicologo con calma e competenza aiuta la persona a comunicare, ad
aprirsi, a cercare nel contatto con gli altri, non solo lo specchio ma
una reale comunicazione
Il prete rimane persona dedita principalmente all’ascolto ma
questa sua caratteristica altro non è che il segno di e per
tutta la comunità di essere pronti ad ascoltare il fratello;
ascolto e comunione non è un suo potere, non è lo
sciamano è solo un fratello a servizio dei fratelli che,
attraverso un dono speciale, richiama i fratelli a costruire una
profonda comunione, a costruire la Chiesa.
Il cammino della fede ignorando la psicologia rischia di essere
disincarnato;
La psicologia senza fede rischia di lasciare l’uomo senza
senso e senza luoghi di comunione.
La psicologia aiuta a capire la storia personale di ciascuno per
renderlo consapevole di sé, la fede parla della storia di
ogni persona scritta nel cuore di Dio e inserisce la storia di ognuno
nella Storia della Salvezza insieme a tanti fratelli.
Raccogliendo la “sfida” che ci viene dunque dalla
psicologia le nostre comunità sono chiamate ancor
più a divenire “esperte in
umanità”; luoghi di ascolto profondo, di
“tempo perso” nel dialogo, nel guardare ai bisogni
profondi dell’anima, nel dedicare tempo, competenza e spazio
al silenzio, al lavoro interiore. Oltre che a indirizzare verso
“luoghi dello Spirito” possono essere loro stesse
“luoghi dello Spirito”.
Se la psicologia può aiutare a togliere sassi, rovi, e
dissodare terre battute tenendo lontani i rapaci, la fede
può seminare la Parola dell’amore, unica a far
crescere l’uomo senza l’illusione che tutti
arrivino a cento, ma con la speranza di dare un senso a una vita non
più votata alla morte e chiusa in sè ma aperta
alla Vita e ai fratelli.(Mc 4). Due ali per far
“volare” l’uomo dunque, ma questa
immagine la conosciamo già…..
d.Fully Doragrossa.
XII Numero
CHE
COSA DOPO LA MORTE? Reincarnazione davvero una novità?
Solo qualche tempo fa l’argomento
della reincarnazione poteva ancora sembrare qualcosa di esotico,
attinente alla storia delle religioni o alle vicende di qualche gruppo
marginale, oggi ci rendiamo sempre più conto della sua
impressionante attualità e concretezza. Anche qui
l’esito drammatico della secolarizzazione ha smentito tante
illuminate previsioni e capovolto tante scontate aspettative.
L’uomo secolarizzato non è pervenuto ad una
generalizzata convinzione che questo “mondo”
esaurisce tutto l’esistente, ma ha raggiunto in molti casi la
convinzione che c’è altra vita da vivere oltre
questa vita.
Fondamentalmente la reincarnazione è una teoria secondo cui
l’anima dopo la morte, distacco dal corpo, torna ad
incarnarsi in un altro corpo che può essere sia umano sia
animale. La credenza che con la morte del corpo l’anima non
cessi completamente di vivere e non rimanga tuttavia priva di qualsiasi
corpo, ma continui a vivere in un nuovo corpo si trova già
nel pensiero classico – es. in Platone e negli stoici
– ma la reincarnazione è una dottrina tipica
dell’induismo e del buddismo. Per entrambi le religioni
l’elemento centrale è la ricerca di liberazione
dalla presente situazione in cui l’uomo si trova a vivere,
situazione di dolore e di illusione. Dal momento che una sola vita non
basta assolutamente a realizzare questa liberazione, è
necessario un lungo cammino di trasmigrazioni e di reincarnazioni.
Questo susseguirsi di esistenze umane sarebbe preceduto o inframmezzato
– per coloro che hanno vissuto da malvagi – da
innumerevoli esistenze subumane. Si parla, non di qualche decina di
reincarnazioni, ma di centinaia per i migliori – i bramini e
i bonzi – e di migliaia per gli altri.
Nonostante il suo fascino, la teoria della reincarnazione
già in sede razionale presenta difficoltà non da
poco; oltre a non trovare nessuna conferma nell’esperienza
dell’uomo, sarebbe assolutamente ingiusto pensare che a chi
viene in questo mondo si addossi il fardello di buone o cattive azioni,
compiute in un passato immemorabile. Pensare, poi, che
l’anima umana si reincarni in esseri inferiori
all’uomo, significa dimenticare la sua grandezza e la sua
dignità.
Che cosa c’è dopo la morte? La risposta
può venire solo da Colui che ha vinto la morte e ha reso
possibile la fede nel dopo pienamente degna dell’uomo.
Così la Chiesa crede nella risurrezione dei morti, dono
della risurrezione stessa di Cristo. Afferma la sopravvivenza e la
sussistenza, dopo la morte, di un elemento spirituale, il quale
è dotato di coscienza e di volontà, in modo tale
che I'«io» umano sussista, pur mancando nel
frattempo del complemento del suo corpo. Per designare un tale
elemento, la Chiesa adopera la parola «anima»,
consacrata dall'uso della Sacra Scrittura a della Tradizione. La
Chiesa, conformemente alla Sacra Scrittura, attende la manifestazione
gloriosa del Signore nostro Gesù Cristo, che essa considera,
peraltro, come distinta a differita rispetto alla situazione che
è propria degli uomini immediatamente dopo la morte.
Per ciò che riguarda la condizione dell'uomo dopo la morte,
c'è da evitare il pericolo di rappresentazioni fantasiose ed
arbitrarie, perché non favoriscono l’autentica
fede cristiana. Tuttavia, le immagini usate nella Sacra Scrittura
meritano ascolto per coglierne il senso profondo senza svuotare il
contenuto delle realtà che esse designano.
Il cristiano tiene fermi saldamente due punti essenziali: egli crede,
da una parte, alla continuità fondamentale che esiste, per
virtù dello Spirito Santo, tra la vita presente nel Cristo e
la vita futura, segnata dalla carità; la carità
è la legge del Regno di Dio, ed è precisamente la
nostra carità quaggiù che sarà la
misura della nostra partecipazione alla gloria del Cielo. Da
un’altra parte, il cristiano riconosce la rottura radicale
tra il presente ed il futuro in base al fatto che alla condizione della
fede, si sostituirà quella della piena luce; noi saremo con
Cristo e “vedremo Dio” con la pienezza della nostra
persona. Promessa e mistero inauditi in cui consiste essenzialmente il
volto specifico del cristianesimo, di fronte ad ogni altra proposta
religiosa, che si presenti erroneamente avvincente e falsamente
convincente.
MARCO DOLDI
(Vedere Congr. Per la Dott. Della Fede,
Alcune questioni riguardanti l’escatologia, 1979).
XI Numero
Passion
Dopo
aver letto quasi una diecina di articoli, ascoltato dibattiti, vagliato
opinioni, finalmente sono riuscito ad andare a vedere io, con i miei
occhi, le mie orecchie ed il mio cuore, “Passion”,
l’ultimo film di Mel Gibson.
Dico
subito che ne sono entusiasta! Penso sinceramente che sia stato un
grandissimo dono per me e per molti altri.
Penso
soprattutto ai preti, alle suore, ai consacrati, ai vescovi, ma anche a
tutti i battezzati ed ai cresimati; penso ai giovani desiderosi di
stimoli seri e di proposte impegnative.
Sono
contento che il film sia così forte perché ha
sconfitto la mia in differenza, ha turbato la mia
superficialità ed ha segnato per sempre la mia memoria:
alcune scene non le dimenticherò mai e mi si presenteranno
sempre davanti ogni volta che leggerò certi capitoli del
Vangelo.
Credo
che dopo aver visto “Passion”, sia impossibile
pensare che per essere cristiani, cioè discepoli di Cristo,
sia sufficiente recitare una “preghierina” alla
sera, “andare a Messa quasi tutte le domeniche”,
offrire qualche spicciolo ad un povero per la strada, non dire
parolacce
e
rinunciare al cioccolato in Quaresima.
Seguire
Gesù è tutt’altra cosa; la
mediocrità cristiana voluta e scelta non è
più lecita; non posso nemmeno pronunciare soltanto il Suo
nome se non per invocare da Lui un aiuto per seguirLo, per avere una
briciola della Sua forza straordinaria, una goccia del Suo coraggio,
della Sua fedeltà, della Sua energia. So che Gesù
le concederà: chiedete e vi sarà dato!
Le
statistiche dicono che vedranno il film quasi mezzo miliardo di
persone! La visione è consigliata a tutti i battezzati e a
tutti coloro che vogliono diventare cristiani, anche se i
più esperti e preparati troveranno nella sceneggiatura
qualche difettuccio biblico, estetico e teologico.
Dal
punto di vista del contenuto mi ha colpito molto la presenza costante,
durante tutta la Passione, di Satana; ad un certo punto addirittura il
diavolo compare con un bambino in braccio, bianco, quasi deforme, una
via di mezzo fra il Figlio del diavolo, l’Anticristo ed un
feto abortivo (così mi ha spiegato un mio amico). Satana lo
mostra quasi come un trofeo, il trofeo del Grande Ingannatore che ha
accecato scienziati e politici i quali ancora oggi tentano
disperatamente e inutilmente di dimostrare che la creatura che da
subito fiorisce nel ventre della mamma non è una persona, a
negare la continuità biologica fra l’embrione e il
bambino; colui che ha ingannato tante mamme illudendole che,
interrompendo la gravidanza sarebbero state meglio, e che invece
piangono tutti giorni i loro figli mai nati, li rivedono in sogno, si
sentono la morte dentro.
Con
la sua morte Gesù distrugge la cattiveria di Satana che gode
della sofferenza.
Certamente
Gibson ha avuto un grande coraggio, quello che talvolta manca a me, che
non riesco o non voglio dire con la vita il mio amore per
Gesù, per il quale comunque un giorno ho giurato di
rinunciare a tutto.
Gesù,
che nel film come nel Vangelo non fa altro che perdonare,
l’adultera, Pietro, il buon ladrone, i crocifissori, perdoni
anche noi e ci dia la forza di provare a seguirlo.
Don
Nicolò Anselmi
X Numero
Calcio Etico
Indubbiamente
il calcio ha una grande rilevanza nella nostra società e con
esso ci si incontra soprattutto nel campo della pastorale giovanile.
Soprattutto
in quanto gioco, oltre che come sport, sul calcio potremmo, con
facilità, scrivere libri sulla sua convergenza con la
teologia stessa. L’ecclesiologia, il De Grazia e altre
verità di fede potrebbero essere spiegati facilmente usando
il gioco del calcio come metafora; non solo le virtù morali
di un atleta, l’importanza della disciplina, dello spirito di
squadra dunque, ma una vera esperienza educativa si può
proporre attraverso questo bellissimo gioco, compresa la sua dimensione
del tifo.
Ma
proprio per questa sua potenzialità e per la sua presa
sociale, rimaniamo sempre più sorpresi da quanto esso spesso
disattende alle sue potenziali funzioni educative. Viene da dire
dunque; avvertiamo forte il bisogno di un CALCIO ETICO e con questa
nostra evidente provocazione proviamo a provocare la discussione nei
nostri gruppi.
Etico anzitutto nello spirito che troppo spesso abbandona
il fatto di essere gioco per entrare nella logica del dominio, del
possesso, dell’umiliazione, della violenza. Quando vengono
sottolineati gesti di “sportività”
significa che essi stanno diventando rari. Esasperare i risultati, a
ogni livello dal professionismo ai bambini è uccidere un
gioco. Urge immediato ridimensionamento. A partire dalle nostre
parrocchie e oratori, dove meno spazio potrebbe essere dato ai premi
indirizzandoli sempre più spesso a premi
“alternativi” nei destinatari (al fair play, alla
fantasia, al gruppo, alla giocata … etc etc) e nella
sostanza (niente soldi, ori o premi spropositati) e più
spazio alle logiche di inserimento sociale anche di chi non
è capace a giocare; meno pressioni sportive e più
campetti aperti per tirar due calci in allegria a tutte le ore del
giorno. I genitori stessi dovrebbero per primi fare evidenti e ampi
passi indietro, evitando di incitare all’odio, alla violenza,
all’inganno, al narcisismo come spesso si sentono fare
attaccati alle griglie dei campetti dove giocano finanche bambini delle
elementari.
Etico
nella sua valenza sociale; occorre che il mondo politico
ufficiale faccia debiti passi indietro dal calcio, usato sempre
più per accreditare l’immagine, per fare proseliti
fra i tifosi, per accreditare tifoserie di destra o di sinistra; ma
occorre anche che le persone, i tifosi stessi, smettano di porre al
centro della loro vita, dei discorsi, dei ritmi di vita una esagerata
attenzione a ciò che succede nel calcio quasi tutto
dipendesse da lì; se ci fosse meno interesse avremmo un
automatico sgonfiamento di tutte le problematiche di questo mondo;
occorre iniziare a pensare seriamente a uno sciopero del tifo attivo e
televisivo per aiutare il mondo del calcio a prendere contatto con la
realtà. Pur valorizzando la sua funzione di incontro, di
primo approccio non possiamo accettare che intere settimane di ragazzi,
giovani e adulti scorrano via discorrendo solo ed esclusivamente di
calcio per l’incapacità di sostenere un
benchè altro minimo interesse. Se la valenza sociale
è d’essere oppio delle masse distogliendole da
altro, il calcio deve essere riportato a semplice momento di gioco e
incontro:stop.
Etico
nei suoi bilanci; non vogliamo essere dei puritani
bacchettoni, ma la dimensione della finanza nel calcio sta prendendo
già da molti anni una piega che è un insulto alla
povertà di tanti italiani in primis e di quelle nazioni del
terzo mondo che hanno un prodotto interno lordo minore del
monte-stipendi di una squadra di calcio. E’ uno scandalo che
pregiudica l’educazione dei giovani che vengono invogliati al
guadagno facile, facendo loro perdere ogni valore di riferimento.
Bisogna ripensare la situazione giuridica delle società
riportandole a società non profit; bisogna legare gli
stipendi dei giocatori come qualsiasi lavoratore che ha graduatorie e
anzianità, ponendo un tetto a ogni categoria; pensiamo che
un giocatore della valenza mondiale di fuoriclasse quale un Totti e ben
pochi altri potrebbero avere un tetto di stipendio di 500.000 euro
annui. Già una cifra del genere paragonata a un qualsiasi
quadro dirigente appare sufficientemente sproporzionata, ma
può corrispondere all’interesse sociale. Garanzie
potrebbero essere fornite ai calciatori per un futuro impiego nel mondo
della medicina sportiva, dell’educazione corporea, etc etc di
modo da poter continuare a lavorare anche dopo i quaranta anni.
Premi-partita o produzione possono essere legati ai risultati e
comunque alla munificenza di chi, in chiaro ci mette i premi, in cambio
di sponsorizzazioni o pubblicità. Ogni giocatore
potrà poi, in chiaro, gestire la sua immagine a livello
locale o nazionale, e da lì, nel periodo di maggior
notorietà arrotondare la sua già lauta paga. Urge
inoltre togliere con decisione figure preoccupanti di gestori di
calciatori che se possono apparire roba da rotocalchi nel calcio di
serie A, possono diventare veri e propri mercanti di schiavi nei
settori giovanili; troppi loschi figuri speculano su calciatori e
ragazzini. Occorre qui si con decisione sfoltire i ranghi, dando
così un’evidente taglio alle spese; possibile che
famiglie e uomini non sappiano gestire le loro cose? Debbo avere uno
che mi gestisce lo stipendio o peggio il figlio?
Etico
nell’informazione; lo stato potrebbe produrre
significativi paletti alle trasmissioni televisive che parlano di
calcio, sia nazionale che locale, limitandone orari e limitandone i
giorni a quelli delle partite stesse. Un invasione di parole sul
calcio, non sempre sobrie, alimenta un giro vizioso e perverso che
porta a un invasione globale del calcio in ogni dove, confondendo le
idee e aumentando la confusione; se è vero che queste
trasmissioni sono seguite (ma sarà vero?) esse non fanno
altro che alimentare se stesse provocando una fame che risulta indotta
e non reale. Ci sono fior di trasmissioni sportive, sobrie, con
immagini eccellenti, pezzi di costume e cultura che bastano e avanzano.
Quanto al calcio a pagamento, se lo sport nazionale ha valenza sociale,
le partite di maggior importanza non possono essere dirottate su canali
privati, inducendo un altro giro vizioso volto a spillar quattrini a
chi già ne ha pochi. Le pay tv poi facciano bene i loro
conti e si sostengano solo con i proventi dei clienti e questi stessi
proventi in base ad accordi, passino alle società sportive
senza taroccare i bilanci o fare conti con abbonamenti solo virtuali.
Al tifoso si ricordi che seguire la squadra significa anzitutto
partecipare all’evento vero e proprio, non solo virtuale.
Etica
nelle squadre giovanili; molte sono le società
sportive, allenatori, dirigenti che si dedicano non solo con spirito di
volontariato, ma addirittura educativo, a far giocare i ragazzini; ma
ad onta di tanti che hanno svolto veri e propri ruoli paterni verso
tanti ragazzi in difficoltà, spesso sorgono palesi dubbi su
quanto si insegna all’interno di molte squadre; eccessiva
competizione, ricerca del potere sportivo, giro di denaro ambiguo, a
volte persino il doping preventivo (Voltarren come se piovesse),
pressioni, costrizioni, eccessiva invadenza nella vita privata; molti
giovani invece che trascorrere ore serene a giocare diventano isterici
personaggi che tralasciano la vita reale per giocarsi solo nel calcio.
Quanti, illusi da personaggi senza scrupoli, si sono ritrovati senza un
diploma e rasi al suolo nella costruzione del carattere, oramai
però impossibilitati a proseguire una carriera
professionistica perché non all’altezza. Purtroppo
dalle serie maggiori e dai grandi club esempi pessimi di dirigenti che
chiudevano (e chiudono) gli occhi davanti a tossicodipendenti o a
semi-alcolisti, purchè garantissero l’incasso
domenicale. La persona umana diventa “plusvalenza”,
bilancio, danaro in cassaforte.
Etica
nel tifo; un radicale cambiamento del tipo di
società calcistica potrebbe coinvolgere più da
vicino una sorta di azionariato popolare del tifo, coinvolgendo sul
serio i tifosi “attivi” e passivi. Il tifo, e ci
riferiamo anche a quello più caldo, è un mondo
molto variegato di grandi potenzialità ma non possiamo
chiudere gli occhi sulle domenicali devastazioni delle nostre
città, sul costo economico altissimo che è
l’uso delle forze di polizia. L’argomento non va
minimizzato; è un termometro sociale molto indicativo.
Studiare lo stadio è studiare un pezzo di
società; modificarne il comportamento ha una valenza sociale
enorme. La violenza sprigionata và guardata in faccia,
analizzata, capita non rimossa come fenomeno di pochi. Noi a Genova
abbiamo ferite profonde per i fatti del G8; ma quei fatti sono i fatti
di ogni domenica negli stadi italiani; perché si vuol negare
questa realtà? Tifosi scortati da centinaia di poliziotti
sono un insulto alla nostra presunta civiltà superiore. Chi
frequenta uno stadio sa che dietro ogni persona, giovane o anziana di
gradinata ci sta una storia, una passione ed è un potenziale
sociale importantissimo fatto di speranze e frustrazioni, di voglia di
svago ma anche di impegno Indirizzare il tifo verso una nuova
positività è un impegno per salvare il calcio da
deliri e devianze sociali che col calcio han poco a vedere, ma nel
calcio trovano un anestetico, una droga che come tutte le droghe
finisce poi per provocare disastri ancora peggiori.
Queste
righe si chiudono con un invito alle parrocchie e a tutti coloro che
per conto di esse gestiscono spazi sportivi. Anche noi in prima persona
dobbiamo sentirci coinvolti; spesso l’ansia da gestione
prende il sopravvento; un campetto per dar due calci, semplicemente,
quando uno ne ha voglia, ci pare assurdo, improduttivo. Entriamo
facilmente così nella spirale del campionato, della gestione
e via discorrendo. Continuiamo a educare attraverso lo sport e nel
contempo ridiamo al calcio la dimensione ludica della gioia,
dell’amicizia, dello scherzo; è un gioco non
dimentichiamolo e non facciamoci prendere l’ansia da
gestione, togliendo così ai ragazzini gli spazi che a loro
ineteressano; i nostri sagrati, le piazzette, i chiostri, i cortili, le
vie. Quando la porta della canonica ridiventerà una delle
due porte in cui fare gol, allora il calcio potrà tornare a
essere l’anticamera della fiducia in un Dio che è
venuto a giocare con noi, per vincere insieme specie quando si perde
d.Fully
Doragrossa.
IX Numero
Yoga, New Age
Una mia cara amica,
cattolica praticante, impegnata nella chiesa, da tre anni frequenta due
volte la settimana un corso di yoga. La pratica di questa disciplina
l’ha aiutata molto dal punto di vista psicofisico, a
liberarsi da alcuni stati di ansia e di stress, ad acquisire una
situazione di pace e di silenzio interiore che le hanno permesso in un
certo senso di riappropriarsi di se stessa.
Come lei sono molte le
persone, giovani e non, che si accostano a queste pratiche e ne trovano
giovamento. Così anche tanti uomini e donne dello
spettacolo, coinvolti in una vita difficile e intensa, si rifugiano
nella meditazione buddista per gestire con maggior calma i propri
impegni.
Penso che questi
risultati, soprattutto in situazioni di malessere, come primi passi di
un cammino, siano un fatto assolutamente positivo, specialmente se
costruiscono il bene delle persone; tutto ciò che esiste ed
è buono viene da Dio.
Dal punto di vista
religioso le pratiche di concentrazione, di rilassamento, di dominio di
sé sono diffusissime anche nel modo cristiano; la tradizione
monastica, la cosiddetta Lectio Divina, il canto ritmato semplice e
ripetuto sotto forma di canoni, la preghiera ritmata con il respiro, il
silenzio in genere sono esperienze da sempre diffuse e veicolate dalla
tradizione cristiana.
E’ bene sapere
che esse appartengono al mondo degli strumenti, dei mezzi, non sono il
fine della vita spirituale; tali pratiche sono in vista
dell’incontro con Dio. In altre parole la preghiera
è un dialogo fra Dio e l’uomo, è
presenza dell’Amico, è silenzio abitato.
Il “sentire se
stessi”, l’azzeramento delle distrazioni e delle
passioni, lo sprofondare nel silenzio tipico di tante discipline
orientali non sono incontro con l’Altro, non sono ancora
preghiera. Per i cristiani è invece l’incontro
d’amore con Dio che riempie il cuore, consola la sofferenza,
guarisce le ferite, dona pienezze gioia alla vita.
Le pratiche yoga possono
essere utili se ci aiutano ad andare oltre, ad incontrare
un’altra Persona, o meglio a incontrare noi stessi e gli
altri in Dio; diversamente potrebbero causare chiusure in se stessi,
generare un ripiegamento, un’eccessiva attenzione a se stessi.
Sempre nella linea della
ricerca della felicità dell’uomo si colloca un
fenomeno di difficile definizione ma in continua espansione: i negozi
di musica, le librerie, i giornalai hanno da tempo dovuto modificare la
sistemazione dei propri scaffali per fare posto alla cultura
“New Age”. L’idea di “Nuova
(New) Era (Age)” deriva dal fatto che gli astrologi affermano
che si è appena conclusa l’era dei Pesci,
caratterizzata dal fenomeno cristiano, ed è iniziata
l’era dell’Acquario, durante la quale si
svilupperà una nuova forma di religiosità
universale capace di raccogliere tutto quanto c’è
di positivo per l’uomo nelle varie filosofie, teologie e
saperi.
La cultura New Age si
presenta quindi come un insieme di teosofia e magia, di passione per i
profumi e le pietre preziose, di energie cosmiche e di empatie
transazionali, di colori, di rumori naturali, di bevande, di
cristianesimo e buddismo, di divinità indù e di
presenze angeliche, di sufismo e di cabala; in alcuni testi
Gesù viene rappresentato come la quinta incarnazione di
Buddha, e la croce come un simbolo di grande potenza esoterica.
Questo panorama
composito e caotico, nato da un reale bisogno di risposte e di
spiritualità, dimentica una dimensione essenziale della Fede
Cristiana che è la sua storicità. La Fede
cristiana è una Fede precisa e rivelata da una persona
realmente esistita, Gesù di Nazareth, il Figlio di Dio, nato
e vissuto in luoghi e date ben precisi; le cose che ha detto e fatto
non sono opinioni da comprare nel supermercato delle verità
e miscelarle insieme ad altre.
Alcuni studiosi del
fenomeno infatti attribuiscono al movimento New Age una specifica
finalità anticristiana.
Don Nicolò
Anselmi
Approfondimento
Recentemente
è stato pubblicato un approfondito studio sul fenomeno New
Age che raccoglie i risultati di molte ricerche e riflessioni sul
fenomeno che peraltro è ancora in divenire e di non facile
catalogazione. Ne consigliamo la lettura a chi fosse interessato
all’argomento; il titolo dello studio è
PONTIFICIO CONSIGLIO
DELLA CULTURA
PONTIFICIO CONSIGLIO PER
IL DIALOGO INTERRELIGIOSO
GESÙ CRISTO
PORTATORE DELL'ACQUA VIVA
Una
riflessione cristiana sul “New Age”
VIII Numero
VEDERCI DA LONTANO
E’ possibile
per un ragazzino che sbaglia, per un ragazzino terribile, riuscire a
recuperare il terreno perduto? Quando la vita ti ha portato per strade
pericolose, quando circostanze e amicizie non propriamente adeguate ti
hanno fatto combinare marachelle un po più grandi di te,
quando la solitudine che gli adulti ti hanno creato intorno ti ha
portato a scegliere azioni che mostrassero al mondo la tua presenza,
quando i pregiudizi della gente e dell’opinione pubblica ti
portano a compiere ciò che tutti si aspettano che tu compi,
è possibile riuscire a intravedere una strada nuova?
In Genova, cosiccome in
tante altre città d’Italia, il fenomeno della
delinquenza minorile è diffuso, percepito
dall’opinione pubblica e dai mass-media forse come un gigante
delle nostre paure e quindi in maniera eccessiva, sottovalutato nelle
sue potenzialità perché di ragazzi a rischio ce
ne sono molti. In genere l’opinione pubblica si preoccupa dei
danni e di mettersi al riparo; scarica la colpa solo sui ragazzini di
altri paesi. La realtà è solo in parte
così. In effetti è assai più complessa
e formata da molte facce che però lasciamo ad una analisi
sociologica che non possiamo permetterci in questo contesto.
Di grande conforto nella
nostra città rimane un tessuto sociale di associazioni che
lavorano insieme alle istituzioni per dare una mano a questi ragazzi a
reinserirsi. Una volta esistevano le carceri minorili (Genova faceva
capo a Bosco-Marengo) oggi non più. Con grande fatica, nella
assoluta povertà di mezzi, il Tribunale dei minori, le
assistenti sociali, educatori professionali, forze
dell’ordine collaborano per tracciare una strada nuova a
ragazzini che spesso hanno intorno il deserto, per aiutare famiglie che
si trovano improvvisamente ad affrontare nuovi capitoli per loro
sconosciuti. Dopo un breve soggiorno in comunità penale dove
si orientano i casi, strumenti quali inserimento in una
comunità, affido temporaneo, messa alla prova sono i modi
affinché un ragazzino dai 14 ai 18 anni riprenda vita. Le
poche carceri minorili in Italia servono per casi eclatanti e per
situazioni eccezionalmente gravi. La sensibilità e la
dedizione degli operatori è il valore aggiunto di questo
minuzioso lavoro che ha in mano il futuro di non pochi ragazzini Non di
rado si trovano nelle istituzioni e nelle associazioni laiche che si
occupano di questi problemi credenti delle nostre comunità
ecclesiali che nel lavoro sanno di servire il Signore. Oltre che una
fitta rete sociale di sostegno anche gli istituti religiosi e le loro
comunità sono in prima fila, molti i risultati.
Dall’osservatorio privilegiato che è il Movimento
Ragazzi molti di questi ragazzi sono passati e di tanti abbiamo potuto
apprezzare lo sforzo e la riuscita nel tornare a una vita vera, una
vita “tranquilla” con nuovi valori. Ma
l’impresa a volte appare titanica; non solo perché
il numero non è così irrilevante, ma anche
perché se si vuole svolgere un lavoro qualitativamente buono
si ha bisogno di una rete di sostegno larga, efficiente, preparata e a
volte le risorse sono un po sempre le stesse e impari per i loro
obiettivi
Da qui la provocazione
da questa rubrica alle associazioni delle parrocchie, alle associazioni
delle famiglie, agli imprenditori e artigiani cattolici, a chi ha
attività di pastorale giovanile. Lasciamoci provocare ancora
dalla pagina del “PADRE BUONO” (Lc 15,20) quando il
Padre vede il Figlio “quando era ancora lontano”.
Questa
capacità di vedere i nostri “figli” che
sono lontani deve contraddistinguerci; non è forse vero che
nelle nostre parrocchie se qualche ragazzino teppistello, che ci ha
tormentato per anni al catechismo si allontana, quasi quasi tiriamo un
sospiro di sollievo? E se qualche “mela marcia”
cambia aria dal gruppo di giovanissimi le famiglie organizzano una
festa?
Noi non diciamo affatto
che i ragazzini non possano allontanarsi; il figlio della parabola si
allontana e và nella via del male; le parrocchie non devono,
giustamente, tollerare azioni e stili di vita che non siano a favore
dell’uomo; ma il cuore rimane vigilante in attesa del ritorno
e sa vederlo quando è ancora lontano; questo è
l’atteggiamento di una parrocchia, di un gruppo ecclesiale:
è l’atteggiamento del Padre.
Coraggio, chiesa di
Genova, il Signore ti chiama e ti chiede di aprirti al contatto con la
rete sociale e istituzionale per costruire insieme percorsi di
reinserimento per tanti ragazzi che hanno solo bisogno di fiducia, di
nuove possibilità. Apriamo, con saggezza e lavorando insieme
agli operatori, ma con coraggio e determinazione le nostre famiglie, i
nostri gruppi, le nostre occasioni di lavoro, a chi è
desideroso di lasciar perdere con le azioni malfatte, ma a
quindici-diciotto anni ancora non può farcela da solo, ha
bisogno di umanità attorno a lui, di
quell’umanità rinnovata e risorta
dall’incontro col Signore. Ha bisogno di una famiglia anche
solo di appoggio; e le nostre parrocchie non sono famiglie di famiglie?
APPROFONDIMENTO (nomi di fantasia)
Roberto ha quindici
anni; l’hanno pizzicato con un gruppetto a rubare in giro.
Dopo un anno di inserimento in gruppo lavoro dove fila tutto bene ha un
lavoretto, è in gamba, però ha solo gli amici di
un tempo e si sa come va a finire; dove troverà un nuovo
gruppo di amici da passare sane serate insieme, dove organizzarsi i
momenti liberi, passare una settimana estiva sana?
Franca è una
ragazzina terribile; ne ha combinate molte e ha fatto disperare fin
dalle medie;alla fine si è lasciata coinvolgere in una rissa
a picchiare una più piccola; ma se è con ragazzi
che non combinano nulla apre finalmente il suo cuore e piano piano si
lascia avvicinare; chi avrà la costanza di starle vicino per
farle capire che si può esprimere la rabbia diversamente?