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Sale e Luce: alla ricerca della Verità; solo Lei ci rende Liberi e Felici

saleluce@centrosanmatteo.org

Se vuoi diffondi questo scritto presso i tuoi amici, sul posto di lavoro, a scuola, all’università, in parrocchia, come SERVIZIO e spunto di DIALOGO, non di SCONTRO

L’Amore è la cosa più bella del mondo!
Dalla Radio, dal Secolo XIX , dal TG3 Liguria ho appreso che, nella Sala dei Chierici nella Biblioteca “Berio”, collocata ormai da qualche anno nei locali dell’ex Seminario, si è svolta o si sta svolgendo una mostra dei vincitori di un concorso artistico, riguardante la grafica delle scatole dei preservativi.
In concomitanza con l’evento avrà luogo una distribuzione gratuita di “condom” e la possibilità di consulenze psico-ginecologiche.
La notizia oltre a farmi sorridere, mi offre la possibilità di fare una riflessione importante, a partire da un argomento assai poco indagato, come quello dell’uso del preservativo e della contraccezione in genere. Molti educatori ed anche sacerdoti affrontano mal volentieri la questione; se ne parla poco davvero.
Mettendo insieme un pò d’esperienza con i giovani, qualche anno di confessionale e la conoscenza abbastanza approfondita di alcune anime che stanno facendo un cammino spirituale serio, mi sento di affrontare l’argomento, partendo dall’esperienza di felicità collegata all’amore fra un uomo e una donna. Le motivazioni filosofiche, antropologiche e teologiche le lascio ad altri contesti.
Poche settimane fa una giovane di circa 25 anni, mi confidò che abitualmente da alcuni anni, faceva l’amore con il suo fidanzato, utilizzando il preservativo. Aveva dovuto ammettere da un pò di tempo, a sé stessa di provare però un certo disagio collegata ad una sensazione di noia. Si accorgeva che non appena s’incontrava con lui, non riuscivano più a scambiarsi delle affettuosità “normali” ma subito pensavano all’atto coniugale, attirati dal grande piacere fisico ad esso collegato.
Mi ha confidato che l’attrazione era così forte che quando uno dei due non era pronto, non si sentiva, non desiderava avere “rapporti”, per i motivi più vari, con grande fatica l’altro era disposto a rinunciare, creando incomprensioni e in ultima analisi un certo allontanamento.
La ricerca del piacere rischiava di diventare prevalente rispetto al dono, un certo egoismo strisciante stava prendendo il sopravvento nel loro rapporto dall’interno, avvelenandolo.
Risposi che la sua esperienza di tristezza era condivisa da molti giovani, non era sola a pensarla così.
La giovane mi chiese se questo ragionamento era valido sia prima che dopo il matrimonio. Risposi di sì. Esiste una castità anche dopo il matrimonio, aperta alla vita rispettosa dei ritmi di fertilità della coppia scritti da Dio nella natura.
La castità accende il desiderio dell’altro, valorizza tutti i linguaggi dell’anima, educa alla donazione, rinforza i matrimoni, genera fidanzamenti, spinge al matrimonio.
Siamo vittime su questi temi, di un grande inganno che sta rovinando la realtà più importante della vita, cioè l’amore.
“Il Maligno è attivo”, mi diceva pochi giorni fa un vescovo emerito di Genova, l’azione del Maligno è finalizzata a dividere, lo sappiamo bene: le coppie, la società, l’uomo da Dio.
Essere casti, vivere questo grande sì all’amore, è impegnativo, ma non impossibile.
Chi crede, sa che la Grazia di Dio vissuta nella Preghiera, nell’Adorazione Eucaristica e nella Confessione frequente, ci permette di cambiare stile di vita, d’interrompere comportamenti che ci fanno del male. “Tutto possiamo in Colui che ci dà forza”.
Lasciamoci illuminare e scaldare dalla splendida Verità, dalla bellezza dell’Amore e dalla Gioia.
Preghiamo soprattutto per tutti coloro che insegnano false verità, talvolta senza rendersene conto, raggirati ed ingannati dal Maligno… che nel Deserto Quaresimale non mancherà di venirci a trovare, come ha fatto con Gesù.
Mi fermo qui, anche se su questi temi le bugie e i falsi silenzi da denunciare, sarebbero molti altri.
Molti sorrideranno dopo queste righe: i soliti preti! Non sanno parlare di altro che di sesso, mai di pace e di giustizia sociale! Ma l’attuale sfacelo del rapporto uomo-donna è sotto gli occhi di tutti. E solo uomini e donne nuovi possono costruire un mondo nuovo, di giustizia e di pace.

Don Nicolò Anselmi
don.nico@libero.it
NO ALLA VIOLENZA
Erano circa le 19.30; mi trovavo in piazza De Ferrari, in cima a vico San Matteo, nei pressi dell'edicola. Faceva caldo ed avevo la giacca a vento sbottonata, anche per la fatica della salita; mi si è avvicinata una persona distinta, in giacca e cravatta, sulla cinquantina, con una borsa di pelle chiara nella mano sinistra e un giornale, probabilmente acquistato da poco, in quella destra. Avendo riconosciuto che ero un prete, senza fermarsi, semplicemente ruotando la testa per guardarmi in faccia, mi ha detto: “ma quando è che la smettete di romperci i c.......i e di ficcare il naso nella politica”. Non sono riuscito a dire nulla...mi sono sentito aggredito. Ho sempre pensato che la nostra società dei rapporti deboli, frettolosi e frammentati fosse la società della solitudine; di questi tempi mi sto convincendo che l'assenza di relazioni vere e profonde genera non solo solitudine ma anche violenza. L'altro che non conosco, che non frequento, con cui non parlo facilmente diventa una minaccia, un rivale, il responsabile delle mie insicurezze, dei miei fallimenti, delle mie paure, delle mie sofferenze. Mi sembra che questo valga a tutti i livelli, sia nei rapporti fra persone, sia nei rapporti fra gruppi; dal bullismo scolastico alle violenze sessuali, dalle risse fuori e dentro gli stadi al mobbing sul posto di lavoro. Nemmeno le aule del parlamento ne sono esenti e ultimamente, l'ultima sfida dai toni violenti sembra essere quella fra Chiesa e Società. I giornali e le televisioni sembrano essere gli organizzatori di questa battaglia che tiene banco, interessa, genera audience e quindi denaro. In un mondo che non comunica più in modo profondo i “media” acquisiscono un ruolo importante; sono loro i mediatori della verità, sono loro che comunque nutrono la nostra fame di relazione, con cibo sano o velenoso. Se domani fosse trasmessa la notizia di un terremoto in Honduras con relativa raccolta di fondi chi di noi potrebbe verificarne la verità? Non voglio generalizzare ma spesso leggo nelle pagine dei quotidiani tanta ideologia, tante mezze verità, tanta istigazione al contrasto, alla tensione, al litigio anche violento anzichè passione per la verità, per l'uomo, per il lettore. Non ci resta che superare i “media” e riscoprire nuove forme di comunicazione, riscoprire l'incontro, il vivere insieme per parlare, per capire, per donare, per amare. Gesù non ha fondato scuole nè ospedali, non ha avviato mense nè progettato acquedotti: ha avuto degli incontri, ha visitato delle case ed ha costituito una comunità, la Chiesa. A questa comunità ha donato uno scopo “perchè abbiano la vita e la mia gioia sia in loro”, ha affidato un compito, quello di diffondersi, ha dato un modello, se stesso crocifisso che dona la sua vita, ha fornito degli strumenti per durare nel tempo, la sua Parola e i Sacramenti. Pregare è comunicare; non c'è bisogno di media, basta solo un pò di volontà.
Don Nicolò
don.nico@libero.it
QUARESIMA: MA IL CIBO E´ VERA PENITENZA?

Inizia Febbraio il cammino di Quaresima. Periodo di riscoperta della Fede.
Ci torneremo sopra. Molti hanno la tradizione di rimarcare nel cibo un segno di preparazione. Del resto il MERCOLEDÌ DELLE CENERI e il giorno del VENERDÌ SANTO sono giorni di digiuno, e i venerdì di quaresima NON SI MANGIA CARNE.
Ma ha senso ancora oggi affidarsi a queste usanze? E’ possibile esprimere la propria fede attraverso gli alimenti? Gesù ancora una volta è stato esplicito: non è ciò che entra nella tua bocca che è il problema, ma ciò che esce dal tuo cuore. Chiarissimo! E tuttavia ha voluto essere presente in mezzo a noi in due cibi: il PANE & il VINO. E’ la potenza del simbolo, del segno. La nostra vita è legata al cibo, senza del quale noi moriamo.
Per questo se la nostra fede è ben oltre il cibo stesso, esso spesso assume a valore simbolico molto preciso.
Le norme e le prescrizioni dell’antico Testamento, cosiccome del resto in quasi tutte le Religioni di ogni era e ogni latitudine, erano sempre a favore dell’uomo stesso. Consigli per una vita sana, libera, dove è l’uomo a condurre la danza e non si lascia condurre dal cibo. Gesù ci libera definitivamente dalle norme oggettive sul cibo per indicarci una via più alta, quella dello Spirito e della Fede, che è poi la via dell’Amore. E’ lì l’inghippo. Non deve essere il cibo a condurre l’uomo ma l’uomo il cibo. E’ così che allora anche gli impegni circa il cibo diventano segno del
prevalere dello spirituale che, appunto, non si distacca affatto dal “carnale”-“materiale” ma anzi lo supporta, lo completa e senza di esso rimarrebbe dis-umano.
Nel 2007, da insegnante, devo constatare quanto frequente e devastante sia il fenomeno dell’anoressia e della bulimia. Nel cibo si concentra tutto il disagio interiore di tanti giovani in prevalenza ragazze. Ma l’uso sproporzionato di foglie di coca altamente lavorate, non è segno dello stesso disagio interiore? E l’alcool, nettare degli dei, non è forse usato in maniera sproporzionata per colmare vuoti (depressioni) interiori? Le indicazioni dunque della Quaresima non sono dunque da prendersi in forma farisaica (facile assicurarsi un venerdì infarcito di totani ripieni di verdurine alla moda, fritti di mare, e aragoste pregiate) ma come segni di un cammino spirituale profondo, fatto di Fede, Speranza e Amore, dove nell’incontro con un TU che dona la vita per te, non solo nella morte ma nella resurrezione, l’uomo trova il suo “essere”, la sua verità, chi è davvero. E’ in questa relazione col TU di Gesù, oserei dire col Voi della Trinità, che scopriamo chi siamo. E da questa scoperta, da questo incontro riparte il cammino umano rinnovato che trova col cibo e nel cibo un equilibrio e una gioia profonda. Basti pensare alla scoperta della condivisione, specialmente con chi quel cibo non lo ha; basti pensare alla gioia della festa condivisa che trova espressione nella condivisione di un cibo che renda le persone capaci di relazionarsi intorno alla mensa senza annebbiarsi la coscienza; basti pensare al senso di una attività umana degna e equilibrata che si sostiene grazie al cibo; basti pensare alla stupenda diversità di tante tradizioni, storie e culture umane espresse nel cibo. Ecco allora che le indicazioni sul cibo quaresimale, diventano il giro di chiave per far partire il motore di un cammino di ricerca del Volto dell’Amore, che a Pasqua esploderà in una vita nuova, nella gioia e nella condivisione.

BULLISMO: MA SIAMO SICURI DI ESSERE INNOCENTI NOI ADULTI?

Da un po di tempo si è ripreso a parlare con insistenza locale e nazionale
dei fenomeni del bullismo, ovvero di giovani che in branco si approfittano
di compagni più deboli. L’argomento non è di semplice trattazione e
soprattutto di facile individuazione. Vista l’eco mediatica si tende a
vedere bullismo dappertutto, a confondere incapacità di relazione con
emarginazione, scherzi innocenti con nascenti mostri sanguinolenti. E
tuttavia il problema è innegabile. Nella nostra zona in circonvallazione a
Monte dopo le vacanze di Natale ben due ragazzini sedicenni del nostro
gruppo e altri nella scuola, sono rientrati con occhi pesti per assalti nei
vicoli o per strada. Questo può a volte corrispondere a piccola
delinquenza mentre invece è talvolta opera di insospettabili che operano
con disinvoltura disarmante. Dove nasce il bullismo?
Io ho i miei ricordi da bambino, ragazzo; una infanzia che definisco senza
mezzi termini: serenissima, praticamente felice. Eppure ben ricordo gli
assalti subiti fuori dalla scuola media, la paura di essere seguiti, le
figurine rubate, a volte i soldi, il timore di dirlo a casa. Erano bande
ben precise che non cito per evidenti ragioni di opportunità facendo ancora
oggi il parroco in zona, ma le bande erano chiare. Noi e loro. Tuttavia vi
era una forte solidarietà da parte del tuo gruppo, una certezza di
identità. Tutto finiva lì. Pochi spiccioli presi, figurine e stop. Non cito
nemmeno gli assalti alle ciliegie e agli orti dei “ricchi” che “dovevano”
subire. Lo scherzo, la presa in giro era all’ordine del giorno come in
tutti i paesi di periferia. A volte diventava feroce però. Eravamo capaci
di essere molto cattivi, io per primo. In classe chi non apparteneva a uno
dei sottogruppi era spacciato. Io stesso oggi, da adulto, ricordo cose e mi
vengono i brividi. Ricordi nitidi. E per fortuna ero tra i più “sfigati”
della compagnia, tanto che solo la mia capacità nel fare i compiti (e di
aiutare) mi salvava. Questo mi impediva di calcare la mano o di usarla
essendo in genere più debole. Questo rafforzò la mia amicizia (alleanza)
con il mio gruppo che mi difendeva a spada tratta. Ma senza la famiglia,
senza il riferimento alla Chiesa, con una taglia in più, sarei finito
anch’io col combinare qualcosa. E ripeto, a ripensarci e a vedere i
risultati, non è detto che la mia parte, piccola o non piccola l’abbia
comunque fatta.
Alle superiori il mio povero fisico mi rese preda appetibile di tutti gli
energumeni di quinta che fecero del povero primino un sol boccone. Ma era
una cosa accettata. A denti stretti ma accettata. Ne ero “partecipe”
anch’io come vittima, come parte del sistema. Venivo da un paese, ne avevo
visto di peggio. Eppure tutti accettavano lo scherzo alla matricola, pure i
professori. Quando fui in quarta un paio di mani sui fianchi e le maniche
tirate sù misero definitivamente in fuga qualcuno di quinta liceo che
scambiava la statura con la classe di appartenenza. In quinta mi rifiutai
di applicare insieme ai miei compagni cose che oramai ritenevo soprusi.
Oggi io non accetterei più che in una mia classe ci si comportasse così e
per fortuna non accade, almeno al Da Vinci. Eppure anche in quegli anni
all’interno della classe quante sono state le relazioni approssimative, i
“tagli” che il gruppo classe principale dava a chi era indietro o troppo
avanti. Quante volte di nuovo col mio silenzio ho contribuito a non creare
legami che dessero vita. E quanto oggi aiuto i miei studenti a discernere
la sottile linea che separa lo scherzo, la battuta dal sopruso e dalla
molestia? Questi miei ricordi si sono poi all’improvviso legati l’altra
sera a una brutta sensazione televisiva. Erano le 21 e 15; stranamente ero
a casa e cenando, finito il TG classico, ho girato facendo del banale
zapping. Esercizio che odio intellettualmente ma che farei meglio talvolta
a fare per rendermi conto della realtà. Mi appare una coppia che balla in
uno studio televisivo. Lei la classica super bionda platinata, altissima;
lui un ometto simil-me, devo dire un po peggiore nell’aspetto e
nell’espressione, basso, con una pancia che non finiva più, a torso nudo, a
lei avvinghiato. I due ballavano nello studio, col presentatore televisivo
che li derideva, li scherzava, e incitava il pubblico a dileggiare “la
bella e la bestia”. E il pubblico giù a ridere, applaudire sganasciarsi,
dietro questo pover’uomo semi-nudo (immagine raccapricciante davvero)
finchè il presentatore non lo ha spedito dietro le quinte. “Ecco”, mi sono
chiesto, “poi se in una classe succede altrettanto chiamano i carabinieri,
portano i ragazzi in questura e via di seguito. Questi invece son pagati
fior di quattrini per insegnare a prendere in giro i più sfortunati. “
L’autore televisivo mi darà sicuramente del clerico-fascista, che non
capisco il valore intrinseco artistico e di auto-denuncia del programma;
citerà qualche socio-psico-teologo che dirà quanto sia il valore morale
della trasmissione. Io non so se sono fascista o stalinista ma la
trasmissione l’avrei fatta chiudere subito e mandato a zappare gli autori.
Ai voglia a dire ai giovani di non guardare certa TV, ma cosa capiscono
poi? Non ne escono confusi? Non capiranno che prendere per i fondelli uno
più sfortunato è poi normale, anzi fa trend? Se l’andazzo è questo, e chi
dice il contrario è accusato di essere bigotto, cosa ne possono loro? E’
colpa nostra che votiamo, che siamo nelle istituzioni, che non gli diciamo
abbastanza di girare canale, e nel frattempo non ci impegniamo a spegnerne
qualcuno. Ci lamentiamo del bullismo ma a che cosa li educhiamo in realtà?
Siamo ipocriti verso questi ragazzi. Non riusciamo più a mettergli dei
paletti perché non li vogliamo noi i paletti. Con la scusa della libertà
ogni cosa è opinabile. Manca poco a sostenere che i ragazzi che hanno
pestato un down, sono liberi di farlo, se lo pensano. Guai a ledere la
libertà dell’individuo!! I bulli ce li creiamo noi adulti quando non
mettiamo dei paletti a noi stessi. Quando ci sentiamo degli sfigati se non
abbiamo il macchinone, il conto super, o il mega master di laurea, o il
vestito all’ultimo grido; quando ci insultiamo per un semaforo, per un
posteggio, per mezzo metro di condominio. Quando non aspettiamo altro che
uno cada per dargli addosso col nostro dito puntato e il sorriso
soddisfatto di chi pensa “è caduto anche lui!”.
I nostri ragazzi “bulletti” dunque sono nostri figli, non disconosciamoli.
Sappiamo discernere quando siamo davanti a casi di psichiatria celata,
oppure a casi di infantilismo e superficialità, oppure davanti a situazioni
estreme di povertà e inadeguatezza, oppure di fronte alle ansie e paure di
genitori e educatori. Non facciamo di ogni erba un fascio ma rimaniamo
vigilanti e perseveranti, perché nel costruire relazioni i primi carenti, i
primi emarginanti, i primi violenti siamo proprio noi adulti, da quando
permettiamo senza batter ciglio che vengano propinati prodotti televisivi
di orrenda qualità, a quando ci esibiamo tristi e violenti, incapaci di
dominare le nostre rabbie e solitudini che si abbattono su chi riteniamo
per un qualche motivo più debole; a quando carichiamo, sempre più, i nostri
personali problemi sulle spalle dei figli.
Scusateci ragazzi, per la nostra superficialità, indifferenza e passività.
Avete ragione voi nel darci speranza e richiamarci a relazioni vere e
chiare, buone e generose, belle e profonde, gioiose e piene di stima. Dove
i deboli sono tutelati e i forti aiutati a essere solidali. Dove i primi
siano ultimi e gli ultimi primi. Vi chiedo di non usarci come scusa “lo
fanno gli adulti, lo dicono in TV”, ma di accettare che vi vengano posti
dei limiti, dei paletti oltre i quali non si può andare e chi ci và ne
paghi le conseguenze; vi chiedo di essere migliori di noi; svergognateci
così, l’unico atto di “bullismo” concesso.

Don Francesco Fully Doragrossa
fully9@tin.it

LE ELEZIONI NON HANNO SENSO

“Le elezioni non hanno senso”. Non sempre è facile resistere alla tentazione di una frase paradossale per attirare l’attenzione di chi legge, tuttavia il paradosso in questione potrebbe rivelarsi, alla fine di questo scritto, non così assurdo. Innanzitutto mi difendo rivelando che essa trova origine in un’affermazione di Max Weber (che a sua volta citava Tolstoj) e che era riferita alla scienza: “Essa è priva di senso perché non dà alcuna risposta alla sola domanda importante per noi: che cosa dobbiamo fare? Come dobbiamo vivere?” Un grande scienziato sociale Max Weber riteneva dunque la scienza senza senso? Egli attribuiva al metodo scientifico un grande valore ma riconosceva che esso non darebbe risposta alle domande fondamentali nella vita di un uomo, precisamente non darebbe risposta sui valori ultimi, quelli appunto, capaci di dare senso alla vita. Inutile dunque aspettarsi dalla scienza una risposta ale grandi questioni dell’esistenza umana.

Se così possiamo dire delle scienze naturali e di quelle sociali (la sociologia, il diritto, l’economia…) non è forse possibile fare un discorso simile a proposito delle regole democratiche, della democrazia intesa come insieme di regole e procedure? I meccanismi che permettono a un popolo di esprimere il proprio consenso e la propria partecipazione alla vita pubblica sono importanti e possono essere più o meno efficaci, ma non servono a costituire questo consenso, non servono a spiegare i valori che stanno all’origine: in poche parole non possono giudicare il bene e il male o dare identità a un popolo. Può sembrare poco più di un gioco di parole, un enigma per chi ha tempo da perdere ma le implicazioni pratiche sono fondamentali. Innanzitutto se fosse vero che la democrazia, o meglio le sue regole, fossero di per sé stesse un valore ci ritroveremmo a dire che la struttura politica (lo stato, il comune, la regione…) siano il luogo dove i valori in qualche modo si creano, se definiscono. Thomas Mann nelle sue “Considerazioni di un impolitico” ha parole dure in questo senso: “…Io non ritengo che lo Stato debba essere venerato come una divinità in terra, non lo considero scopo a sé stesso; per me è un fatto più tecnico che che spirituale[…]. Secondo me i più importanti campi dello spirito umano, religione, filosofia, arte, poesia, scienza, sussistono accanto allo Stato, al di sopra e al di fuori dello Stato.”. Solo le persone, con la loro intelligenza, la loro coscienza e la loro responsabilità, attraverso il reciproco confronto e attraverso le loro relazioni possono riconoscere e difendere i valori umani su cui la stessa convivenza e la stessa democrazia si fonda. Lo stato, fosse pure lo stato democratico è uno strumento (sempre inadeguato come tutti gli strumenti umani).

In secondo luogo, nell’ipotesi di un valore autonomo delle regole democratiche, la maggioranza del corpo elettorale (di chi ha diritto di voto o effettivamente lo può esercitare) diventerebbe creatore del senso della propria esistenza e di quella di chi votare non può o è in disaccordo. Non esisterebbe in pratica un patrimonio di valori al di fuori di quello che viene espresso attraverso le regole democratiche. Come deprecare allora i rischi della “democrazia dei sondaggi”, della tentazione cioè della classe politica di adeguare la propria agenda e le proprie posizioni alle opinioni dei potenziali elettori.

Ho lasciato per ultimo l’esempio più lampante: se una democrazia votasse delle leggi razziali, o esprimesse democraticamente un rappresentante sanguinario, il procedimento elettorale, pur formalmente corretto, sarebbe sensato per sé stesso? Sarebbe cioè in armonia con il senso della vita, il diritto all’esistenza e alla dignità di ogni essere umano? In base a cosa si potrebbe poi giudicare negativo tutto questo?

Dovremmo alla fine riconoscere che la democrazia come procedura, e quindi gli strumenti elettorali stessi, non hanno senso, o meglio, spiegando il paradosso, non possiedono in sé il senso dell’esistenza.

Non basta insomma una tessera elettorale timbrata a certificare il nostro impegno a favore del nostro Paese, a favore dell’uomo. Il confronto, la riflessione, la ricerca del senso vero, condiviso della nostra esistenza sotto gli aspetti più differenti, da quelli religiosi a quelli etici è essenziale al futuro di un popolo. Utilizzare le regole elettorali come una rassicurante coperta di Linus per sentirci a posto, delegare alla sola dimensione politica (che peraltro spesso abdica a questo peso attraverso la valvola di sicurezza della libertà di coscienza) il dibattito su questioni fondamentali sarebbe miope. In tal caso la direzione scelta sarebbe pressoché casuale, come direbbe Kierkegaard: “La nave è in mano al cuoco di bordo e il megafono non ripete più la rotta, ma cosa si mangerà domani”.

Sono le persone attraverso famiglie, le associazioni, le comunità di qualsiasi natura l’anima della ricerca del senso di parole come Giustizia, Verità, rispetto della Vita. In tempi in cui si parla di esportare la democrazia sarebbe imperdonabile dunque pensare che questo significhi semplicemente esportare un sistema elettorale e non piuttosto stimolare il dibattito, il confronto e lo studio su quel patrimonio ideale senza il quale nessuna convivenza umana basata sul rispetto di tutti è possibile.

Matteo Gillerio

La Shoah

Come tutti i professori di Religione che si rispettino sono uno fra i più
ricercati cui gli studenti chiedono l’accompagnamento alla gita scolastica.
Poiché credo fortemente al valore di crescita di questi momenti non manco
mai di mettere nelle mete, nell’arco del triennio un pellegrinaggio ai
campi di sterminio. Con le classi abbiamo visitato Auschwitz, Dachau,
Mauthausen. Ogni volta, pur vivendo nel nostro mondo così distratto,
superficiale, spesso violento, gli alunni rimangono colpiti nel profondo a
scoprire gli orrori della seconda guerra mondiale, lo sterminio pianificato
delle minoranze, la vita orrenda dei campi di sterminio.
Davanti alle immagini, ai filmati, ai racconti, alle letture si crea
durante la visita e sul pulman un silenzio per così dire “sacro”. Questo al
di là di ogni livello religioso o ideologico. Anche i restii, anche gli
incalliti fautori della gita “A Barcellona o Amsterdam” (sesso o droga) si
tacitano, a volte compare anche il magone. Non sono in grado di dire quanto
poi questo incida sulla formazione umana o culturale degli alunni. Il resto
della gita sono certamente allegri anche se è vero che non accadono mai
eccessi da Catalogna. Riusciranno a cogliere l’applicazione alla loro
realtà di ciò che gli abbiamo fatto vedere? Nel 2007 non ne sono così
irrimediabilmente lontani?
La lezione che deriva dall’olocausto è così intensa, ma oramai così fievole
che spesso si cade nella retorica e si rischia di perderne il senso.
Travolti dalle polemiche , dai revisionismi striscianti o provocatori, si
rischia di buttarla sui numeri, sull’horror, sul sangue, sul trucido. Del
resto siamo nel mondo in cui tutto fa spettacolo. Si rischia sempre di
colpire solamente attraverso l’emozione, di sicuro importante, ma non
bastevole per trarre lezione di vita.
Lezione che invece è sempre tremendamente attuale.
Due cose mi hanno sempre impressionato nelle letture e nei viaggi sul
tema. L’incredibile passività delle persone attorno ai campi di sterminio e
la totale disumanizazzione cui erano sottoposti gli internati.
La prima ci dovrebbe far pensare molto alla “normalizzazione” strisciante
che la società impone a chi non sa o non vuole pensare con la propria
testa. In fin dei conti tutto appare normale. Sterilizzare chi ha
problemi, deportare le minoranze, gasare donne e bambini; a un certo punto
tutto diventa normale. Avere un campo di concentramento a due passi da casa
non sconvolge, basta che non ti tocchi in prima persona. Un tema più che
attuale oggi dove la diversità rimane il pericolo numero uno e dove tante
nuove forma di indifferenza si diffondono e ci avvolgono il cuore senza che
noi ce ne accorgiamo. Quante sofferenze riteniamo assolutamente “normali”,
ma il Signore cosa avrebbe da dire a quei vignaioli che maltrattano la sua
vigna?
La seconda ci fa riflettere su quanto debole sia la nostra identità e
quanto sia facile aderire a un modo di fare che pieghi l’altro ai miei
bisogni, distruggendolo nello spirito, in una sorta di catena dove il più
forte mangia il più debole, dove si vive accanto all’orrore senza sapere
più dove si trova la verità, o qualsiasi appiglio di umanità o anche il più
piccolo limite al possibile. I nostri “così fan tutti” “così và il mondo”
sono rese della nostra persona alla cultura della violenza, della guerra,
della sopraffazione.
Il mondo può andare così ma può anche andare diversamente. Il grido che si
alza dai campi di sterminio, di concentramento, di prigionia ci dice che il
mondo deve andare diversamente e per questo deve ricordare le strade
sbagliate, capirne le motivazioni e stroncarle sul nascere anzitutto nel
nostro cuore, nella nostra coscienza, nei nostri ideali.
Per questo i giovani devono conoscere, non solo per emozionarsi ma
soprattutto per capire, studiare, e sognare un mondo nuovo. Per capire che
il lager è dentro di noi, in agguato, pronto a saltar fuori come prima e
peggio di prima. E del resto basta aprire gli occhi per trovarne anche
intorno a noi, oggi, tra guerre, povertà, distruzioni. Le stesse logiche
indifferenti e disumanizzanti.
Solo una vita nuova può aprirci una strada nuova. Chi ha fede mi capisce
ma credo che anche chi non crede può capire e condividere pienamente.
Don Francesco Fully Doragrossa

Riflessioni a cavallo fra 2006 e 2007 (parte 2)

A cavallo fra i due anni, sono rimasto colpito da alcune dichiarazioni
rilasciate agli organi di informazione da personalità pubbliche a
proposito dell'esecuzione capitale di Saddam Hussein. Nei talk show ed ai
telegiornali alcuni personaggi hanno affermato di essere cattolici ed
insieme di essere favorevoli alla pena di morte, anche nel caso citato del
dittatore irakeno, in cui la persona sia già in carcere in stato di non
nuocere. Questa affermazione è in chiaro contrasto con l'insegnamento del
Magistero della Chiesa Cattolica. Lo stesso discorso deve valere per la
libertà religiosa, per l'aborto, per la sperimentazione omicida sugli
embrioni e per tante altre situazioni. Gesù, con la parabola del buon grano
e della zizzania ci ha invitato alla pazienza ed alla misericordia, ma mi
chiedo se è giusto che chiunque possa fare affermazioni di tolleranza verso
l'aborto o la pena di morte ed insieme dica di essere cattolico. Il
Concilio Vaticano II è chiaro: sono pienamente, e questo avverbio è
importante, incorporati alla Chiesa Cattolica coloro che ne condividono la
Fede, i Sacramenti, la sua organizzazione visibile e la comunione nella
carità e nell'amore (Lumen Gentium 14b).
Il Concilio e la Chiesa hanno un cuore grande come il cuore di Gesù: Dio
ama tutti, non c'è alcun dubbio, e tutti possono salvarsi, anche i non
credenti che cercano Dio con cuore sincero. Il Padre desidera che tutti i
suoi figli siano felici e salvi! Mi sento di dire che tutti gli uomini, in
un certo senso, appartengono, in modo differente alla famiglia di Dio; ma
se vuoi, solo se vuoi, appartenere in pienezza alla Chiesa Cattolica, la
strada è quella indicata dal Papa e dai Vescovi successori degli Apostoli,
ai quali Gesù ha affidato la continuazione della sua missione. Anche il
grande Francesco di Assisi e Caterina da Siena lo avevano capito, che pure
hanno dovuto faticare non poco. La docilità alla Chiesa è libertà e pace.
Per amore di chiarezza, e oggi ne abbiamo un grande bisogno, mi chiedo se è
giusto definirsi pubblicamente cattolici e non partecipare alla S.Messa o
rifiutare il Sacramento della Riconciliazione, criticare in modo
sistematico l'insegnamento dei Vescovi in materia di Fede e di Morale. Non
so di chi sia la paternità del celebre slogan “ama e dillo con la vita”; mi
verrebbe da parafrasarlo cosi “se vuoi essere cattolico dillo non solo a
parole ma anche con la vita”. Una mia alunna una volta mi disse, con la
consueta foga adolescenziale, che, può sembrare brutto dirlo, è necessario
affermare che certe persone sono battezzate, ma non sono cattoliche.
Il 2007 ci attende con grandi interrogativi etici a cui rispondere:
eutanasia, pacs, guerra, libertà religiosa, lotta alla povertà. Ritengo
che, per evitare pericolose confusioni, in molti casi sia doveroso non
sbandierare l'aggettivo cattolico prima di aver pregato, digiunato,
studiato e meditato lungamente e con umile attenzione i testi del
magistero, da soli, con dei maestri e insieme ad altri fartelli nella luce
dello Spirito Santo. Molti problemi etici inoltre vanno affrontati con la
forza della ragione, senza tirare in ballo Gesù; Fede e Ragione non possono
essere in contraddizione, ormai dovremmo averlo imparato, perchè hanno in
Dio la medesima origine.
Concludo con un grande abbraccio di buon anno a tutti, in particolare ai
fratelli e le sorelle che hanno inclinazioni omosessuali: io fra di voi ho
dei cari amici, persone molto vicine a cui voglio davvero bene e rimango
sempre profondamente ferito quando qualcuno li strumentalizza e tenta di
creare sospetto e divisione; Dio vi ama e ha dato se stesso per tutti noi,
ed anche la Comunità Cristiana di cui voi, se lo desiderate, fate parte, vi
ama; i nostri governanti hanno scherzato inserendovi a Natale fra le
statuette del presepe, ma voi c'eravate già! Unitevi alle persone che vanno
alla Grotta, ai Magi ed ai Pastori, incontratevi con Gesù nella Preghiera,
nell'Adorazione Eucaristica, nei Sacramenti; non stancatevi di cercare la
felicità; come Benedetto XVI ha detto ai giovani presenti a Colonia, essa
ha un nome: Gesù di Nazaret! Lui solo è la nostra gioia. Non vi toglierà
nulla, vi darà tutto. Buon 2007

Don Nicolò Anselmi
don.nico@libero.it

Riflessioni a cavallo fra 2006 e 2007 (parte 1)
Nel mio cuore la gioia natalizia e degli primi giorni del 2007 è stata
profondamente attutita dalla morte del nostro fratello Piergiorgio Welby e
dall'esecuzione capitale del nostro fratello Saddam Hussein; con questo non
voglio dimenticare, come ci ha ricordato il Santo Padre nell'Angelus di
Natale, le diecine di migliaia di vittime del Darfur o delle guerre civili
del Medio Oriente, ma certamente i due fatti che ho citato mi hanno
coinvolto tantissimo e come me, credo, molte altre persone.
Sono stato colpito in particolare dal dibattito sulla coscienza e la
libertà che si è scatenato dopo i funerali laici e non religiosi di
Piergiorgio Welby. I giornali di tutto il mondo hanno spiegato che vengono
celebrati i funerali delle persone che si tolgono la vita perchè si presume
che, a motivo della sofferenza che stanno vivendo, non abbiano la piena
avvertenza della gravità del gesto che stanno compiendo e per quanto
riguarda il signor Welby invece, avendo egli chiesto più volte la morte, si
è pensato che egli invece fosse perfettamente cosciente e libero e pertanto
avesse compiuto un atto lucidamente opposto alla volontà di Dio. Un mio
amico psichiatra non è d'accordo: chi cerca la morte non è mai lucido, è
depresso, sta delirando, perchè l'uomo desidera vivere, non morire.
Non entro nel merito della discussione sul caso concreto, forse troppo
complesso per le mie conoscenze; mi sono invece soffermato a pensare sul
concetto di piena avvertenza collegato a quello di libertà.. Mi sono
chiesto che piena avvertenza abbiamo noi, ho io, del senso profondo della
nostra vita e del significato delle nostre azioni. Sono cosciente di che
cosa voglia dire vita e vita eterna? Da persona credente e da sacerdote mi
sono chiesto che percezione ho del significato della preghiera, della
presenza di Gesù dentro di me. Mi rendo conto di cosa sia davvero
l'Eucarestia? Quando dico che sono Figlio di Dio e che Gesù si è fatto uomo
in realtà che cosa capisco? Qualcosa certamente si, ma forse la minima
parte. San Tommaso d'Aquino dopo un'estasi ha definito “paglia” tutta la
sua teologia in confronto a quel poco che aveva visto! Dio, la vita, l'uomo
sono un mistero, cioè una verità conosciuta ma non completamente
attingibile. Che piena avvertenza abbiamo del senso del tutto?
Quando mi perdo in questi pensieri mi vengono in mente le parole di Gesù
rivolte alla Samaritana: se tu conoscessi il dono di Dio.... ed anche le
ultime parole del Signore, poco prima di morire: Padre, perdonali perchè
non sanno quello che fanno...eppure apparentemente i Romani e i membri del
Sinedrio avevano fatto un processo, avevano preso delle decisioni lucide e
consapevoli. Queste parole di Gesù mi sembrano oggi più attuali che mai,
nella vita dei singoli, dei governi e dei popoli; sembra proprio che
abbiamo perso la testa, che non sappiamo quello che stiamo facendo, che non
riconosciamo il mistero del dono d'amore di Dio, che non abbiamo più la
piena avvertenza del senso della storia.
Il mistero tuttavia, più di ogni altra cosa, ci attrae e chiede di essere
indagato, conosciuto, amato. Da qui nasce la necessità di conoscere, di
studiare e di sperimentare. La vita spirituale alimentata dalla Preghiera,
dalla Parola di Dio, dai Sacramenti, soprattutto dall'Adorazione stupita è
la strada maestra per capire qualcosa sul senso della vita. Recentemente ho
sperimentato che trascorrere una mezz'ora con un malato o un povero o una
persona bisognosa può essere un grande momento di luce per capire il senso
dell'esistenza; sostare con chi ha bisogno è infatti stare con Gesù.; lo ha
detto lui: avevo fame e mi hai dato da mangiare, ero malato e sei venuto a
visitarmi, ero solo e mi hai tenuto compagnia; sofferenza, altrui e
personale, e amore, se vissute con fede sono vere aule universitarie sono
si impara a vivere; per capire è necessario anche studiare.. Non voglio
stancarmi di raccomandare a me stesso e a tutti la Confessione frequente,
anche settimanale, la preghiera costante, l'Eucarestia anche quotidiana, il
tempo speso con i poveri, lo studio del Catechismo e della vita dei Santi.
E sarà un anno diverso. Buon 2007

don Nicolò Anselmi
don.nico@libero.it
NATALE GRATIS
Tempo di Natale, tempo di regali, tempo di spese, tempo di soldi...tempo di
dubbi, di scelte, di incertezza. Lo dico con molta libertà perchè credo che
i soldi siano una componente importante della vita; è fin troppo evidente
che il denaro appartiene alla categoria degli strumenti necessari per
vivere; sono come un coltello che può essere usato per tagliare il pane e
dividerlo con il povero oppure per uccidere, possono essere strumenti
d'amore o di odio. Dalle loro testimonianze sappiamo che grandi santi della
carità come Madre Teresa di Calcutta e don Orione hanno avuto tra le mani
grandi quantità di denaro. Gesù parla dei soldi con distacco, libertà e
prudenza. In effetti devo ammettere che fra i tanti strumenti della vita il
denaro è tra quelli più pericolosi e che maggiormente mettono in crisi.
Sia quando hai qualche spicciolo in tasca e incontri un povero, sia quando
si tratta di fare un regalo è facile trovarsi a fare strani conti,
inquinati da interessi personali e tentazione di ragionamenti molto molto
umani. Qualche giorno fa mi è stato chiesto un consiglio per destinare una
grossa somma di denaro a fini benefici. Non è stato semplice scegliere:
ricordati degli amici, pensa a chi più bisogno, non esagerare, dai un pò a
tutti...Non vorrei proprio trovarmi nei panni dei Politici, addirittura
amministratori di denaro pubblico, non loro! Quante tentazioni! Quanta
preghiera, quanta vita spirituale, di quanta santità avrebbe bisogno il
mondo dei “potenti”! Fortunamente molte delle cose importanti della vita
sono invece gratis! Prima di tutto l’Amore. Un bacio, un abbraccio, una
parola gentile, un sorriso con costano nulla, ...in termini di denaro. San
Paolo ai Galati dice che Gesù ci ha salvato gratis! Anche regalare una
preghiera a chi ne ha bisogno non costa nulla! Chi è capace può anche
regalare un biglietto, poche parole o una lunga lettera. Un foglio di carta
e pochi metri d’inchiostro possono segnare la vita di una persona. Caspita,
dimenticavo che anche il Sacramento del Perdono e addirittura ricevere
l’Eucarestia sono gratis, anche tutti i giorni! Dio ci ama gratis. Il cielo
stellato, un fiore, un tramonto, una montagna imbiancata e l’onda che si
infrange sullo scoglio non hanno bisogno di biglietto per essere
contemplati; anche il concerto dei grilli e il canto degli usignoli sono
“free”. Il sole, la terra, l’acqua la natura sono un grande dono gratuito
che Dio ci ha fatto e che noi spesso accogliamo con indifferenza. Sul
terrazzo di casa, mia mamma si è costruita un piccolo orto: basta un
piccolo seme e, gratuitamente, nascono pomodori, insalata, zucchini e
peperoni, vere gioie familiari: provare per credere. A tutti un grande
gratuito augurio natalizio.

donNicolò
don.nico@libero.it

VERGINITA' e NATALE

Scrivo con un pò di timore su argomenti riguardanti la sessualità non perchè ne abbia paura bensì perchè penso che sarebbe necessario più tempo e spazio; confido nel fatto che la coscienza di ognuno sia il luogo più adatto ove trovare spazio e tempo per l'approfondimento di queste frettolose considerazioni. L'occasione per riflettere su questo tema mi è offerto dalla Solennità dell'Immacolata. Ogni anno, agli inizi di dicembre, in tutte le classi in cui insegno, in tutte le parrocchie che frequento, nei gruppi, ecclesiali e non, che incontro, rivolgo ai presenti la medesima domanda: cosa si festeggia l'8 dicembre? La stragrande maggioranza delle persone che hanno il coraggio di parlare risponde citando l'incontro fra l'Arcangelo Gabriele e Maria; molti collegano l'aggettivo Immacolata con l'idea della verginità di Maria incinta per opera dello Spirito Santo e non di Giuseppe. Quasi nessuno, direi nessuno, parla dell'Immacolata Concezione come del giorno in cui Gioachino ed Anna, il papà e la mamma di Maria, hanno concepito Maria! E' questa la vera ricorrenza! 9 mesi dopo infatti celebriamo la Natività di Maria l'8 settembre. L'Annunciazione dell'Angelo a Maria è invece il 25 marzo ed infatti nove mesi dopo, tempo canonico per la nascita di un bambino, il 25 dicembre nasce Gesù.

Per quanto riguarda il concetto di Immacolata non ha nulla a che vedere con la Verginità!L'essere Immacolata significa che Maria non ha mai commesso alcun peccato, ha subito le tentazioni come ogni essere umano ma non ha mai ceduto ad esse; questo è avvenuto perchè era Piena di Grazia fin dal suo concepimento, per un privilegio divino.

A parte queste semplici precisazioni, vorrei spendere alcune parole sul concetto di verginità e sulla visione cristiana della sessualità, visto che quando si parla di Maria Immacolata le domande, a proposito o no, vanno spesso a finire in questo spazio.

Molti pensano che l'insegnamento della Chiesa su questo ambito sia ormai anacronistico, figlio di una morale ormai superata. I tempi cambiano ma il cuore dell'uomo rimane sempre lo stesso. La proposta della verginità prima del matrimonio è oggi ancora più che mai valida perchè è per la felicità della persona e non per il rispetto di norme morali astratte; oggi molte ragazze e ragazzi vivono con questa convinzione anche se, giustamente, non lo urlano agli angoli delle piazze o sui rotocalchi in cerca di gossip. Chi crede sa che il nostro corpo, la nostra sessualità, il piacere collegato a certi gesti intimi sono voluti da Dio, è lui che li ha pensati. Il linguaggio dell'amore raggiunge il suo vertice e la sua completezza nel dono di tutta la persona, corpo e spirito. L'Amore è dono e il più grande dono che una persona possa fare è tutta se stessa. Per questo è necessario essere saggi e prudenti, agire con gradualità perchè siamo preziosi e non dobbiamo donarci con superficialità e facilità; ripeto: la verginità fino al matrimonio è una proposta di felicità, non un odioso divieto. Prego perchè ogni giovane, uomo e donna, riesca a trovare qualcuno a cui donarsi reciprocamente.

Ma non voglio fermarmi qui; desidero raccontare un aneddoto che non dimenticherò mai. Un giorno, in prossimità del Natale di alcuni anni fa, una ragazza che conoscevo ma con la quale non avevo un particolare legame spirituale anche se sapevo essere una persona di preghiera, mi venne a trovare in chiesa; era disperata. Mi raccontò che aveva deciso fin da adolescente di rimanere vergine fino al matrimonio per potersi donare totalmente a colui che l'avrebbe scelta come sposa; allora aveva circa 25 anni perchè si era da poco laureata. Era fidanzata da circa 3 anni con un ragazzo che, ormai prossimi al matrimonio, l'aveva convinta ad anticipare il momento e a fare l'amore. Dopo 15 giorni lui la lasciò. La rincuorai come potevo e dopo un'ora di lacrime la giovane riuscì a dirmi che voleva confessarsi. Il Sacramento della Riconciliazione fu per lei una nuova nascita, un vero Natale! Continuò a piangere, ma sorridendo di gioia. Le dissi che la verginità è sì un fatto fisico, legato al più bello dei gesti, quello da cui siamo nati, ma che la Grazia di Dio, il Sacramento del Perdono ci ricrea e in un certo senso ritorniamo vergini, risorgiamo. Fra pochi giorni sarà Natale; Gesù desidera nascere nelle nostre sofferenze e nelle nostre delusioni, nei nostri errori, desidera scaldare con il suo amore il freddo delle nostre solitudini. Nulla è impossibile a Dio. Oggi purtroppo sono poche le persone che si lasciano dissetare frequentemente alla fonte dell'Amore di Dio che zampilla nel Sacramento del Perdono; non sanno cosa si Perdono!!!!! Caro Gesù Bambino, come regalo ti chiedo che tanti si accostino al tuo Amore nel Sacramento della Confessione e della Gioia e, frequentandolo con costanza, rinascano continuamente a vita nuova.

 

Don Nicolò

don.nico@libero.it

I SOGNI DEI BAMBINI
Tanti miei amici mi osservano che troppo spesso e volentieri io parlo di calcio. E hanno ragione. Come sacerdote dovrei essere un po meno tifoso e passionale di quanto spesso sono . Tuttavia quando un fenomeno sociale come il calcio rischia di influire sulla vita e mentalità di tante persone penso sia importante intervenire. E ancor più se il calcio si propone insistentemente e rumorosamente come elemento educativo e sociale.
Sono stato molto colpito la scorsa settimana dalle parole del capitano della nostra nazionale Cannavaro: “Dedico il pallone d’oro (premio come miglior calciatore in europa NDR) ai bambini di Napoli, la mia città. Come incoraggiamento a non smettere di sognare”. Commozione, lacrime. Un uomo buono che pensa ai bambini della sua città. Cose già viste nel calcio. Il Card Bertone ci ha ricordato spesso che tanti calciatori fanno un mare vero di beneficenza, in genere nascosta.
E’ l’incoraggiamento a non smettere di sognare che mi ha colpito ancor più; una ripresa del famoso “I have a dream” di kinghiana memoria.
Ma quali dovrebbero essere i sogni dei bambini di Napoli? Quali i sogni dei bambini delle periferie di tutto il mondo? Cosa vuol dire sognare Cannavaro o Ronaldinho o Drogbà?
La tentazione di fare il moralizzatore è davvero grande. Sognare di essere il numero 1 a discapito dei 10.000 che ti stanno alle spalle? Di guadagnare come un nababbo evitando scuola, apprendistato, precariato, e qualsivoglia condizione che sappia lontanamente di quotidiano? Di abbandonarsi senza il minimo spirito critico all’andazzo del tuo mondo, omertando alla grande salvo saltare fuori quando la barca affonda? Di mettersi ben al servizio dei più forti se vuoi ottenere qualcosa? Di scappare lontano dal tuo mondo perché è solo abbandonando la periferia e la tua città che riesci a salvarti? Di usare ogni mezzo anche a disprezzo del tuo corpo pur di arrivare a vincere?
E’ facile dire a Cannavaro nasconditi, non meriti il premio. Oppure stai zitto. Ma io non la penso così, penso che Cannavaro, se è lì, a quel posto, un qualche motivo ci sarà e debba specificare la chiave di lettura dei sogni.
I bambini di Napoli, di Genova, di Bankook, di Calcutta, di Nairobi, di San Paolo devono sognare, devono sognare un mondo migliore, devono poter avere la possibilità di costruire un mondo migliore con le loro vite, le loro storie.
Ma non dobbiamo ingannarli dobbiamo dir loro cosa si intende per sogno. Cannavaro può specificare bene di sognare di poter lottare nella vita con grinta ma col sorriso sulle labbra, come lui; di non aver paura di affrontare chi è più grande e bravo di te, come lui; di essere capaci di fare squadra con gli amici, come lui; di non arrendersi mai anche quando sembra che tutto è perduto, come lui; di fare cose grandi e belle anche se sei nel peggior posto (stopper, per un calciatore), come lui; di condividere le proprie cose coi più deboli, come speriamo faccia lui. Insomma di messaggi educativi da trasmettere ce ne sarebbero anche senza andare a scomodare direttamente il Vangelo.
Per fare un campione ci vuole altruismo coraggio e fantasia ricordava De Gregari. Cari campioni, diteci con chiarezza cosa devono sognare i bambini del mondo, raccontate le vostre vite vere, uscite dalla carta patinata e dalle telecamere ostinate, perché i bambini guardando a quelle vi credono e vi seguono ed è per questo che si prendono a testate, a gomitate, che sberleffano i più deboli, che abbandonano la scuola, che usano sostanze per rendersi più forti, che mettono il danaro e il guadagno facile al primo posto nella vita, che tacciono quando vedono il male.
Siate chiari amici miei e date messaggi precisi. Noi ai bambini coi quali amiamo giocare, perché il gioco è il grande strumento educativo, e giocare al pallone con gioia, diciamo chiaro e tondo che nella vita c’è un solo sogno; il sogno di Dio su di loro, che non è un sogno ma si chiama Gesù di Nazareth, il Cristo il figlio del Dio vivente. Con Lui nessun pallone d’oro ma una vita degna di essere vissuta.

Don Doragrossa Fully

RISPETTO e AMORE

La visita e la benedizione delle famiglie è, per un sacerdote, un impegno faticoso ma una grande occasione di incontro, un forte stimolo alla meditazione ed alla preghiera, direi una vera e propria scuola di vita. Nella Diocesi di Milano si svolge normalmente durante l'Avvento; anche a Genova molti parroci di grandi parrocchie la stanno per iniziare, in occasione dell'inizio del nuovo anno liturgico per concludere a Pasqua, senza correre, impegnando magari solo tre giorni la settimana. Fra i tanti incontri ricordo distintamente quello con una signora non particolarmente anziana, su di una carrozzella, semiparalizzata. Era la prima volta che la incontravo perché quell'anno non vivevo in parrocchia e stavo aiutando un mio amico sacerdote a fare la benedizione delle famiglie. Subito dopo la preghiera cominciò a raccontarmi la sua situazione. Mi disse che aveva la fortuna di avere una figlia bravissima che la sera la puliva, le cambiava il pannolone e la imboccava con tanto amore. Di giorno invece, quando la figlia era al lavoro, era accudita da una badante. La figlia era mamma di due ragazzini che frequentavano uno le elementari e l'altro le medie. La figlia era separata dal marito ma la signora malata preferì non parlarne; mamma, figlia e i due ragazzini vivevano nella stessa casa. Il racconto si dipanò velocemente fino a giungere a frasi del tipo “mi sento un peso per mia figlia, preferisco andarmene, se il Signore mi prendesse stanotte sarebbe meglio per tutti, vorrei togliermi dai piedi”, frasi abbastanza consuete per chi vive l'esperienza della sofferenza e della dipendenza dalle cure degli altri. “Mia figlia mi vuole bene, ma spesso è stanca quando torna dal lavoro, io le faccio perdere la pazienza e diventa nervosa. Vede, prendo tante medicine, preferirei prenderne una potente e non svegliarmi più”. Mi chiesi come avrei reagito se al posto di quella donna ci fosse stata mia madre. Ho raccontato questo episodio durante un dibattito culturale. Il relatore aveva presentato la sua posizione indicandola come Etica del Rispetto: l'altro è così importante per me che rispetterò comunque le sue decisioni; ognuno è responsabile della propria vita e deve essere libero di decidere come meglio crede. Sullo sfondo aleggiava lo spettro cupo del suicidio assistito: aiutami a togliermi dai piedi e rispetta la mia decisione. Intervenni dicendo che l'Etica del Rispetto mi sembrava gelida e disumana, che solo un'etica fondata sull'Amore poteva scaldare il cuore di quella anziana malata e farle passare la voglia di togliersi dai piedi. Il relatore mi rispose che, secondo lui amare davvero vuol dire rispettare la decisione dell'altro, anche se ci fa soffrire! E se una sera, tornando a casa, incontrassimo un disperato che sta per buttarsi giù da un ponte, “rispetteremmo” la sua scelta o piuttosto lo bloccheremmo coprendolo di abbracci e di carezze? Questi pensieri sono il terribile prodotto della falsa visione individualistica della vita: “la vita è mia e me la gestisco io non è una frase vera”; la vita non è solo mia, è di tutti, è un dono; la vita di mia mamma è anche mia, di mia sorella, dei nipoti; se ti suicidi, muoio anche io con te. L'amore ci rende una cosa sola, anzi noi siamo già una cosa sola perché siamo fatti per amare, dall'Amore veniamo ed all'Amore torneremo. La parola “rispetto” non appartiene al vocabolario evangelico. Alla domanda dello scriba su quale fosse il più importante dei comandamenti Gesù non rispose “Rispetterai il Signore Dio tuo con tutto il cuore e il prossimo come te stesso”, bensì “Amerai...”. Rispetto dice distanza, amore dice intimità. Credo sia veramente importante oggi ricostruire prossimità attraverso bacini, abbracci, bigliettini affettuosi, preghiere per..., piccoli regali, minimi gesti di attenzione. L'altra sera, dopo aver parlato di vocazione, di Gesù, dopo aver pregato e meditato la Parola di Dio un giovane mi ha abbracciato in un modo intenso e casto: una vera emozione. Tra poco sarà Natale; qualcuno penserà: “niente regali, pensiamo ai poveri!” Io dico “evviva i regali, piccoli, semplici, pensati, magari fatti da noi, accompagnati da un bigliettino personale”. Quando penso all'Inferno mi vengono in mente le frasi che un “dannato” potrebbe dire: O, dio, rispetta la mia scelta, lasciami stare, non ti avvicinare alla mia sofferenza, non voglio essere amato o perdonato da Te. Signore, spero l'Inferno sia vuoto e mi impegno pregare perché lo sia, ma sono sicuro che se qualcuno ci sarà allora ci sarai anche Tu, lì, con lui, ad abbracciarlo e a coccolarlo, sono sicuro che non “rispetterai” la sua chiusura e voglia di solitudine, tenterai in tutti i modi di entrarci dentro e di dirli ti amo!

don Nicolò Anselmi
don.nico@libero.it

Chiesa e politica

Il rapporto tra religione e politica è un nodo che ogni popolo deve continuamente affrontare e risolvere continuamente nella sua storia. Alla sua radice vi è infatti la presenza nell'uomo di una naturale ricerca dell'infinito (la sete di Dio), e la sua dimensione storica e sociale. La ricerca e continua perché in realtà esiste una ricetta unica, valida per tutte le latitudini e per tutte le forme religiose in ogni tempo. Se restringiamo il campo e prendiamo in considerazione la Chiesa cattolica e l'Italia, constatiamo che i rapporti sono stati differenti nel corso dei secoli ed è bene diffidare quindi sempre di chi asserisce modelli ideali di rapporto assoluti, per cui è sempre chiaro cosa debba fare la Chiesa e cosa lo stato. La situazione dell'Italia era infatti diversa, per esempio, dopo la caduta dell'impero romano, prima del 20 settembre 1870, nel 1948 e oggi. Non è realisticamente possibile pensare che il rapporto tra la comunità politica (lo stato nel V secolo non esisteva) e la comunità dei credenti potesse essere lo stesso. Fatta questa premessa è vero che nell'ambito del Cristianesimo è presente un principio di autonomia tra Chiesa e comunità politica. Autonomia che però non significa separazione assoluta perché i credenti sono anche cittadini: non è possibile pensare a un uomo diviso in sé stesso che viva come uno schizofrenico queste sue due dimensioni fondamentali. Tanto più che i contenuti etici e spirituali propri di ogni fede inevitabilmente motivano e caratterizzano la convivenza civile e contribuiscono a dare identità ad un popolo. Non bastano insomma le regole per stare insieme, bisogna che vi siano delle ragioni e dei valori profondi; il culto dello stato non è mai riuscito (per fortuna!) a sostituire le religioni e ha creato parecchi problemi quando ci ha provato (Il terrore giacobino, il Nazifascismo, i regimi comunisti sono alcuni, recenti, esempi). Nello specifico del Cristianesimo questo legame naturale tra religione e società è ancora più presente perché Dio si è incarnato, è venuto in mezzo a noi, ha partecipato e partecipa alla nostra storia, anche quindi alla nostra vita sociale. Lo stato importa al Cristiano in quanto tale perché importa a Cristo, perché si è fatto uomo e cittadino (anche se ai tempi di Gesù il concetto di cittadinanza non era definito). Benedetto XVI al convegno di Verona affermava: “Cristo infatti è venuto per salvare l'uomo reale e concreto, che vive nella storia e nella comunità, e pertanto il cristianesimo e la Chiesa, fin dall'inizio, hanno avuto una dimensione e una valenza anche pubblica”. Detto questo si può pensare che Chiesa e comunità politica, Chiesa e stato, per un credente coincidano… non è così in realtà: la dimensione trascendente resta differente, il regno di Dio non è di questo mondo anche se la sua costruzione comincia nella storia; la comunità dei credenti, la Chiesa, in quanto tale, ha dunque come ambito specifico questa dimensione. Il Papa, sempre a Verona, diceva: “Gesù Cristo ha portato una novità sostanziale, che ha aperto il cammino verso un mondo più umano e più libero, attraverso la distinzione e l'autonomia reciproca tra lo Stato e la Chiesa, tra ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio (cfr Mt 22,21). La stessa libertà religiosa, che avvertiamo come un valore universale, particolarmente necessario nel mondo di oggi, ha qui la sua radice storica”. Solo se teniamo presente quanto abbiamo detto finora riusciamo a capire la frase pronunciata dal papa nella stessa occasione e poi ripresa, spesso a sproposito e incompleta, su numerosi mezzi di informazione. La frase esatta era: “La Chiesa, dunque, non è e non intende essere un agente politico. Nello stesso tempo ha un interesse profondo per il bene della comunità politica, la cui anima è la giustizia, e le offre a un duplice livello il suo contributo specifico. La fede cristiana, infatti, purifica la ragione e l'aiuta ad essere meglio se stessa: con la sua dottrina sociale pertanto, argomentata a partire da ciò che è conforme alla natura di ogni essere umano, la Chiesa contribuisce a far sì che ciò che è giusto possa essere efficacemente riconosciuto e poi anche realizzato. A tal fine sono chiaramente indispensabili le energie morali e spirituali che consentano di anteporre le esigenze della giustizia agli interessi personali, o di una categoria sociale, o anche di uno Stato: qui di nuovo c'è per la Chiesa uno spazio assai ampio, per radicare queste energie nelle coscienze, alimentarle e irrobustirle. Il compito immediato di agire in ambito politico per costruire un giusto ordine nella società non è dunque della Chiesa come tale, ma dei fedeli laici, che operano come cittadini sotto propria responsabilità: si tratta di un compito della più grande importanza, al quale i cristiani laici italiani sono chiamati a dedicarsi con generosità e con coraggio, illuminati dalla fede e dal magistero della Chiesa e animati dalla carità di Cristo”. Non si tratta dunque, come si potrà notare, di una ricetta e non ci risparmia dalla fatica di cercare ogni giorno i modi concreti di vivere questa unione-separazione, nella maniera migliore; hanno vita più facile i fondamentalisti religiosi e laicisti, ma un cristiano non può mai chiedere di essere esentato dalla fatica di pensare e discernere la storia nella quale il Signore gli ha dato di vivere alla luce del Vangelo.

Matteo Gillerio

900 secondi... per non morire
Due estati fa sono stato a Calcutta con mia madre e mia sorella per esaudire un desiderio di devozione della mamma verso Madre Teresa. La visita della città ci ha condotto a Kali-ghat, il famoso tempio metropolitano dedicato alla dea Kalì, situato nei pressi di una delle prime case aperte da Madre Teresa. Dopo aver fatto una ragionevole coda, siamo riusciti ad entrare nel cortile del tempio e con una certa fatica ci siamo avvicinati alla statua della dea Kalì: era seduta, con due grandi occhi, la carnagione rossa e sei o otto braccia, non ricordo bene. Le persone, pur con la consueta compostezza indiana, si accalcavano alla grata. Più in là, sotto il loggiato, di fronte alla grata oltre il cortile, nei pressi di una specie di altare coperto da corone di fiori infilzati e di candele, stava un signore distinto, fisicamente piccolo; mi colpì la sua camicia azzurra e stirata; capii dopo che era un brahmino, uno studioso della religione indù, noi lo avremmo definito un teologo. Incrociò il mio sguardo e, senza che io dicessi nulla, mi disse, in inglese: “Voi occidentali non dovete pensare che gli indù sono degli stupidi, che credono ai fantasmi; le persone che stanno attaccate a quella grata sanno perfettamente che Kalì non è mai esistita, che non esiste una donna con tante braccia né esisterà mai; Gesù e Maria sono personaggi storici, noi lo sappiamo e li rispettiamo; Kalì per noi è la dea della forza, in particolare della forza interiore; pregandola noi le chiediamo di donarci la forza per superare le difficoltà della vita; sappiamo che questa forza è già dentro di noi; Kalì è dentro di noi; in fondo Kalì siamo noi stessi.”
Come potete immaginare, dopo questo breve colloquio, la sera, con le mie due compagne di viaggio, abbiamo discusso molto sul tema del rapporto fra l'uomo e Dio nella religione cristiana e della preghiera. La preghiera cristiana non è un semplice guardarsi dentro, una sorta di recupero di energie vitali, di equilibri, di pace; è un'incontro, all'interno di noi stessi, con Dio, è un abbraccio d'amore, una relazione vitale, un bacio affettuoso. Quando non si è abituati può diventare una parlare solitario, con se stessi. S. Ignazio suggerisce di farsi aiutare da un'immagine: avere di fronte a noi in crocifisso o un'icona ci aiuta a rendere presente Dio.
Se ogni giorno, per 15 minuti, 900 secondi, ci lasciassimo amare da lui, quasi passivamente, senza fare nulla, fermi e comodi, la nostra vita di Fede cambierebbe rapidamente. Dopo breve tempo il quarto d'ora non basterebbe più; come gli apostoli sul monte Tabor cominceremmo a dire “Signore, è bello stare qui, facciamo tre tende...”. Subentrano poi i nostri doveri di figli e di studenti, di padri e di madri, di sacerdoti e di lavoratori, doveri quotidiani da vivere trasformati, trasfigurati, risorti in Gesù Risorto dentro di noi: “ non sono più io che vivo ma è Cristo che vive in me!”; come la dea Kali, con la differenza che lei non esiste, è semplicemente la proiezione di me stesso, direbbe Feuerbach, uno dei padri dell'ateismo contemporaneo, Gesù invece è il vivente, il Figlio di Dio fatto uomo 2000 anni fa, nato, vissuto, morto e risorto. “Lentamente muore chi...”scriveva Pablo Neruda e da giovane mi entusiasmavo perché non volevo essere un morto vivente, anzi volevo una vita appassionata e avventurosa; lentamente muore il credente che tutti i giorni, pacatamente, non si incontra con Dio e non si lascia dire “sei prezioso ai miei occhi, ti ho amato di amore eterno e ho sete del tuo amore”, almeno per 900 secondi! Molti altri sono i modi per incontrare Dio ma ne parleremo un'altra volta. La preghiera non è tutto, ma tutto inizia dalla preghiera.

don Nicolò
don.nico@libero.it

CRISTIANI E ISLAM: DIALOGO POSSIBILE? DIALOGO POSSIBILE!
E’ indubbio che l’argomento del rapporto fra cristiani e musulmani ha e sta fortemente coinvolgendo l’opinione pubblica, e quindi al solito i miei alunni. Il discorso di Ratisbona con i suoi risvolti mediatici, il caso della moschea di Genova, le discussioni sul velo e sul ruolo della donna; tutte tematiche sulla bocca di tutti.
Vedendo tanti miei alunni belli pronti alla guerra santa e fermamente convinti della loro identità cristiana, proprio quella che vacilla ad ogni altro qualsivoglia argomento affrontato, e proprio quelli ai quali vacilla di più, mi preoccupo un poco. La premessa che sempre faccio è che di queste cose bisogna discuterne senza tener conto di ciò che propinano i mass-media nazionali, alcuni dei quali ho seguito con attenzione e ho scoperto pieni di falsità e superficialità, tendenti tutti alla spettacolarizazzione più che all’informazione. Ma così facendo mettono in testa ai giovani idee sbagliate e prive di basi culturali, che tendono solo e esacerbare le situazioni. Le liti televisive pagano in termini di ascolto, ma sono la peggior formazione che si possa dare al pubblico specie quello giovane così influenzabile. Quanto sarebbe facile innescare polemiche su quel che si è sentito dire in giro!
Dobbiamo imparare a discutere di queste cose con cognizione di causa, informandosi, studiando, riflettendo sulla ragionevolezza di ciò che si dice.
Io sono stato alla giornata di amicizia cristiano-islamica alla fine del Ramadan. Sapevo della circostanza e ho scelto di partecipare per dare un segno di pace, di dialogo, di fraternità nell’unico padre Abramo. Conosco personalmente l’imam Salah Hussein, col quale ho spesso parlato e che ho ascoltato mentre spiega l’islam; a me pare una persona buona, serena, moderata, sincera. E’ un palestinese; quanta sofferenza si porta nel cuore per la sua terra che è anche la terra di Gesù. Così come conosco il Rabbino capo Dott Momigliano e anche di lui ho eguale stima che facilmente risale alla storia del suo popolo, che è anche la mia storia di credente.
Nella “moschea” di Sampierdarena che altro non è che un garage trasformato in sala di preghiera, ci siamo tolti le scarpe, abbiamo assistito alla chiamata alla preghiera che rompe il digiuno del ramadan. Momenti semplici, niente cose particolari; l’inizio di uno sportello comune Caritas-Comunità islamica, per affrontare insieme i tanti problemi degli immigrati.
La mia personale convinzione è che il dialogo vero tra religioni si può fare solo attraverso persone che si incontrano e che si vogliono bene. Non discorsi, non proclami. Né tantomeno confusioni. Sia io che Salah siamo felicissimi della nostra propria fede e non la baratteremmo né la divideremmo a metà per far confusione e basta! Né diciamo affatto che una vale l’altra. Semplicemente riconosciamo le cose che ci possono unire, riconosciamo la buona fede e la buona volontà dell’altro. Ci si ascolta, si cerca di comprendere più a fondo. E ognuno è stimolato a essere ancor più credente, ad approfondire il proprio rapporto con Dio. Non su tutto si può pensare la stessa cosa; a volte la si pensa proprio in contrario, ma si deve essere pronti a dare la vita purchè l’altro viva. Il Ramadan che per me, povero contadino genovese era sinonimo di “confusione” “baccano” perché così era traslitterato nel nostro dialetto, è ora una cosa sacra, un cammino di preghiera che non posso sottovalutare pena sottostimare la mia quaresima. Ora lo so; ora ho visto; ora conosco e se la mia volontà è retta ho uno strumento in più per amare.
I documenti del Concilio parlano assai chiaro “la chiesa guarda con stima anche i musulmani che adorano l’unico Dio……..esorta a dimenticare il passato e a esercitare la mutua comprensione, a difendere e promuovere insieme, per tutti gli uomini, giustizia sociale, valori morali, pace e libertà.”
Con questo spirito e solo con questo sarà poi possibile dialogare, discutere sui temi di attualità. Liberi da pregiudizi, da luoghi comuni che da entrambe le parti minano la comprensione.
Io ho una mia personale visione del dialogo fra religioni e culture; solo la carità può unirci; gesti di carità, di aiuto, di solidarietà solo questo ci porterà dove vuole il Signore. Ma gesti semplici fra persone semplici. Un panino donato, l’ospitalità accolta, un gesto gentile, una parola di incoraggiamento, una mano che aiuta a portare un peso, un attrezzo prestato a chi no lo ha, una fatica fisica condivisa, piccole, piccole, cose fatte da piccoli uomini. Solo così crescerà l’amore e il dialogo. A me pare questa la via tracciata dal Vangelo, la nostra vera “identità” è la carità. Voi che ne pensate?
Don Fully
Il Festival della Scienza è il Festival di Dio
Il 26 ottobre comincerà a Genova il Festival della Scienza. La scienza è il prodotto dell'indagine dell'intelligenza sulla natura. Chi crede sa che la natura è una creatura di Dio e che pure l'intelligenza dell'uomo è un dono di Dio. La scienza quindi è una lode di Dio. La matematica e la fisica, la chimica e la biologia, la botanica e la zoologia, l'astrofisica e la paleontologia sono in fondo dei capitoli del grande libro della teologia cioè del discorso su Dio e la sua bellezza.
Già i miei libri di scienze del liceo parlavano del Big Bang, della grande esplosione di massa ed energia che ha originato l'universo; ne ero e ne sono affascinato. Oggi completo il mio stupore chiedendomi: ma chi ha creato le “robe” primordiali? E ancora : chi lo avrà mai innescato? La mia automobile può mai accendersi da sola? Il 2006 è stato l'anno di Darwin: tutti hanno parlato di lui, per difenderlo o per attaccarlo. Personalmente non so e non mi pronuncio sull'ORIGINE dell'uomo: non c'entra nulla con la Fede; il fango ed il soffio del libro della Genesi si riferiscono alla NATURA dell'uomo, non alla sua origine. Molti professoroni di filosofia ancora oggi mi fanno domande su questo argomento. La Bibbia parla della natura dell'uomo e ci racconta che l'uomo ha dentro di sè una natura spirituale, un soffio da cui deriva la libertà, il pensiero, la coscienza, i sentimenti, tutte entità che non si pesano e non si misurano ma quanto sono reali! L'amore di mia madre è una delle più grande realtà della mia vita. Qualcuno sostiene ancora oggi che i nostri moviemnti spirituali sono il prodotto di erazioni chimiche; basterebbe ingerire qualche pastiglia adatta e potrei innamorarmi del senatore Andreotti o di Maradona.
Concludo con un breve aneddoto, lo scorso anno ho accompagnato una classe al Festival della Scienza per ascoltare un famosissimo professore di logica matematica di dichiarate tendenze atee. Il tema dell’incontro era La Probabilità Matematica. Devo dire che sono state due ore interessanti, di numeri grandissimi circa la possibilita che un determinato fatto si verifichi. Si è parlato molto del Caso e del Destino; più volte sono stato tentato di intervenire ma istintivamente non lo feci. Decisi tuttavia di attendere fuori dalla scuola il professore. Mi presentai come un povero sacerdote di una parrocchia di periferia ma soprattutto, visti i miei studi, come ingegnere. Dopo aver ricordato alcuni passaggi sul Caso e la Probabilità gli chiesi “Mi scusi professore, ma davvero lei pensa che, riempiendo la lavatrice di casa sua con un pò di cemento, qualche pezzo di legno, alcuni mattoni, due o tre lastredi vetro, e facendo girare per miliardi di milioni di miliardi di volte, probabilmente, almeno una volta, per caso uscirà fuori una villetta a due piani? Non crede che l’universo e la complessità dell’uomo parlino un pochino di una mente ordinatrice piuttosto che del caso?”. Lo scienziato si mise quasi a tremare ed a guardare in giro in modo agitato, poi, inocntrando lo sguardo della sua segretaria mi chiese se avevo letto il suo ultimo libro! No, risposi, “Beh, allora lasci il suo indirizzo alla mia segretaria, devo correre a prendere l’aereo” e sparì. Sto ancora aspettando quel libro! Scienza, Ragione e Fede non sono mai in contrasto perchè hanno una sola origine
Potrei andare avanti con altri esempi; questi discorsi possono sembrare inutili, e un pò è vero: chi scalda il cuore è l’amore che però va a braccetto con la verità. Scrivo tuttavia perchè so che chi crede in Dio non è mai solo, sa di essere amato, perdonato, capito, aiutato, acsoltato e sostenuto. Preghiamo per chi ancora non lo ha incontrato e partecipiamo con gioia al festival della Scienza, Festival di Dio.

don Nicolò
Don.nico@libero.it

Pensa ai bambini del Biafra che muoiono di fame
“Pensa ai bambini del Biafra che muoiono di fame”. La mia generazione, ipervitaminizzata figlia del boom economico, ma cresciuta in anni di nuove consapevolezze sociali, ha sentito questa frase infinite volte mentre stava a contemplare un piatto fumante che non ne voleva sapere di andare giù. E quando, in qualche modo, il piatto veniva svuotato rimaneva il sottile senso di colpa per aver “sottratto” una risorsa ai bambini di cui ci avevano parlato, quasi avessimo tolto loro di mano una parte della nostra cena. Oggi siamo cresciuti ma l’idea di fondo rimane, si chiama “economia a somma zero” e concepisce il sistema economico e le risorse come un insieme dato e immediatamente disponibile. Può essere immaginato come una torta su un tavolo: a ciascuno spetta una fetta e chi ne prende di più necessariamente la sottrae a un altro. In realtà le cose non stanno proprio
così: le risorse in gran parte non sono fisse o quatificabili esattamente e comunque è sempre necessaria l’opera e la creatività dell’uomo per metterle a frutto. Il mandato che Dio dà ad Adamo nel libro della Genesi, quello cioè di soggiogare la terra, indica esattamente questo lavoro che l’uomo compie per trarre dal Creato risorse per una vita dignitosa. Vi è dunque un obiettivo solo per tutti, quello di migliorare le condizioni di vita di tutti e ciascuno in ogni ambito. Un tale obiettivo e concepibile solo se superiamo il modello di economia a somma zero perché in tale contesto la cooperazione per il medesimo fine è esclusa: in una gara sportiva la collaborazione tra avversari non è ordinariamente concepibile: ognuno corre per la vittoria e la vittoria di uno è necessariamente la sconfitta dell’altro; per uscire dalla metafora: le risorse che io utilizzo sono “sottratte” necessariamente ad un altro, il mio benessere poggia direttamente sulla sofferenza di un altro.
Quest’idea porta chi milita nella “squadra vincente” e cerca di porsi dei problemi di giustizia ad atteggiamenti che appaiono paradossali: mi raccontavano di una giovane cooperante che di fronte ad un supermercato in Africa, organizzato in stile americano, affermava con disapprovazione che non era l’Africa vera, mentre lo era il piccolo villaggio che sopravviveva di agricultura di sussistenza. Non si trattava in quel caso, a mio parere, solo di una superficiale adesione a uno stereotipo, ho il sospetto che dietro a una tale reazione ci fosse lo scandalo della ricchezza, percepita istintivamente come negativa e frutto di sofferenze altrui, e l’idealizzazione della povertà come condizione di innocenza.
Appare intuitivo che lo scandalo dovrebbe essere la povertà prima della ricchezza e che lo sforzo dovrebbe essere quello di coordinare tutte le energie, tanto dei ricchi quanto dei poveri, per il benessere di ciascuno.
Questo non significa che non vi sia il peccato e che il problema della povertà non nasca anche da atti di egoismo e di prepotenza da parte di chi è più potente. Nel messaggio per la giornata mondiale per l’alimentazione dello scorso anno Benedetto XVI affermava infatti che “I milioni di persone, che sono minacciate nella loro stessa esistenza, in quanto private del minimo nutrimento necessario, richiedono l'attenzione della Comunità internazionale, poiché abbiamo tutti il dovere di prenderci cura dei nostri fratelli. In effetti, la carestia non dipende unicamente dalle situazioni geografiche e climatiche o dalle circostanze sfavorevoli legate ai raccolti. Essa è anche provocata dall'uomo stesso e dal suo egoismo che si traduce in carenze nell'organizzazione sociale, nella rigidità di strutture economiche troppo spesso dedite unicamente al profitto, e anche in pratiche contro la vita umana e in sistemi ideologici che riducono la persona, privata della sua dignità fondamentale, a un mero strumento”.
Questo però non giustifica la convinzione che solo attaccando la ricchezza si potranno risolvere i problemi della povertà e che la lotta di classe sia un male necessario. Il Papa prosegue infatti mettendo in guardia da ogni schematizzazione ideologica e richiamando ad un servizio ai fratelli pragmatico e adeguato alle necessità di ciascuno: “L'autentico sviluppo mondiale, organizzato e integrale, che è auspicato da tutti, esige al contrario di conoscere in modo obiettivo le situazioni umane, di individuare le vere cause della miseria e di fornire risposte concrete, ponendosi, come priorità, una formazione adeguata delle persone e delle comunità. In tal modo saranno messe in atto la libertà autentica e la responsabilità, che sono proprie dell'agire umano”. Il metodo poi non dovrà essere il male di una parte a vantaggio dell’altra bensì Il dialogo che “richiede che si uniscano gli sforzi delle persone e delle nazioni, per il servizio al bene comune. La convergenza fra tutti i protagonisti, unita ad una cooperazione effettiva, può contribuire ad edificare la vera pace, consentendo di vincere le tentazioni ricorrenti di conflitto”. Se vogliamo tornare alla metafora della competizione sportiva vogliamo pensare a una competizione in cui tutti i gareggiano per lo stesso obiettivo e la vittoria di uno non puo’ non essere che la vittoria di tutti altri.

Matteo Gillerio

CHI CERCATE?
Cosa voglio dalla mia vita? Chi voglio essere? Come desidero spendere la mia esistenza? Come penso di realizzare le cose in cui credo? Quali sono le mie priorità? Per che cosa vorrò essere ricordato?
Queste domande, che in fondo sono poi un'unica domanda, sono quanto di più entusiasmante ed eccitante possa esistere al mondo. Vorrei pormi questo quesito ogni mattina, appena mi sveglio; quando lo faccio la giornata inizia in un modo diverso. Questi interrogativi mi aiutano a non disperdermi, a non distrarmi, a razionalizare le mie energie verso la felicità, a diventare ogni giorno ciò che già in parte sono, a distinguere l'essenziale dall'accessorio, a distinguere per unificare.
Qualcuno potrebbe obiettare che domande di questo tipo generano ansia e malessere.
Il nostro nuovo Arcivescovo mons Bagnasco ha iniziato così il suo dialogo con i giovani genovesi, ascoltando e citando le parole di Gesù agli apostoli: chi cercate? La domanda è molto più bella di quelle da me indicate: prima di tutto essa dice già che tutti noi cerchiamo una persona e non una cosa o delle cose. Cerchiamo una persona che ci accolga, che ci stimi, che ci ami, che ci ascolti, che ci guidi e che ci dia speranza. Tutti, anche chi non crede. Mi viene da pensare immediatamente ad una persona fisica, un fidanzato o una fidanzata, futuro sposo o sposa. Che bello! Mettiamoci subito a pregare, a digiunare e a fare penitenza perchè tutti possano avere questo dono: guai a chi non lo fa! Chi non insiste vuol dire che non desidera abbastanza.
La persona che cerchiamo può anche essere un amico o più amici, un fratello, un bambino, un povero, una comunità: per molti è così, anche per i consacrati come me, e siamo felici
Chi crede però sa che tutte queste persone sono immagini di un'altra persona che ci ama: il Signore Gesù vissuto 2000 anni fa ma ancora vivo e presente in mezzo a noi.
Cercare lui è fondamentale non solo per essere da lui amati staticamente, amati e basta, bensì per essere da lui guidati in modo corretto verso gli altri, per essere guariti dalla tentazione di rispondere in modo sbagliato alla domanda chi cercate? Se rispondessimo: un bel lavoro, una laurea, un bel conto in banca, saremmo fuori strada; così pure se, subdolamente, quasi senza accorgecene, dicessimo: cerco me stesso!
Ma il Vangelo va ancora oltre queste nostre riflessioni ed al solito ci stupisce rivelandoci che la verità ultima sta nel fatto che in realtà Gesù che per primo, nel suo grande amore, cerca noi, ogni mattina, appena ci svegliamo; sapendo queste cose la giornata sarà stupendamente diversa! Lasciamoci trovare.

don Nicolò

VOCAZIONE? NO, GRAZIE! E PERCHE’?
Mi ritorna, ogni tanto, in mente uno "sfogo", fatto una cinquantina di anni fa, da un mio insegnante.
Rilevava che nella Chiesa si prega tanto per le vocazioni. Anzi, intere famiglie religiose, persone consacrate, laici e laiche insieme al pregare, mettono penitenza, sacrifici, opere buone, beni materiali, vita spirituale all’insegna della misura alta della santità. Eppure i Seminari, i Conventi, vanno svuotandosi e restano deserte le Case di formazione; si registrano cali di vocazioni e scarsità o, peggio, assenza di ingressi.
Questo mio insegnante si chiedeva: ma dove andrà a finire tutto questo pregare e sacrificarsi? Poi alzava gli occhi e le mani al cielo e
concludeva: è un mistero, è un mistero!
Non metto in dubbio che la crisi vocazionale ha del misterioso perché è generale. Ma credo che si debba avere la certezza di fede che il Padrone della messe ascolta ed esaudisce la e le preghiere per le vocazioni: si prega qui e ora e le vocazioni spuntano invece là e in altri tempi.
Non dubito che il Signore ha cura del suo popolo e sa di che cosa e di quanto ha bisogno anche in fatto di vocazioni. Dio fa bene la sua parte e la fa tutta e non deve renderne conto a nessuno.
Quello che invece mi fa pensare non sono le scarse risposte alle numerose chiamate, ma le motivazioni delle sordità, delle resistenze, dei rimandi e dei no.
Ritengo che tanti giovani avvertano il fascino e la seduzione della chiamata e della vita tutta rimessa al Signore da spendersi per il Vangelo e il servizio della comunità cristiana.
Oso pensare che ci si blocchi per una visione negativa e un giudizio non benevolente di sé; si ha poca stima di sé perché ci si misura sul proprio negativo.
Ho l’impressione che la paura prenda il posto della fede-fiducia per cui si teme di non farcela a stare al passo della vocazione.
Ma, sotto sotto, forse c’è la nebulosa situazione affettivo-sessuale che scoraggia e porta a pensare che non si è adatti ad una vita celibataria.
E questo perché la vita affettivo-sessuale è considerata e trattata come un
tabù: si ha paura, per non dire imbarazzo e vergogna, a vederla, a carte scoperte, con un educatore o amico dell’anima e ad avviarne una umanizzazione o rieducazione, quasi una ricostruzione interiore; e a ritenerla come una spiritualità, la spiritualità di base come esperienza della propria vocazione alla relazione, all’amore, al dono di sé; in questo campo è facile essere "ineducati" e "maleeducati" per autodidattismo, non sempre chiaro e retto.
Le difficoltà che una persona può riscontrare a gestire la propria affettività per mancanza di significato del progetto di Dio e per esperienze non sempre e non del tutto positive, non sono tali da bloccare in partenza il prendere in considerazione una ipotetica vocazione. Non è cosa buona autolesionarsi ed autoescludersi in partenza senza aver guardato in faccia alla propria realtà con accanto una persona che può dare qualche luce e qualche dritta.
In concreto, mi pare che una persona potrebbe fare questo esercizio: dopo aver pensato a che cosa, in punto di morte, avrebbe voluto scegliere e fare nella vita fino a quel momento, raccontare, con carta e penna, la propria storia vocazionale; quindi mettere, ancora per iscritto, da una parte, le ragioni che spingerebbero verso una vita consacrata nel celibato; dall’altra parte le ragioni, le situazioni, le cose, ecc. che porterebbero a tirarsi indietro; in altre parole, il pro e il contro.
Quindi rileggere, esaminare e valutare queste cose, senza darne preliminarmente un giudizio di merito o di demerito, non da soli ma con l’affiancamento e il discernimento di un amico dell’anima e così vagliare quanto e come sono da prendere in considerazione in ordine ad una scelta o abbandono di campo.
Il tutto nel clima di tanta intimità col Signore e di molta preghiera perché, senza il Signore, senza l’invocazione della luce dello Spirito, non avviene nulla.
Quando si punta sulla maturità in Cristo, allora si è leali e docili all’azione dello Spirito che fa guardare più al dono che si riceve che non a ciò che si lascia.
In questo contesto è necessaria la fede-fiducia che Colui che e quando chiama rende possibile la risposta dal punto dove si è raggiunti dalla sua voce interiore.
d. guido oliveri
SALE, LUCE E VERITA’
Se vuoi diffondi questo scritto presso i tuoi amici, sul posto di lavoro, a scuola, all’università, in parrocchia, come SERVIZIO e spunto di DIALOGO, non di SCONTRO; per ricevere e rispondere scrivi a saleluce@centrosanmatteo.org

Per vari motivi mi sono trovato in questi giorni a riflettere sull’Amore per la Verità: i fatti legati al mondo del calcio, i toni della sfida politica, le notizie dai fronti di guerra, il dibattito etico e culturale.
Devo dire che in più di una occasione ho sentito una sorta di ripulsa, nei confronti dei mezzi di informazione e più in generale di tutto ciò che deforma la realtà, crea dubbi, semina sfiducia.
Molto spesso ci ritroviamo ad usare espressioni del tipo “il Rispetto della Vita”, “la Vita è Sacra”; più raramente si parla del Rispetto della Verità e della sua Sacralità.
L’espressione è forte ma adeguata: la Verità ha qualcosa di Divino.
I seminatori di dubbi legati a false verità, compiono delle azioni simili ad una bestemmia o a un omicidio.
Pensate se domani qualcuno cominciasse a mettere in giro delle voci strane su nostra madre o su nostra sorella, ad esempio, se, falsamente, si cominciasse a parlare di una loro condotta morale ambigua, di atti vergognosi o di presunti vizi; false notizie, diffuse magari per cattiveria; saremmo feriti profondamente.
Le bugie talvolta generano dei dubbi e i dubbi possono generare chiarezza e amore oppure distruzione, morte e solitudine; se qualcuno ci raccontasse di aver visto il nostro fidanzato con un'altra persona, una probabile reazione sarebbe quella di chiedere un chiarimento: “Scusa caro ma è vero?”, con successiva probabile risposta “Ma ti sei fidata più delle voci che di me?”.
La bugia è un veleno; i seminatori di dubbi che non hanno fondamento sono personaggi pericolosi. La passione per la ricerca verità non ha nulla a che vedere con il dubbio gratuito.
Durante la Rivoluzione Francese, era stata messa sull’altare la Dea Ragione. Sarei blasfemo se desiderassi un altare alla Dea Verità, patrona di tutti gli insegnanti, i giornalisti, gli educatori?
Nella Bibbia, il più grande affresco dell’esistenza dell’uomo, i guai cominciano subito e sono generati da un dubbio bugiardo: “Siete proprio sicuri che Dio vi ami fino in fondo? Dio vi ha vietato di mangiare quell’albero perché diventereste come Lui”, dice Satana ad Adamo ed Eva; “Dio è invidioso di voi”.
Da questo discorso nasce la divisione fra Adamo ed Eva che cominciano ad accusarsi reciprocamente, la morte fra Caino e Abele, il Diluvio, la divisione fra i popoli presso la Torre di Babele! Se Adamo ed Eva fossero andati da Dio per un chiarimento e avessero smascherato quel mentitore….
All’origine del male c’è una bugia. Pilato stesso chiedeva a Gesù: “Cos’è la Verità?”.
Gesù aveva già risposto dicendo io sono la Via, la Verità e la Vita.
Cercare e dire sempre la Verità sono i primi modo per conoscere Dio e cambiare il mondo, e tutti lo possiamo fare.

don Nicolò Anselmi

Lettera a Sale&Luce
Don Nicolò,
leggo sempre con attenzione “Sale e luce” sul giornale della diocesi: sono una suora che lavora in una scuola materna in un paese della cintura genovese.
Tempo fa lessi che chiedevi testimonianze di adulti per il convegno di Verona, e avevo in cuore di mandartene una; poi leggendo l’articolo intitolato “Vocazione”, ho deciso di farlo perché ciò che volevo dire riguarda proprio la mia vocazione, nata in me dalla proposta di un prete coraggioso che sapeva ascoltare i giovani e “perdere tempo” per programmare con loro cammini di discernimento vocazionale, senza lasciarsi per nulla condizionare dalle mode correnti e dalla ‘spensieratezza giovanile’. Era un prete che credeva in Dio ed anche nelle persone, specie se giovani con nel cuore piccoli o grandi sogni.
Mi capitò così: militavo nell’AC ed ero convinta che quel servizio, quell’impegno era una cosa seria.
In un ritiro di AC mi sentii bruciare dentro da una frase che diceva così:
“Se volete camminare dove Gesù vuole non state sole: cercatevi una guida, alla quale chiedere luce e confronto”. Fu così che mi presentai in una Chiesa e, in un confessionale, feci al sacerdote la mia confessione, non senza manifestare lo scopo di essere venuta lì, perché cercavo una guida.
Lui accettò. Iniziai con lui un cammino. Mi chiedeva di volta in volta, “molto”, anzi “tutto” ed io, ribelle com’ero sempre stata e anche contestatrice in famiglia, accettavo e sentivo dentro una pace, una serenità che mi cambiava tutto e tutta. Dopo alcuni mesi mi disse:
“Chiederò al Signore che cosa vuole da te e poi te lo dirò”.
Accettai, credendo che quella richiesta avvenisse fra qualche anno. No, una settimana “dopo”, quando ritornai per il solito incontro, mi sentii dire:
“Ho chiesto al Signore e ho capito che ti vuole suora domenicana”.
Rischiai… un infarto, mi sentii morire! Inventai qualche modo per fuggire da quella situazione e intanto pregavo, ma più fuggivo e più stavo male.
Tornai sui miei passi e il sacerdote di nuovo ad incalzare: “Allora quando entri?” S’infranse anche l’ultima ragnatela che bloccava la mia scelta.
Risposi un “sì”: non so da quale voce segreta e in quel momento non sapevo se era adesione, scelta, conferma o nulla di tutto ciò.
Chi raccolse quel “sì” lo caricò del giusto significato ed io entrai nel convento domenicano e fui e sono felice. Benedico nella preghiera ogni giorno quel sacerdote e lo ringrazio senza posa (dal paradiso se ne accorgerà). Attraverso il suo accompagnamento ho incontrato Gesù e i tanti, tanti giovani durante i miei servizi in parrocchia e nella scuola.
Spero di non aver annoiato con queste riflessioni, ma ciò che volevo dire è
questo: “Carissimi fratelli preti… perdete tempo in questo servizio umile e nascosto a tu per tu con le persone: è la forza che vi dà Gesù per cambiare il mondo ed anche la Chiesa, se ne ha bisogno”.

Una lettrice di Sale e luce

Il servizio
C'è una bella frase nel Film "La vita è bella " che dice così "Dio serve gli uomini ma non è servo degli uomini" . Mi pare che esprime molto bene la logica del servizio contenuta nel Vangelo quando Gesù lava i piedi ai discepoli, ma prima afferma "Voi dite che io sono il Maestro e il Signore, e dite bene!".
Con quel gesto Gesù esprime pienamente cosa intende per Servizio. Nulla a che fare con l'autoumiliazione, l'autopunizione o i sensi di colpa. Ma un pieno, libero gesto d'amore.
Molti confondono oggi il servizio con il Volontariato che ne è invece uno strumento molto efficace.
Cosa dunque è il servizio? Parte appunto dal dire "Io sono il maestro e il Signore". Non è solo l'umanissima autostima, richiesta in chi si appresta a svolgere un servizio, ma è il sentire di essere Figli di Dio, di appartenere a un Signore che ha dato la sua vita e che "servendo" si dona la vita come Lui.
In questo modo il "servizio" è ben più di un semplice fare, di una oretta in cui impiegare il proprio tempo libero. Diventa costitutivo del mio essere credente, diventa costitutivo del mio essere e quindi intesse ogni mia azione. Famiglia, Cultura, Economia, Politica, Pace diventano "servizio", diventano il mio pieno agire. La mia vita non è più scissa nei periodi neri in cui sono costretto a fare altro e poi mi concedo le due ore di "servizio", ma diventa illuminata da una dimensione interiore che tutto trasforma. Il servizio non diventa più la mia oasi di pace dove fuggire dai miei problemi, ma il motore stesso della mia vita.
A questo punto si tratta di prendere catino, asciugamano e inginocchiarsi davanti al fratello.
Il gesto di Gesù richiama una gesto reale. Non si è servi simbolicamente, ma realmente.
La fatica, piegare schiena e ginocchia, operare realmente. Pensiamo ai malati da accudire, ai bambini da servire, alle cose da fare spesso molto materiali ma che nessuno vuol fare. Attraverso questo passa il servizio, reale concreto, fattivo, nascosto perché non sappia la destra ciò che fa la sinistra.
Perdere tempo, energie, denaro, disperderle a vantaggio dei fratelli senza nessun tornaconto nemmeno morale, con un grande libertà verso gli altri che non devono essere irretiti dal nostro servizio ma solo beneficiati.
Come Gesù sulla croce. Se poi soddisfazioni e "il centuplo quaggiù"
arriveranno non saranno altro che la conferma di una logica annunziata da Gesù. Ma non devono essere ricercati altrimenti l'effetto svanisce. Devono rimanere dono, gratuità.
Vi sono luoghi, occasioni, esperienze tipici del Servizio, dove si impara attraverso un servizio preciso e semplice la logica più ampia del servizio che mi porta a chiedermi "Ma a che serve la mia vita?" Per questo spesso chi fa servizio inizia un discernimento vocazionale sulla propria vita.
Perché egli si mette in gioco e se è capace di andare a fondo la sua vita cambia fino a che la logica del dono pervade tutta vita.
La provocazione dunque è duplice: per i tanti che non hanno mai tempo per nulla, ma scoppiano di TV, di diete, di corsi alternativi, di sport, di troppo lavoro, di troppo studio, di troppi soldi, di tempo perso nella ricerca di problemi che non esistono, di tempo perso ai grandi magazzini, o dietro a motori eccessivamente amati, la proposta di trovarsi un ambito di servizio, specie verso i più poveri; un servizio umile, semplice concreto.
Piano piano vi cambierà la vita.
Per i tanti che già svolgono servizi vari l'augurio di approfondirne il senso affinchè esso diventi realmente unificante per la propria vita, in modo da fare di tutta la vita un servizio per il Regno di Dio, per costruire la Civiltà dell'Amore. Allora anche la preghiera diventerà servizio e spingerà a donare la vita nell'umiltà, nella semplicità nella concretezza.
E il massimo del servizio si avrà allora, collegato alla vita, in quello liturgico. Perché Gesù non ha fatto solo il bel gesto; ma ha realmente lavato i piedi ai discepoli. Troppe volte la parola servizio viene usata in contesti dove poi assume significato contrario; pensiamo ai "ministri" che vuol dire appunto servitori e pensiamo a come venga inteso il ruolo di
"ministro": semplicemente un ruolo di potere. Noi siamo maestri a cambiare le carte in tavola e a rigirarci le frittate. Abilissimi a fare del servizio un ambito di potere. Per questo non c'è che una speranza:
affidarci al Signore che ci converta il cuore!!
In questo è particolarmente bello ed esposto il servizio educativo, dove l'azione "materiale" è tanta ma dove è il cuore che viene messo a nudo di fronte a chi si presta servizio.
Un servizio bellissimo perché è così facile che si riceva subito il centuplo. Ma ancor più esposto al rischio del potere, dell'autoaffermazione, della manipolazione, dei pasticci combinati nei cuori altrui. Occorre tanta pazienza ma anche tanto coraggio.

Quanto bisogna c'è di educatori, di figure di riferimento. Quanto bisogno c'è di persone che "ci siano" per ragazzi e adolescenti. Anche qua, finché si tratta di bimbi piccoli (es: zero-tre anni) tanti si dedicano. Quando si tratta di quei rompiscatole di preadolescenti e adolescenti allora il discorso si fa complesso.
Eppure il Signore lo ha promesso "Il centuplo quaggiù e il Regno dei cieli"
Ma davvero pochi ci credono.

don Francesco Doragrossa

Lavoro precario
La scorsa settimana mi sono state chieste da “Il lavoro-Repubblica” delle osservazioni sui dati pubblicati dalla CGIL a proposito dell’alta percentuale di contratti a termine che caratterizzano il mercato del lavoro genovese. Negli spazi ristretti di un’intervista rischiano di non essere chiaro un principio di fondo che invece qui posso spiegare con più tranquillità. L’idea di partenza, molto ovvia se vogliamo, è quella della centralità della persona. Il lavoro è un’azione umana e, in quanto tale, essa esprime la complessità dell’uomo e, per un cristiano, la somiglianza con Dio. Il lavoro non è dunque una maledizione biblica ma fa parte della somiglianza a Dio, della partecipazione alla sua opera creatrice: “L'uomo deve soggiogare la terra, la deve dominare, perché come «immagine di Dio» è una persona, cioè un essere soggettivo capace di agire in modo programmato e razionale, capace di decidere di sé e tendente a realizzare se stesso. Come persona, l'uomo è quindi soggetto del lavoro. Come persona egli lavora, compie varie azioni appartenenti al processo del lavoro; esse, indipendentemente dal loro contenuto oggettivo, devono servire tutte alla realizzazione della sua umanità, al compimento della vocazione ad essere persona, che gli è propria a motivo della stessa umanità” (Laborem Exercens 6). Questo rende tale particolare attività umana fondamentale per lo sviluppo e per la dignità della persona nella sua integralità.
Può avvenire però che per il suo valore economico l’azione del lavorare, le “braccia del lavoratore”, per usare un’immagine comune, vengano considerate come a sé stanti senza riferimento alla perona nella sua interezza. Non importa chi fornisce l’opera e le sue condizioni soggettive, l’unica cosa è che venga fornita, in qualche modo l’opera stessa: “Per alcuni…il lavoro era inteso e trattato come una specie di «merce», che il lavoratore - e specialmente l'operaio dell'industria - vende al datore di lavoro, che è al tempo stesso possessore del capitale, cioè dell'insieme degli strumenti di lavoro e dei mezzi che rendono possibile la produzione. Questo modo di concepire il lavoro era diffuso, in particolare, nella prima metà del secolo XIX. In seguito le esplicite formulazioni di questo tipo sono pressoché sparite, cedendo ad un modo più umano di pensare e di valutare il lavoro.. Ciononostante, il pericolo di trattare il lavoro come una «merce sui generis», o come una anonima «forza» necessaria alla produzione (si parla addirittura di «forza-lavoro»), esiste sempre, e specialmente qualora tutta la visuale della problematica economica sia caratterizzata dalle premesse dell'economismo materialistico” (Laborem Exercens n.7).
La realtà, molto semplice, è che insieme alle braccia c’è una persona con le sua dignità, i suoi diritti e i suoi bisogni. Tutto questo, oltre ad essere una imprescindibile esigenza morale, ha un costo. Per venire al tema dei contratti di lavoro a termine o “lavoro flessibile”, poniamo di impiegare un lavoratore per brevi periodi pagandone l’opera per quando essa viene effettivamente e oggettivamente prestata, cosa avviene quando la sua opera non viene richiesta che ne è del lavoratore? Se si trattasse di una merce al pari delle altre non vi sarebbero problemi, ma impiegare delle braccia significa impiegare una persona che esprime in quel lavoro la sua dignità, la stessa che esige il soddisfacimento dei bisogni primari di vita (una casa, una vita dignitosa…).
In un contesto economico dove è improbabile che il lavoratore possa trovare altri impieghi quando non è impiegato, rimane dunque il problema di provvedere ai mezzi di sostentamento nei periodi in cui la persona non lavora. Per difendere la dignità della persona in un contesto di flessibilità del mercato del lavoro devono dunque essere sopportati dei costi che il farsi carico delle esigenze di tutta la persona comporta. Il mercato attuale del lavoro sembra dunque domandare flessibilità nelle prestazioni di determinate categorie di lavoratori: compito della politica e richiamare i costi reali di questa domanda e renderli compatibili con tutte le esigenze, non ultima quella delle imprese.
I cosiddetti “ammortizzatori sociali” sono esattamente quel costo di cui parlavo prima: strumenti che garantiscono la dignità della persona che presta la propria opera lavorativa. Sembra che sia secondo giustizia che, almeno una parte di essi, possano gravare su chi esprime l’esigenza del lavoro flessibile. Non si tratta insomma di “punire” le aziende che utilizzano contratti a termine né tantomeno di demonizzare il lavoro flessibile, che esprime dal punto di vista della persona la stessa dignità di ogni altro lavoro. Si tratta invece di dare al mercato un quadro di regole che aiuti tutti gli attori a guardare a un lavoratore non come a un paio di braccia da usare e gettare e a un datore di lavoro, non una fonte inesauribile di redditi da regolare a piacimento.
Matteo Gillerio
RIFLESSIONE SULLA VOCAZIONE (2)
Provo a rispondere a due domande ricorrenti tutte le volte che si parla di vocazioni alla vita consacrata.
Mi sono innamorata di Santa Chiara, però Madre Teresa di Calcutta mi affascina. Sono indecisa: la clausura o il servizio ai poveri? Come faccio a capire dove devo andare?
Dopo alcuni anni di sacerdozio in fondo credo che questa domanda sia vera ma parziale; la vita attiva e la vita contemplativa sono aspetti complementari, non alternativi, della vita cristiana. La Carità, l'Amore di Dio abitano sia nei monasteri che nelle missioni, negli eremi come nelle bidonville.
Penso che la grande scelta sia: Vita Consacrata si o no? La scelta determinante è quella di donarsi totalmente a Gesù ed ai fratelli, cioè alla sua Chiesa ed all'umanità intera; il resto verrà in seguito.
Personalmente, agli inizi della mia decisione per la vita consacrata, avevo pensato, infatuato dall'amore per l'Eucarestia e la Preghiera che avevo letto fra le pagine dei Pensieri di Charles de Foucauld, di diventare monaco trappista; in seguito, all'indomani della laurea in ingegneria, mi sono visto missionario in Africa; oggi mi ritrovo felicemente prete diocesano, aperto ad ogni servizio e forse, nel Signore, disposto a tutto.
Parlando con un vescovo una volta mi disse che secondo lui, addirittura una persona potrebbe prima di tutto consacrarsi personalmente, segretamente, ed in un secondo tempo capire la modalità concreta in cui realizzare tale consacrazione.
Una seconda domanda: Come mai ci sono così poche vocazioni alla vita consacrata?
Le risposte possono essere molte, il fenomeno è complesso, ognuno ha una sua risposta; vorrei però indicare una pista di riflessione che raramente viene percorsa: quella più tipicamente ecclesiale. La chiesa non è mai secondaria nel Regno di Dio. Mi sembra quindi determinante l'atteggiamento di tutta la comunità cristiana: le vocazioni nascono in una famiglia, in una parrocchia, in una comunità cristiana, in una diocesi che è in atteggiamento di ascolto, che guarda a Dio e non a se stessa, che legge e sa rispondere ai segni dei tempi, alla presenza del Signore Gesù nel quotidiano. Ci vuole una vita cristiana autentica, evangelica. C' è molto da meditare e da convertirsi, per tutti, anche per quelli che “pensavano di essere giusti”.

Don Nicolò Anselmi

RIFLESSIONE SULLA VOCAZIONE (1) Fast Food, Fast Web, Fast...
E' impossibile negare che una delle caratteristiche più evidenti del nostro mondo sia quella di essre un mondo “Fast”, veloce; l'utilizzo diffuso di telefonini e computer ci aiuta moltissimo nel tenere i contatti con le persone e con le cose; la tecnologia ci permette di faticare di meno ma ci fa andare molto più velocemente e ci fa produrre molto di più.
Gli effetti di questa vertiginosa velocità che scuote, in misura diversa, la vita di tutti, ha vari effetti nell'esistenza delle persone. Fra questi effetti mi sembra vi sia quello che definirei come il rischio di non affrontare la domanda essenziale della vita: chi sono io e chi voglio essere.
La domanda, se posta con serietà, è quanto di più interessante possa esistere, e rimane tale in ogni momento della vita; a questa domanda si deve rispondere ogni giorno perchè in un certo senso ogni giorno rinasciamo.
Una volta sentii rispondere a questa domanda utilizzando un paragone: io voglio fare della mia vita un'opera d'arte, un qualcosa di bello, sostanzialmente; forse con qualche imperfezione ma bello. Con un linguaggio più clericale avrei detto: io vorrei diventare santo...ma il concetto è lo stesso.
Non è poco rispondere così, con una certezza di questo tipo! Chi è credente può aggiungere qualche parola ed una considerazione: Dio mi vuole santo ed è disponibile ad aiutarmi; anzi suo Figlio è già morte per me. E' ovvio che sia così: quale padre o madre chiederebbe per il proprio figlio la mediocrità? Qualunque cosa faremo, in qualunque situazione ci troveremo non possiamo fare altro che diventare santi.
Santo si, ma come? Nel matrimonio, nella vita consacrata, nell'attesa di incontrare una persona a cui donarmi e che si doni a me, nell'accoglienza di una vita celibe o nubile ma spesa ugualmente nell'amore verso Dio e i fratelli...Beh questa scelta spetta a noi, è una straordinaria responsabilità personale; anche in questo caso, chi crede, sa che può contare sulla collaborazione di Dio che ci conosce meglio di chiunque altro.
La scoperta della propria vocazione è una questione centrale nell'esitenza di un giovane. Dio desidera che ogni persona possa scegliere la strada lungo la quale diventare santa. Il fatto che non tutti riescano a capire e a scegliere è quindi una stortura rispetto al desiderio di Dio, è un difetto rispetto al progetto del Regno di Dio, Regno di amore e di pace per tutti.
Se oggi diventeremo migliori collaboratori del Regno di Dio, aiuteremo la scoperta della propria vocazione di qualche giovane. E allora via, dai: se oggi decideremo di ritornare a Dio e magari di andarci a Confessare, il Regno d'Amore di Dio crescerà e un giovane troverà la sua strada e quando l'umanità intera vivrà nell'amore, ogni giovane smetterà di soffrire ricercando se stesso.

Don Nicolò Anselmi

LA BUONA NOVELLA DELL’AMORE SPONSALE
Negli ultimi tempi, spesso i miei alunni mi hanno sollecitato con domande relative alla posizione della Chiesa sul matrimonio di persone dello stesso sesso, o sul perché la Chiesa sia contraria alla semplice convivenza; evidentemente le discussioni, in famiglia e sui media, del tema dei cosiddetti “Pacs” ha preso campo. I ragazzi risentono delle posizioni degli adulti e spesso le opinioni si radicalizzano su due estremi.
Da un lato si arriva a volte a vere e proprie volgarità, rozezze, superficialità che accentrano l’attenzione sulle unioni omosessuali, identificandole con epiteti volgari, tanto da costringermi a ricordare loro che Gesù ci ha insegnato che ogni uomo è sacro, a prescindere dalle sue tendenze sessuali, quantunque uno le possa ritenere non adeguate.
Purtroppo è ancora molto diffusa l’abitudine di etichettare, offendere con termini volgari ed emarginare persone che anche semplicemente non corrispondano al classico prototipo del “macho conquistatore” o della “femmina seducente”. I ragazzi sanno essere cattivi quando ci si mettono.
L’esempio dall’alto, purtroppo, non manca a tal riguardo.
Dall’altro lato, con estrema naturalezza si mettono sullo stesso piano relazioni etero e omosessuali, si giudica impossibile l’ideale del matrimonio cristianamente inteso e visto come un rimasuglio folkloristico, un “mercato di nicchia”, riservato agli amanti del genere, rivendicando diritti in nome di una libertà più ideologica che sostanziale. Le relazioni affettive vengono normalmente presentate come estremamente fragili e insicure, come se fosse innaturale dare continuità a una relazione. L’ala del “politically correct” è presente e invoca il diritto di matrimonio per tutti, senza stabilire poi cosa si intenda per matrimonio. Il martellamento di tante trasmissioni televisive (Soap opera, talk-schow, serie di telefilm, interventi di cossidetti vip ed esperti,..) che tendono a mischiare le carte e a far passare mentalità più libertine e confusionarie che libere, ha avuto i suoi risultati. L’obiettivo è creare una società debole che si affida al consumo più che a un progetto di vita basato su relazioni solide, chiare, appaganti .
L’argomento non è facile. Ma pure bisogna addentrarsi in esso con grande cautela. Cautela dovuta ai vari piani e alle varie competenze che occorrono per districarsi facendo incontrare senza confondere i vari ambiti, morale e giuridico, laico e ecclesiale. Io stesso non possiedo competenze giuridiche tali da sviscerare l’argomento con la competenza dell’avvocato.
Sono un povero prete di campagna che incontra tanta gente.
Per la chiesa, seguendo le parole di Gesù, il matrimonio è un patto fra un uomo e una donna. Lo si potrebbe definire una convivenza pubblica,libera, fedele, per sempre, aperta alla vita. Non penso che cambiarne il nome sia così importante; ognuno la chiami un po come vuole; il significato è
chiaro: l’amore fra un uomo e una donna è fatto a immagine dell’amore di Gesù per il suo popolo. Tra due uomini o due donne il Vangelo contempla il sentimento forte della “filia” dell’amicizia, altrettanto forte e significativo, ma “altra cosa”. Nessuno, di per sé, contesta la libertà di pensare questo alla Chiesa, il fatto a volte dimenticato è che la stessa Costituzione italiana riconosce il matrimonio e la famiglia se non esattamente allo stesso modo (contempla il divorzio) perlomeno nello stesso filone. Inoltre, questa impostazione della famiglia basata su un patto chiaro (quindi sottoscritto) tra un uomo e una donna, pare condivisa dalla grande maggioranza dell’opinione pubblica (elemento non decisivo per ciò che riguarda la verità delle cose, ma assai importante nel gioco democratico).
Dunque il riconoscimento e la tutela và indirizzata, secondo la Costituzione a questa famiglia. Una vera politica che aiuti la famiglia fondata sul matrimonio è stato oggetto persino della scorsa campagna elettorale, ma purtroppo l’immagine e la propaganda ha finora sempre prevalso sulla concretezza e sulla progettualità.
Tuttavia è inutile negare l’esistenza di una significativa fascia di persone che si trova in una situazione diversa da quella descritta sopra.
Spesso si tratta di fasce deboli e che comunque si trovano talvolta in situazioni di difficoltà. Che fare per queste persone? Ignorarle solo perché sono minoranza? Può uno stato voltarsi dall’altra parte? Non è il Vangelo stesso che ci chiede di occuparci di chi è in difficoltà?
Può la chiesa cattolica pretendere di imporre la sua forma di convivenza a tutti i cittadini? Ma se la gran parte dei cittadini la pensa proprio come la chiesa cattolica è giusto che rinuncino alle proprie convinzioni per equiparare il matrimonio a altre cose che non si ritengono tali?
Non si possono trovare forme giuridiche che escludano l’equiparazione dei matrimoni o la creazione di matrimoni A & B? Non si possono trovare vie che tutelino i deboli, in qualunque posizione di vita si trovino, senza che li si debba per forza chiamare matrimoni? L’appello è ai laici competenti, siano essi credenti e non credenti, affinché trovino una strada che possa adempiere a quelli che sono i sentimenti comuni dei cittadini, che da un lato desiderano mantenere la famiglia, e questa famiglia, come base della società e anzi chiedono veri aiuti per poterla sostenere, e dall’altro desiderano venire incontro a tante situazioni di fatto che vedono talvolta impediti l’esercizio dei propri diritti fondamentali.
La strada più indicata appare proprio quella dei diritti inviolabili dell’uomo nelle formazioni sociali. Vi sono interessi individuali e inviolabili, che possono trovare fondamento nella solidarietà propria di una consuetudine di vita. In questa situazione possono riconoscersi prerogative collegate a diritti fondamentali della persona, ma non la forma di relazione connessa. Situazioni che si potrebbero definire diritti e doveri a rilevanza esterna il cui nucleo fondamentale può consistere in:
diritto di abitazione; successione in contratti che assicurano forniture o servizi essenziali; facoltà di visita e di rapporto personale in situazione di restrizione ospedaliera o detentiva; assistenza o prestazioni solidaristiche da o verso enti pubblici o privati; risarcimento del danno in caso di morte. (Cfr Zenit 20-9-2005)

Ma se da un lato il credente è chiamato a portare il suo contributo nella società politica, complessa e doverosamente aperta alle richieste di tutti, ben di più può dal punto di vista umano e quotidiano di testimonianza della propria fede.
Siamo chiamati come sempre più a salvare che a giudicare. A testimoniare quanto sia bello il dono sponsale, l’incontro tra un uomo e una donna in un progetto di vita, segno di un’amore universale che coinvolge ogni uomo senza lasciare ai margini nessuno, anche chi a questo progetto non si sente di corrispondere (non tutti sono chiamati al matrimonio).
Purtroppo l’inculturazione della nostra fede in occidente ha fatto spesso confondere il matrimonio cristiano con il prototipo del matrimonio civile:
il matrimonio borghese. L’aspetto di sistemazione sociale, pur importante ha preso il posto con i suoi obblighi e doveri, con la sua burocrazia, con le sue leggi scritte dell’aspetto di felicità e di mutua cura che sottostà al matrimonio cristiano. Si vede così il matrimonio come un laccio borghese dal quale fuggire in segno di libertà, mentre in realtà è amando che sono libero, è nel dono di sé che realizzo la vera libertà. O al contrario, la convivenza come meglio corrispondente a una rapida sistemazione sociale.
L’aspetto dell’Amore, preponderante nel matrimonio cristiano, risulta sempre ai margini, oramai guardato con disincanto da gran parte della mentalità comune. E un matrimonio senza amore è, direi giustamente, rifiutato da molti specialmente giovani. Ma è proprio nella ricerca di cosa sia l’Amore che spesso noi siamo ancora troppo assenti. (quanti al termine di corsi in preparazione al matrimonio esclamano: ah se lo avessi saputo prima come è bello sposarsi nel Signore!) Siamo chiamati a sostenere l’uomo nel proprio cammino di formazione e di formazione alla comunione e alla relazione con l’altro. Oggi le relazioni si “consumano”, non sono il paziente tessersi di una avventura che è il sale della vita. Questo non pare renda molta felicità all’uomo. La fretta e la velocità che tutti ci coinvolge sono nemiche dell’uomo.
Siamo chiamati insomma a testimoniare una vita nuova, diversa. La vita del risorto. Una vita dove ognuno può trovare la propria dimensione, dove anche il processo di identificazione dell’uomo che cerca se stesso, si focalizza sull’uomo nuovo pensato da Cristo; e la dimensione comunitaria dell’uomo si apre alla costruzione del Regno tradotto nella ricerca della Civiltà dell’Amore, piena solo in Paradiso, ma solo se cammina quaggiù su questa terra.
Solo la testimonianza di un Amore libero, pubblico, fedele, per sempre, aperto alla vita potrà essere la risposta sociale della comunità ecclesiale; perché di questo siamo convinti: che così ci abbia amato Gesù ed è lui il nostro metro. Questa gioia vorremmo, nella reciproca libertà, condividerla e favorirla con chi organizza, credente o non, la vita dello stato. Per trovare poi il bandolo della matassa occorre molta preghiera e impegno da parte dei laici impegnati nella politica a cui attiene questa
competenza: la palla passa a loro. Ma il sostegno e la preghiera rimane a tutta la comunità.

Don Franco Doragrossa

Amore e Giustizia
La giustizia è sufficiente? La giustizia basta a sè stessa? Sono domande che, scommetto, vedreste facilmente in bocca a uno di quei filosofi da fumetti, che passeggiano in tranquilli viali alberati, con la testa tra le nuvole. Se è così riprendiamoci allora queste domande, rubiamole a questo strano personaggio immaginario e portiamole nella nostra vita.
Benedetto XVI lo ha fatto in Deus Caritas e il card. Ruini lo ha citato nella sua prolusione al Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana.
La Chiesa s’interroga sulla giustizia dunque, si chiede se per camminare sulla “via dell’uomo che é via della Chiesa”, come ha scritto Giovanni Paolo II, basti la giustizia in sè, intesa come il ristabilimento di un equilibrio materiale nelle relazioni tra gli individui e la disponibilità per ciascuno di un insieme di beni sufficienti al soddisfacimento dei propri bisogni. La giustizia in questo senso prescinde da un coinvolgimento personale, è indifferente chi provveda, e in qualche modo è indifferente anche il soggetto che usufruisce di un assistenza in base a criteri di giustizia. L’oggetto dell’azione Ë dunque la giustizia in sÈ stessa, non direttamente la persona; il centro Ë il ristabilimento di un equilibrio giusto, Ë la giustizia in sÈ a cui miro e se chi ha bisogno Ë Luigi o Marco non Ë importante: in qualche modo l’aiuto a Luigi o Marco sono uno strumento per raggiungere la giustizia. In quest’ottica la carit‡, cioË l’amore, puÚ essere addirittura vista negativamente perchÈ richiede di guardare sempre in faccia la persona che viene aiutata e la chiama per nome, la aiuta perché è lei ad aver bisogno ed è a quel bisogno che sento la chiamata a rispondere. Tutto questo secondo la concezione di giustizia di cui abbiamo parlato distrae dal vero obiettivo, che come abbiamo detto è instaurare la giustizia; il mio scopo non è alla fine aiutare Luigi o Marco ma instaurare la giustizia e non posso permettermi di acquietarmi se non dopo averle raggiunte. Stona inoltre, secondo questa posizione, la componente di libertà che è inscindibile dall’amore. Se l’aiuto è dovuto non puÚ essere affidato alla liberalit‡ del singolo, ma deve essere accuratamente pianificato dalle istituzioni.
Sicuramente un ordine giusto è condizione necessaria, e la dottrina sociale della Chiesa se n’è occupata dall’inizio. Garante di tale ordine è lo Stato e la politica ne è lo strumento privilegiato di realizzazione. Dice Benedetto XVI in Deus Caritas: “) Il giusto ordine della società e dello Stato è compito centrale della politica. Uno Stato che non fosse retto secondo giustizia si ridurrebbe ad una grande banda di ladri, come disse una volta Agostino”
Ma andiamo oltre e poniamoci allora una domanda: Una giustizia di questo tipo, senza il volto dell’amore è sufficiente? Spingiamo ancora oltre la radicalità della domanda: esiste una giustizia che non abbia il volto dell’Amore e un Amore che non sia giusto?
Per rispondere dobbiamo chiederci ciò di cui noi stessi avremmo bisogno. Ci basterebbe davvero vedere garantiti i nostri diritti senza cogliere il volto di chi ce li garantisce e saremmo soddisfatti pensando che essi ci sono riconosciuti non perchè siamo noi, con la nostra storia, le nostre qualità e i nostri bisogni, ma solo perchè siamo la tappa di un disegno di giustizia più grande, e perchè possiedo un requisito formale (la cittadinanza, un reddito di un certo tipo…). Se fossimo malati, ci basterebbe un letto e un’assistenza assolutamente professionale? Se avessimo fame un piatto di cibo assegnato d’ufficio ci sazierebbe? La risposta è senz’altro negativa. Se tutto questo è necessario dunque, per nessuno di noi è sufficiente. Ogni atto di giustizia e quantificabile in termini economici (il costo dell’assistenza ospedaliera, delle mense per i poveri…) ma l’uomo non è riconducibile solo a valori economicamente misurabili (e scambiabili). Una società veramente giusta dovrebbe rispondere a tutti i bisogni dell’uomo, anche a quelli che non possono essere oggetto di prestazioni economicamente rilevanti e che quindi non possono essere ridistribuiti sulla base di criteri di quantità. L’amore non si compra e non si ridistribuisce, si dona; non si divide ma si moltiplica, non ce ne si priva ma si condivide. L’amore infine non puÚ essere delegato ma ci coinvolge direttamente con la storia e la vita di chi si ama e di chi si aiuta per amore.
Papa Benedetto afferma quindi che:
“L'amore — caritas — sarà sempre necessario, anche nella società più giusta. Non c'é nessun ordinamento statale giusto che possa rendere superfluo il servizio dell'amore. Chi vuole sbarazzarsi dell'amore si dispone a sbarazzarsi dell'uomo in quanto uomo. Ci sarà sempre sofferenza che necessita di consolazione e di aiuto. Sempre ci sarà solitudine. Sempre ci saranno anche situazioni di necessità materiale nelle quali è indispensabile un aiuto nella linea di un concreto amore per il prossimo. Lo Stato che vuole provvedere a tutto, che assorbe tutto in sé, diventa in definitiva un'istanza burocratica che non puÚ assicurare l'essenziale di cui l'uomo sofferente — ogni uomo — ha bisogno: l'amorevole dedizione personale. Non uno Stato che regoli e domini tutto è ciò che ci occorre, ma invece uno Stato che generosamente riconosca e sostenga, nella linea del principio di sussidiarietà, le iniziative che sorgono dalle diverse forze sociali e uniscono spontaneità e vicinanza agli uomini bisognosi di aiuto”.
Non è possibile delegare l’amore nè ordinarlo per legge e nel contempo la nostra società non ne più fare a meno: il contributo di ciascuno, il “di più” d’amore che ciascuno può dare è dunque necessario e insieme non può essere pianificato o imposto. Una società più giusta non dipende dunque solo da piani di sviluppo sociale o d’assistenza efficienti, ma dal contributo d’amore che ciascuno di noi e liberamente chiamato a dare. Tutti siamo dunque necessari con tutto noi stessi per costruire una giustizia “giusta”

matteo gillerio

Pasqua
Se fossimo nati in Cina o in Pakistan saremmo cristiani? Essere cristiani dipende dalla cultura o ha una radice storica? Le religioni sono tutte uguali? Credere è in fondo un mistero?
Arriva la Pasqua cioè la Resurrezione di Gesù: è la grande festa dei cristiani perchè la Fede cristiana nasce a Pasqua. “Se Cristo non fosse risorto vana è la vostra Fede” dice San Paolo ai cristiani di Corinto. Ma Cristo è veramente risorto? A chi mi fa questa domanda mi viene subito da chiedere “Giulio Cesare è veramente esistito? Sei sicuro? Chi te lo ha detto? La tua maestra? Beh, si, è vero, è vero, ne parlano i libri di storia, ci sono le tracce del suo passaggio. Ma nemmeno la tua maestra ha conosciuto Giulio Cesare, e nemmeno la maestra della tua maestra. Noi crediamo all'esistenza storica di Giulio Cesare in base ad un procedimento storico fatto di fiducia in chi è venuto prima di noi, una catena di fedeltà che ci riporta fino a chi ha conosciuto davvero Giulio Cesare.
Notizie tramandate, orali e scritte, testimonianze, oggetti, reperti, iscrizioni, conseguenze storiche delle campagne di guerra e di altri gesti compiuti da Giulio Cesare. Nessuno mette in dubbio la sua esistenza.
Anche circa l'esistenza storica di Gesù non vi sono incertezze: nessuno ha mai messo in dubbio un simile dato. E' difficile credere che Gesù sia risorto, ma anche per la storicità della Resurrezione il procedimento scientifico è lo stesso: centinaia di testimonianze, libri, persone, conseguenze sociali enormi, la Chiesa, la fedeltà alla verità fino al martirio di molte persone che l'hanno conosciuto.
Senza questa radice storica la fede in Gesù è una semplice opinione. Gesù a Pasqua mostra la sua divinità. Cosa servirebbe versare un pò d'acqua sulla testa di un bambino o mangiare un dischetto di pane azzimo se questi gesti non avessero un senso storico, se storicamente, duemila anni fa, non li avesse fatti il Figlio di Dio. Io sono cristiano cioè discepolo di un fatto storico ben preciso.
Ma la convinzione della storicità di un evento è solo una parte delle ragioni della mia fede: sono cristiano anche perchè ho scoperto che la Pasqua è la verità profonda della mia vita.
La voglia di amare, la paura di donarmi davvero, la sofferenza del dare, la gioia dell'averlo fatto con l'aiuto dall'Alto, sono l'esperienza che continuamente faccio nella mia esistenza, nelle piccole e nelle grandi cose.
In fondo questi passaggi esistenziali rappresentano gli aspetti del mistero
Pasquale: la mia voglia di amare la ritrovo nell'entusiasmo di Gesù il Giovedi Santo, nel servizio della lavanda dei piedi e nel dono di sè
dell'Eucarestia: mangiate, questo è il mio corpo; quante volte anche noi ci siamo entusiasmati con Gesù in situazione analoghe. La paura amare la ritrovo in Gesù nell'orto degli ulivi, quando si trattava di consegnare la propria vita davvero. Quante volte amare fino in fondo fa paura! La passione, la sofferenza e l'esperienza di morte che l'amare porta sempre con sè sono la realtà del Venerdi Santo. Finalmente la gioia vera, lo sappiamo bene tutti, viene dall'amore: è la gioia della Pasqua, della Resurrezione, la vita nuova donata a chi, sulla parola del Padre, ha amato fino alla fine. Gesù è il senso della mia vita, la sua vita è la mia; egli è con me, non ho dubbi; Gesù è la verità.
E allora, se fossi nato in Cina o in Pakistan? Sarei cristiano? Non so cosa sarei. Oggi sono cristiano e non posso farne a meno; se non lo fossi, se non vivessi dello Spirito di Gesù morirei immediatamente.
Buona Santa Pasqua a tutti.

don Nicolò Anselmi
don.nico@libero.it

Anch'io avevo tutti i giorni una canna in mano
Ma dai tutti si sono fatti una canna da giovani, anche un ministro lo ha ammesso.
Mio figlio tutti i giorni aveva una canna in mano: la canna da pesca!
Partiva al mattino con gli amici e tornava la sera.
Però tuo figlio fuma sigarette: il tabacco fa più morti di qualunque altra cosa. E lo Stato ci lucra pure sopra: che schifo. Per non dire dei
superalcolici: oggi i ragazzi bevono da morire.
Devi ammettere che è meglio farsi una bevuta al sabato sera che drogarsi.
Ieri mentre facevo la spesa c’era in farmacia la nonna di... che comprava degli psicofarmaci; senza che le dicessi nulla mi ha detto che erano per il nipote e che il medico li prescriveva a lei e non a lui.
Discorsi di mamme...Veri come tutti i discorsi di chi ama veramente, impegnativi da affrontare perché impegnativo è l’uomo.
Mi sembra di poter dire che che le questione di cosa sia bene e cosa sia male e la questione di come accompagnare le persone verso il bene allontanandole dal male siano due questioni co.llegate ma distinte; la prima è una questione etica, la seconda educativa; la prima riguarda i valori, la seconda la persona. La prima riguarda la meta, la seconda il cammino per arrivarvi, la prima descrive la vetta della montagna, la seconda il sentiero per raggiungerla. E’ chiaro che le due cose sono molto collegate fra loro ma spesso è importante distinguere per capire e solo successivamente fare sintesi.
Per un verso mi sembra sia importante che la società adulta, i genitori, gli insegnanti, i sacerdoti riaffermino con forza e soprattutto con la loro vita e con il loro esempio che l’uomo è fatto per essere felice e non per stordirsi, per vivere e non per farsi del male, che ogni giovane è chiamato a diventare un bravo papà o una brava mamma, un bravo operaio, un buon medico o un bravo parrucchiere, a fare della propria vita un capolavoro, ognuno secondo la propria misura: Vorrei dire che ogni persona è chiamata a diventare santa, a rivoluzionare il mondo intorno a sé nella linea dell’amicizia e dell’amore, non certo a dormire o a perdere tempo buttando via energie preziose. Chi fa cultura dovrebbe esprimere questo annuncio. La droga, il fumo, gli psicofarmaci, l’alcool fanno male. Esiste un ordine morale oggettivo.
Ancor più importante deve essere l’impegno silenzioso, quotidiano, personale della stessa società adulta che si accorge che non tutti si dirigono con decisione verso la vetta, che molti sbagliano strada, che per vari motivi camminano lentamente, spesso perché hanno uno zaino troppo pesante. Una tentazione sottile è quella di dire “va beh fermati qui; quello che stai facendo non è poi così male. Io però vado in vetta, magari ci vediamo stasera”. Non è facile aspettare, camminare al passo del più lento, magari portandogli lo zaino, stimolare, educare, comunicare la gioia di vivere.
Un insegnante pubblicamente, davanti alla classe non può far altro che dire che tutti sono fatti per prendere dei voti alti, 7 od 8; solo silenziosamente e personalmente gioirà per quell’alunno che è riuscito a passare dal 2 al 5, a lui solo farà i complimenti invitandolo a prendere 6 la volta successiva. Esiste un ordine morale soggettivo che tende con pazienza e misericordia e, per chi crede, con l’aiuto di Dio, verso quello oggettivo.
Dire che tutto va bene, che in fondo c’è di peggio nella vita, non ci aiuta a diventare santi, ci aiuta a diventare mediocri anche nella nostra felicità.
Ragionando sulla passione per la vita non posso non citare uno degli slogan pubblicitari più ascoltati e visti in questi giorni: Passion Lives Here, la passione vive qui. Ho trovato la frase molto coinvolgente per quanto riguarda le Olimpiadi ed assolutamente meravigliosa per quanto riguarda le Paraolimpiadi; che passione, che voglia di vivere nel volto di quei ragazzi!!! Non vedenti, giovani sciatori senza una gamba, sportivi in carrozzella...che gioia! Qualche volta ho sentito dire che i disabili sono un dono; una sensazione simile me l’ha confermata una ragazza con un fratello down: mio fratello ha salvato la mia famiglia; non ho mai ripetuto questa frase ad alta voce per rispetto di chi è disabile ma anch’io l’ho pensata molte volte. Anzi devo dire che per me è stato così. Devo gli ultimi passi decisivi per la mia vocazione ad un campo estivo con i disabili.
Entrare in contatto con un fratello o una sorella disabile, fare un pezzo di strada con loro, aiutarlo a spostarsi, a mangiare o a vestirsi ci fa riscoprire la passione per la vita e la tentazione di stordirsi o di passare i pomeriggi a dormire passa immediatamente. Dopo un incontro così sei cambiato. Non ti chiedi più se lo spinello è legale o no, se fa male o se non fa male, se la legge Fini è meglio di altre leggi! Provare per credere.
Don Nicolò Anselmi.
don.nico@libero.it
VOGLIA di SPERANZA verso il CONVEGNO di VERONA

Questo numero di Sale e Luce è diverso dagli altri; vuole essere l’introduzione ad una grande riflessione che la chiesa italiana sta facendo e che avrà come momento decisivo un Convegno che si terrà a Verona nell’ottobre 2006; credo sia importante che questa riflessione sia il più possibile conosciuta. Il titolo del Convegno è “Testimoni di Gesù Risorto, Speranza del Mondo”.
L’espressione Sale della terra e Luce del mondo è stata rivolta da Gesù ai discepoli proprio a proposito della testimonianza. I giovani hanno bisogno di sentire parole vere pronunciate da persone vere e di vedere vite spese felicemente. Oggi c’è un enorme bisogno di ascoltare esperienze autentiche, contro le quali le ideologie non possono fare nulla. I fatti non sono opinioni. E’ bello e importante che le nuove generazioni sappiano come un adulto ha affrontato con Fede esperienze di lutto, la gestione di una famiglia numerosa o l’impossibilità di avere figli, la ricerca della propria vocazione, la conversione da una situazione di infedeltà, la capacità di perdonare. E’ importante parlare, raccontare come Gesù Risorto sia presente nella nostra vita, gridare dai tetti che con Lui risorgiamo anche noi; come il profeta Giona anche noi siamo mandati alla grande città per annunciare un tempo di conversione, di ritorno a Dio, ed il modo migliore per farlo è raccontare l’agire trasformante di Dio nella nostra vita. I cristiani non possono essere silenziosi.
Cari adulti, genitori, insegnanti, educatori ed allenatori, sacerdoti, religiosi e religiose, vi chiedo di incontrare i giovani e di dare loro testimonianze di Speranza, di dire non solo che Gesù è sempre con noi ma di raccontare anche come lo ha fatto. La nostra gioia sarà il segno dell’agire dello Spirito Santo e della presenza della Provvidenza. E’ bello vivere secondo il Vangelo. A chi se la sente chiedo anche il coraggio di alcune testimonianze scritte, anche anonime, da inviare al mio indirizzo che troverete in calce alla lettera.
In particolare, recentemente mi è capitato più di una volta di parlare con gruppi di giovani di affettività, di verginità prima del matrimonio, di castità matrimoniale, di contraccezione; devo dire che i giovani sono molto sensibili a questi temi e contenti di riscoprire i grandi valori dell’attesa, del rispetto: capisco che non è facile parlare di queste cose, ma la posta permette con debiti accorgimenti un certo anonimato. Sarei felice di avere tra le mani una testimonianza che possa dire che è possibile vivere felici la propria sessualità secondo il disegno di Dio e che invece una condotta contraccettiva apparentemente più libera uccide l’amore, allontana le persone anziché avvicinarle. Sarebbe importante trovare conferme anche sull’invito alla castità proposto ai fratelli ed alle sorelle con inclinazioni omosessuali, o ancora che meraviglia sarebbe scoprire che la preghiera ed il digiuno hanno liberato persone da gravi schiavitù. E’ necessario parlare, incontrarsi davvero, raccontare le grandi opere che Dio ha fatto e continua a fare nella nostra vita.

don Nicolò Anselmi
Piazza San Matteo 3
16123 Genova
don.nico@libero.it

Qui di seguito trovate uno schema di riflessione sul tema Testimoni di Gesù Risorto, Speranza del Mondo, a Scuola, all’Università, sul Lavoro. Se desideri dare un tuo contributo puoi scrivere a verona2006@centrosanmatteo.org

TRACCIA DI RIFLESSIONE PER GRUPPI GIOVANI IN PREPARAZIONE AL CONVEGNO ECCLESIALE DI VERONA, 16 - 20 Ottobre 2006 (se vuoi offrire dei contributi scrivi a verona2006@centrosanmatteo.org )

COSA E'?
- Il Convegno Ecclesiale è un incontro di tutte le realtà diocesane italiane che si riuniranno a Verona per fare il punto della situazione della Chiesa in Italia, oggi.
- Ogni gruppo o associazione o vicariato può contribuire con proprie riflessioni e proposte concrete che verranno poi prese in considerazione ed utilizzate in un unico elaborato che sarà presentato a Convegno di Verona.

PERCHE'?
- La riflessione, quantomeno nella misura legata al sensibilizzare ogni giovane genovese, è utile proprio perché con questo convegno si vuole tastare il polso della fede e, pertanto, ogni contributo non può essere che apprezzato.
- A questo proposito il Servizio Diocesano di Pastorale Giovanile (Centro San Matteo) vuole suggerire una traccia di riflessione che, anche solo con uno o due incontri, possa favorire l’elaborazione dei contenuti del convegno stesso.
- Tutti gli elaborati proposti dalle varie realtà giovanili saranno poi oggetto di un incontro al quale parteciperanno i rappresentanti dei gruppi che li hanno elaborati per farne ulteriore sintesi.

LA TRACCIA:
- Gli ambiti attorno ai quali dovrà ruotare la condivisione saranno 5, in
particolare:
- la vita affettiva (le relazioni interpersonali)
- il lavoro e la festa (la qualità della vita)
- la fragilità umana
- la tradizione (trasmettere i valori, l’apertura al dialogo, la ricerca della verità)
- la cittadinanza (l’impegno sociale e politico a livello locale e i problemi della mondo)
e avranno come luoghi di vita
- scuola
- università
- lavoro
dove i giovani maggiormente vivono.

DOMANDE per la RIFLESSIONE COMUNE

--La vita affettiva (le relazioni interpersonali)--
* Nel tuo ambiente di vita (scuola, università e lavoro) si vivono delle relazioni affettive che hanno al loro centro la persona, la coppia, la famiglia, l’amicizia?
* Hai vissuto qualche esperienza significativa a questo proposito?
* In quanto cristiano quale posizione attiva posso prendere per dare speranza in questo ambito?

--Il lavoro e la festa (la qualità della vita)--
* Nel tuo ambiente di vita (in particolare quello lavorativo) c’è spazio per la realizzazione della persona o prevale il senso del profitto?
* Hai vissuto qualche esperienza significativa a questo proposito?
* In quanto cristiano quale posizione attiva posso prendere per dare speranza in questo ambito?

--La fragilità umana--
* Nel tuo ambiente di vita (scuola, università e lavoro) c’è una particolare attenzione alle persone più deboli e fragili?
* Hai qualche esperienza significativa a questo proposito?
* In quanto cristiano quale posizione attiva posso prendere per dare speranza in questo ambito?

--La tradizione (l’educazione, i valori, l’apertura al dialogo e la ricerca della verità)--
* Nel tuo ambiente di vita (in particolare quello scolastico e
universitario) c’è un reale sforzo di sviluppo del senso critico, di trasmissione dei valori e di ricerca della verità?
* Hai vissuto qualche esperienza significativa a questo proposito?
* In quanto cristiano quale posizione attiva posso prendere per dare speranza in questo ambito?

--La cittadinanza (l’impegno sociale e politico a livello locale e nei problemi della mondialità)--
* Nel tuo ambiente di vita (scuola, università e lavoro) c’è sensibilità ai problemi della società? Viene sollecitato o favorito l’impegno politico e sociale, sia a livello locale che per quanto riguarda i grandi temi del mondo (pace, fame, rispetto della vita, ambiente, giustizia economica etc…)?
* Hai vissuto qualche esperienza significativa a questo proposito?
* In quanto cristiano quale posizione attiva posso prendere per dare speranza in questo ambito?

La mia libertà finisce dove...
La libertà di una persona finisce dove comincia quella degli altri. Quando la mia professoressa di filosofia del liceo ci propose questa frase come sintesi di una riflessione moderna sul concetto di libertà maturato verso la fine del '700, mi sembrò una vera illuminazione. In un attimo pensai di aver capito tutto sull'origine della convivenza civile, di aver compreso qualcosa di importante sul senso della vita, il rispetto e la tolleranza.
Dopo alcuni anni il fascino provato per quella frase cambiò profondamente, fino a diventare fastidio. Mi accorsi che i rapporti fra le persone non possono essere regolati solo dal rispetto della libertà dell'altro: sarebbe veramente triste, anzi devastante. Capii che l'idea di libertà generata dall'affermazione in questione è infatti all'origine della civiltà dell'individualismo e dell'indifferenza, la più grave malattia del nostro tempo.
Lo compresi con assoluta chiarezza un giorno in cui mi capitò di parlare con una ragazzina che stava dimagrendo troppo, era davvero anoressica. Le chiesi che cosa stesse facendo, il perchè di quel comportamento; dopo aver negato la mia affermazione, mi rispose, in modo molto educato: “Comunque non si preoccupi, mi lasci stare, che fastidio le do?” In effetti non mi aveva rubato nulla, non mi aveva offeso, apparentemente non aveva ferito la mia libertà e quindi io non avevo il diritto di invadere la sua. Mi lasciò senza parole; raccontai il fatto a un amico il quale mi rispose che ormai tutti sanno a cosa vanno incontro quando si comportano così. “Lasciala stare, poi le passa, e poi, non è una bambina, bisogna rispettare le sue scelte.” Capii immediatamente quanto quei discorsi fossero sbagliati e superficiali; una voce dentro di me mi diceva non potevo e non dovevo rispettare la libertà di quella ragazza, dovevo invadere la sua libertà perchè le volevo bene; l'amore invade. Nella mia coscienza oggi la frase “Sono fatti suoi” equivale ad una bestemmia.
Negli anni molti miei educatori mi chiarirono che Dio dona a tutti dei talenti e che, per essere felice, queste capacità vanno messe al servizio degli altri, pechè siamo come una grande famiglia.
Anche questo insegnamento mi aiutò molto nella vita e continua ad essere un faro importante nelle decisioni quotidiane.
Talvolta però ne intuivo il limite: sperimentai che donare agli altri le miei capacità talvolta non aiutava la relazione profonda, creava una situazione di distanza.
Recentemente mi sono trovato ad ascoltare e a pensare in varie occasioni al tema della fragilità umana. Ognuno ha le sue povertà, lo sappiamo bene.
Ho scoperto che offrire agli altri le proprie fragilità è difficile ma crea sempre comunione profonda, vera, autentica, indimenticabile.
Lo penso sia per quanto riguarda i rapporti fra le persone che fra i gruppi e i popoli.
Mi sembra che questa considerazione sia vera anche nella nostra amicizia con Dio; Il Sacramento della Confessione è il luogo privilegiato in cui offrire a Dio la nostra fragilità; chi non si accosta a questo Sacramento non si illuda, conoscerà poco dell'Amore di Dio.
La Quaresima è un tempo speciale per rinnovare l'amicizia non Dio; non perdiamo l'occasione.

Don Nicolò Anselmi

I COLORI DELL’AMORE
PREMESSA: IL PROBLEMA
Tante volte nella mia vita, a scuola, nei gruppi, nei colloqui mi sono sentito rivolgere da ragazzi e ragazze, giovani di ogni estrazione ed esperienza “Ma come faccio ha capire che lui/lei è la ragazza della mia vita? Come si fa a capire che ” “Devo accontentarmi o ricercare la perfezione?”. Il fatto che mi stupisce di più è che lo chiedono persone che “stanno insieme” ormai da diversi anni.
Una domanda, come dire, da un milione di dollari, si sarebbe detto una volta. Tante volte volevo mettere per iscritto riflessioni su una domanda che non ha in realtà una risposta secca...... e nemmeno una morbida.
Mi ha dato la spinta la stupenda lettera alle comunità di BENEDETTO XVI “Deus est caritas” dove vi è una chiara e profondissima riflessione sull’amore e dove Eros e Agape vengono visti non come contrapposti ma come doni che Dio ha fatto all’umanità per il suo bene. L’Eros trova il suo vero completamento nell’Agape, l’amore di donazione, il quale del resto non può che partire dall’eros, l’amore umano, creato da Dio, che ha già in sé le potenzialità per crescere e realizzarsi accogliendo il dono dell’Agape .
Tante volte invece, per mille motivi, le persone dimenticano una realtà essenziale; l’incontro tra l’uomo e la donna viene visto nel progetto di Dio come un progetto di salvezza, non solo come un dovere da adempiere, un bisogno per assolvere al compito della riproduzione.
Il matrimonio (libera comunione, compagnia di vita fra uomo e donna per sempre e nella fedeltà) è infatti per il bene dei due, non è un imposizione. Si sta con una persona perché la si percepisce come un bene per me. Un malinteso senso di altruismo copre spesso un incapacità di amare che parte sempre dal “Ama il prossimo tuo COME TE STESSO”. Spesso questo accade quando siamo in presenza di persone particolarmente sensibili, buone, generose, con alti ideali. Ma spesso non consapevoli dei propri bisogni che mascherano di nobili intenti “altruistici”.
Quante volte le persone sono costrette a porsi la domanda “Perché sto con una persona se non mi piace?” A volte non piace il fisico, a volte il carattere, a volte le situazioni familiari, a volte le abitudini, a volte i valori in cui crede. Ma ci si chiede: se non ti piace, se lo vuoi diverso fin da subito, ma allora perché ci stai? Le motivazioni, ci dicono fior di studiosi, e le stesse esperienze, possono essere molteplici. In testa c’è il bisogno di non sentirsi soli, poi l’adeguamento sociale, spesso la superficialità che non consente di approfondire le sensazioni, poi la scarsa stima del sé che non si giudica degno di ricevere un amore pieno , l’incapacità di dire no a un corteggiamento e via dicendo.
Fatto sta che si parte subito talvolta non escludendo l’agape ma escludendo l’eros stesso; non alludo all’aspetto sessuale ma all’aspetto della ricerca del mio bene; guardo di più al bene sociale, addirittura al bene dell’altro ma escludo o nascondo il mio bene. Per timore non ricerco più la mia felicità insieme a un ‘altro/a ma per paura nascondo il vero me stesso, accontentandomi di un piacere parziale. A questo punto Gesù (che ci ha donato il matrimonio-sacramento basandosi sul matrimonio naturale) ci chiederebbe “Ma perché sposi una persona che non ti piace?”
Esistono dunque dei criteri, delle ricette per questo? Lo sanno bene tutti di no. E un credente ben diffida e fugge da facili letture o strade che indichino la via dell’anima gemella, specie se di mezzo vi è il danaro. (ancora stanno a discutere se proiettare o no in tv, maghi, cartomanti, venditori di filtri e furfanti vari; che
vergogna!)
Tuttavia per stimolare un po la riflessione mi sono lasciato guidare…… dal mondo dei colori.
Immaginiamo che la vita di coppia sia uno stupendo affresco, di interpretazione libera, perché infinite possono essere le combinazioni. Per compiere questo stupendo prodigio in cui sono due gli artisti protagonisti abbisogno però dei colori, affinché l’opera sia vera, completa. Certo ci vorranno non solo i colori, ci vorrà la cornice, la tela, etc etc. Ma riflettiamo oggi solo sui i colori.
Come sapete bastano cinque colori per fare tutto ciò che si vuole di sfumature e tonalità; bianco, nero, rosso, blù e giallo. Il resto è la combinazione di questi colori-base.
Quali sono dunque nell’amore i colori-base per cui scelgo una persona perché è il mio bene? O come si dice oggi “perché mi piace?”

I CINQUE COLORI-BASE
- Il primo colore è il piacere estetico; la bellezza dell’occhio, il piacere di vedere una persona, di guardarla, di coglierla nel suo insieme e percepirla come bella. Non ci si può vergognare della persona che sia ama o costantemente denigrarla. Vivere con una persona che non reputo bella è francamente un atto non buono verso questa stessa persona. Sapere invece cosa mi piace di lui/lei, quel particolare del volto, del corpo è donare amore. La fisicità non è un ostacolo all’amore anzi.
(Es: “Don quella mia amica è tanto brava, mi ci trovo bene, ma non mi piace proprio; ma lei insiste mi ci devo mettere lo stesso?”)
- Il secondo è un piacere emotivo; le sensazioni anche fisiche che emana una persona sono facilmente percepibili; il suo odore, la sua voce, il suo tocco sono piacevoli o fastidiose, non cè nulla da fare e ben lo sappiamo quando incontriamo chi non ci sta in empatia “a pelle”. Non avvertire un piacere emotivo accanto al partner, “sentirlo” lontano, captare quanto sia lontano dalle nostre sensazioni non è cosa buona, ci condanna alla solitudine. Sentirsi a “pelle” è riuscire a comunicare.
(Es: “Stiamo bene insieme ma quando gli parlo di un problema che ho, cambia discorso e sento che proprio non ha capito niente di ciò che
sentivo”) (“Quando lo abbraccio lo sento distante, lontano”)
- Il terzo è un piacere intellettivo e di carattere; la stima nell’altro, l’essere sorpreso delle sue qualità dei suoi interessi, dal suo ragionare. Condividere e avere piacere a comunicare con lui, sapere di poter aprire il cuore nei nostri ragionamenti e pensieri più profondi. Ricevere appoggio e forza dalle sue idee. Stimare le sue capacità e competenze. Sapere di poter confidare sul suo modo di fare, sul suo equilibrio grande o piccolo.
( Es: “Stiamo bene insieme, è buono, ma delle sue cose parla solo con gli amici; potremmo stare ore muti senza parlare”)
- Il quarto è un piacere sociale; il piacere di sapere chi incontra, dove vive, quale è stata la sua storia, le sue tradizioni, quali le persone che stima o a chi si ispira, il rispetto per il rapporto che ha con le persone a lui care, il modo che ha di affrontare le persone, il tempo che dedica al lavoro, ciò che fa nel tempo libero, come affronta le situazioni.
(Es: “ A me i suoi amici proprio non vanno; non voglio che li veda”
“Per carità non vedo l’ora di andare a convivere così almeno non vediamo più i suoi” “E’ attaccato a quel suo lavoro di ……. Che gli ruba tutto il tempo)
- Il quinto è un piacere dell’anima; i valori in cui crede, ciò che spera e che più ama, ciò per cui dà la sua vita. Condividere i suoi progetti e le sue idealità, anche se non sono direttamente parte del mio quotidiano, lo diventano grazie a una vita insieme. E’
l’abbraccio dell’anima, che è una sensazione più profonda e lunga, che fa stare bene, sicuri, protetti, ricambiati.
(Es: “stiamo bene, pensiamo di sposarci, ma lui ha progetti di grande carriera fuori Italia, mentre io non mi staccherò mai dai miei”)

Ripeto, ed è ovvio che non si tratta qua di essere tutto al 100%; o tutto in dosi eguali, basta una piccola quantità di un solo colore per dare tonalità giusta. Un tocco di ognuno dei cinque colori base è però indispensabile, anche minimo, per avere l’affresco pieno, vivo, con tutte le potenzialità. Quando manca del tutto un colore penso che si possa passare felicemente a un altro tipo di affresco il cui tema è la “Filia”, l’amicizia. Ma questa è un’altra storia.
Ma con questi colori noi possiamo, se scegliamo di amare, costruire un affresco stupendo. Certo possono esservi semplicemente dei colori chiusi nei barattoli, ma chi sceglie di seguire il Signore sa che tocca a lui dipingere, e il Maestro, che ti seguirà e ti aiuterà nel dipinto, al quale ispiri il tuo soggetto è uno solo: Gesù.

DUE ATTENZIONI PRELIMINARI
Prima di chiudere voglio evidenziare quanto sia importante ovviamente in questo cammino conoscere ciò che “mi piace” e quanto spesso questo cammino dell’identità sia rallentato nel mondo d’oggi e la mancanza di esso è un grosso ostacolo a che siano creati “capolavori d’amore”.
Costruire l’affresco troppo presto quando ancora i colori non si sono formati e pronti, rischia di partorire quadri dell’orror e cancellarli è sempre un’impresa ardua, difficile, anche se possibile; è un po complicarsi la vita.
L’altro rischio grande è poi quello di avere inforcato occhiali monocromatici che ci impediscono di vedere i colori, anzi ce ne fanno vedere solo uno.. Ne esistono di molti tipi. Da quelli incorporati che ci portiamo appresso dall’infanzia, a quelli indotti dalla società multi-mediale. Impedendoci di riconoscere i colori non consentono di approntare un affresco pieno e vivace.Anzi ci bloccano su un tema mono-corde. Non solo chi basa tutto sull’esercizio della sessualità, ma anche chi miticizza sui valori eterni, rischia di scambiare una splendida amicizia spirituale con un matrimonio. Pensiamo agli stereotipi di bellezza presentati dai mass-media, agli usi sociali imposti ma mai metabolizzati o capiti, alle debolezze emotive che ci tramandano genitori o troppo assenti o troppo ansiosi. Scoprirli e toglierli è un cammino che può avvenire già durante la costruzione dell’affresco ma , per evitare pasticci che compromettano l’insieme, sarebbe meglio avvenisse prima. Quanto ai difetti di vista tutti ne abbiamo ma si possono insieme combattere e migliorare.

CONCLUSIONE
Per finire come dicevo non esistono le ricette giuste; alla fine la persona giusta è quella che scelgo e che mi sceglie, insieme, in un mistero che và oltre gli stessi protagonisti. L’affresco che ne verrà è scritto già nei cieli, ma qui sulla terra lo componiamo insieme, uomo e donna, col Suo Spirito di giorno in giorno, nella gioia e nel dolore, nella fatica e nella speranza. Ai più giovani dico: preparate la tavolozza dei colori, con cura; agli adulti che i colori già hanno pronti dico: fidatevi di più di Lui, di voi e della vita; l’affresco è una cosa viva che si compone strada facendo, a volte più con un colore che con l’altro; non abbiate paura e semmai che non trovate o non venite trovati proprio per nulla, verificate che Dio non vi chieda altro genere di affresco.

Don Franco Doragrossa

Odio o Amore alla radice della società civile?
Ognuno di noi ha un’esperienza diretta di cosa sia l’amore, ognuno può descrivere un sentimento un’emozione. In genere si ricordano episodi molto personali che sono ricollegati all’amore. L’amore però non è solo un sentimento, perché se così fosse sarebbe impossibile condividerlo in una comunità e sarebbe inconcepibile il comandamento di amare presente nel Vangelo. L’amore quindi è anche frutto di una scelta: l’amore tra un uomo e una donna, l’amore nella comunità cristiana, l’amore per il prossimo, quello per gli amici nascono da sentimenti diversi e si concretizzano in una scelta (di fedeltà, di servizio, di comunione di vita...). Le scelte tuttavia sono ancora personali e individuali (io scelgo). Partendo dalle riflessioni di Benedetto XVI nell’Enciclica Deus Caritas est (Dio è Amore) volevo allargare il discorso per capire se sia possibile considerare l’amore come una caratteristica della realtà, del mondo, se cioè sia possibile utilizzare l’amore per capire la realtà che ci circonda. Così è stato fatto con l’odio da parte del materialismo dialettico marxista, che riteneva la lotta di classe, il conflitto, come lo strumento necessario per capire la storia. L’odio non era quindi un sentimento individuale ma il modo in cui si interpretava l’intera realtà.
Mi chiedo dunque se sia possibile considerare l’amore non solo come sentimento o scelta personale ma anche come “strumento” per leggere la realtà. L’anno scorso, parlando dello sciopero allo stabilimento Fiat di Melfi, mettevo in evidenza i costi del conflitto per tutte le parti in causa e come, pur riconoscendo in maniera piena il diritto di sciopero e la sua inevitabilità in alcune situazioni, esso rappresenti un danno e una sconfitta. Da altri punti di vista, ove si ritenga che il conflitto, lo scontro, sia necessario e adeguato per il progredire della storia, lo sciopero non può che essere una tappa di avvicinamento all’ideale, quindi buono in sé. La dialettica di classe trova allora nello scontro un momento fondamentale, giusto in sé, in quanto alimenta il conflitto. Se l’odio di classe è una caratteristica strutturale della società, allora lo scontro è giusto e perfettamente coerente.
Il Cristiano pone L’Amore alla radice dell’uomo e della Creazione, ritiene che Dio abbia creato l’esistente per amore, così come dice Benedetto XVI:
“Dio è in assoluto la sorgente originaria di ogni essere; ma questo principio creativo di tutte le cose — il Logos, la ragione primordiale — è al contempo un amante con tutta la passione di un vero amore”. La creazione dunque ha un senso, una sua struttura che è l’Amore stesso. In particolare l’uomo, che è creato a immagine e somiglianza del suo Creatore, è fatto per l’Amore. L’amore non è dunque solo una scelta o un sentimento ma è il principio, la pienezza dell’uomo. Per questo motivo Benedetto XVI definisce la Carità come necessaria alla giustizia perché essa “non offre agli uomini solamente un aiuto materiale, ma anche ristoro e cura dell'anima, un aiuto spesso più necessario del sostegno materiale. L'affermazione secondo la quale le strutture giuste renderebbero superflue le opere di carità di fatto nasconde una concezione materialistica dell'uomo: il pregiudizio secondo cui l'uomo vivrebbe « di solo pane » (Mt 4, 4; cfr Dt 8, 3) — convinzione che umilia l'uomo e disconosce proprio ciò che è più specificamente umano” (n.28). L’uomo è fatto per l’amore, e se nel suo cammino se ne discosta è lì che deve tornare. Non esiste società giusta che non aspiri a funzionare secondo i criteri dell’amore e ciò può avvenire solo a partire dalle scelte libere dei suoi membri. In ciò è la funzione della Chiesa: “le spetta di contribuire alla purificazione della ragione e al risveglio delle forze morali, senza le quali non vengono costruite strutture giuste, né queste possono essere operative a lungo” (n.28). Sarà poi compito di ciascun fedele, in particolare dei fedeli laici, agire direttamente sulle strutture della società perché risponda alla sua natura d’Amore.
Confusione Eutanasia
Caro prof, mi disse un giorno Luigi, so che lei non la pensa cosi, ma io ho visto mio zio vivere attaccato ad una macchina respiratoria per due mesi, come un vegetale; mio padre lo andava a trovare ogni giorno ed era distrutto pure lui. Se avessimo staccato la spina dopo qualche settimana sarebbe stato meglio per tutti.
Sono d'accordo con te!
Ma come!?
Addirittura credo sia giusto che una persona possa anche rifiutare la terza, quarta o quinta operazione chirurgica; credo proprio che se nella mia vita incontrerò la malattia, rifiuterò delle cure esagerate e devastanti.
Ma questa è eutanasia?
No, è rifiuto dell'accanimento terapeutico. Proviamo a capire, anche se non mi sento un esperto a riguardo.
Parto da questo breve dialogo per addentrarmi in un argomento di grande attualità ancora una volta trattato in modo urlato e confuso; non pretendo ovviamente di esaurirlo in modo completo, desidero solo far venire a tutti la voglia di capire, di studiare, di dialogare, di cercare la verità, il bene dell'uomo e dell'umanità.
Se domani, passando sul ponte monumentale, vedessimo una persona che sta per buttarsi giù che cosa faremmo? Certamente tutti tenteremmo di bloccare la persona per evitare un gesto tragico ed irreparabile. Istintivamente cercheremmo di salvarlo. La nostra mente, in una frazione di secondo, ha deciso che con ogni probabilità, quel nostro fratello sta vivendo una sofferenza così grande che non è lucido, non è padrone di sé, quindi intervengo io. Nessuno di noi si sarebbe fermato dicendo: non intervengo, lo lascio libero, perché in fondo al cuore sappiamo che chi agisce così non è libero' sappiamo bene che un suicida è schiavo di una grandissima sofferenza, di una solitudine radicale, di un non senso, di un gelo esistenziale. Togliersi la vita non è un atto di libertà, è sempre un atto di buia disperazione, ne siamo tutti convinti.
Un giorno un’adolescente mi ha confessato in lacrime che sua nonna voleva suicidarsi. Era a letto inferma; la figlia, cioè la mamma del ragazzo, la puliva e la imboccava tutti i giorni e talvolta perdeva la pazienza. La nonna si sentiva di “peso” e voleva “togliersi dai piedi” per non disturbare nessuno; aveva sentito parlare dell’eutanasia, della morte dolce, di una pastiglia che vendevano in Olanda. Il ragazzo però era sicuro che sua mamma amava la nonna e viceversa. Gli dissi di non preoccuparsi, perché se c’è l’amore non c’è da temere nulla.
Rifiutare l’accanimento terapeutico, è una cosa molto diversa dall’assecondare il desiderio suicida di una persona malata che si sente di peso e vuole “togliersi dai piedi”. Mia nonna è rimasta molti anni in casa mia, stupendamente curata ed accudita da mia madre. Ho visto anziani e malati molto gravi, ricoverati in istituti e costantemente visitati dai propri parenti. Se ti senti amato, accolto, se senti che gli altri ti vogliono bene ed accettano il bene che tu vuoi loro, se sai che Gesù in croce sta vivendo dentro di te allora di “farla finita”, “di togliersi dai piedi”, di “eutanasia” non se ne parla. Certo dobbiamo chiederci con quanto amore sappiamo raggiungere chi soffre. A Genova si discute spesso del problema degli anziani, del problema dei malati e della sanità. Che tristezza: gli anziani e i malati non sono un “problema”, sono delle “persone” che ci amano, che ci hanno dato e che ci danno tanto. Chi crede in Dio sa anche che i sofferenti in un certo senso espiano i nostri peccati, pagano per i nostri errori. Benedetti malati, vi amiamo, abbiamo bisogno di voi. Grazie.
L'eutanasia è un gesto attivo volto ad abbreviare l'esistenza di una persona naturalmente viva; rifiutare l'accanimento terapeutico è invece un atto passivo, interrompere le azioni verso una persona che sarebbe naturalmente morta o avviata alla morte; è importante capire e per capire bisogna cercare, con tanta umiltà e libertà di cuore.
Ancora una volta, su temi così delicati, c'è chi vuole seminare confusione: Eutanasia e Rifiuto dell'Accanimento Terapeutico sono cose diverse; ancora una volta c'è chi propone false visioni della libertà e false verità, bugie. Talvolta mi viene il dubbio che alcuni di questi cosiddetti maestri siano in buona fede, non capiscano: per questo amo anche loro, prego per loro e non li giudico. Non importa se passerà e come passerà una Legge che permetta l’Eutanasia. Impegniamoci a renderla “inutile” che nessun anziano, nessun malato, nessun depresso, chieda mai di “farla finita” perché si sente amato e importante per tutti. I malati sono loro dei veri maestri, autentici docenti universitari: con alcuni giovani talvolta andiamo al Cottolengo di Don Orione a tenere compagnia agli ospiti o ad imboccare chi non riesce a muovere le mani; con altri siamo stati anche a Lourdes e riceviamo sempre delle lezioni di vita indimenticabili: chi soffre ci mostra ciò che è davvero importante, ci insegna a ringraziare, ci insegna l'Amore che è il tutto della vita.
Don Nicolò Anselmi
Cosa sei disposto a perdere per la Pace?

Durante le feste di Natale sono stato con gli amici della Caritas a visitare i Balcani, toccando note cittadine martoriate dalla guerra degli anno novanta, come Mostar e Sarajevo e meno noti villaggi, sia Bosniaci, sia Serbi che Croati dove la Chiesa genovese, tramite la Caritas ha portato la sua presenza di solidarietà e aiuto.
Come ben potete immaginare le sensazioni, le emozioni, le riflessioni e gli incontri vissuti non si possono condensare in poche righe. Proverò con voi e per voi a riportarvi le mie riflessioni sulla complessità della pace, che diventa tanto più urgente e importante quanto più essa si presenta complicata e impossibile. “Nulla è impossibile a Dio”, la frase di stampo natalizio mi si era per fortuna ben impressa nel cuore.
La guerra nei Balcani è stata quanto di più tremendo e complesso si possa immaginare. Specie le città bosniache ne hanno risentito in maniera profonda. Si ha la sensazione girando tra case ancora non ricostruite, palazzi sventrati e lasciati a simbolo perpetuo di memoria astiosa (per dire “non dimentichiamo”) facciate di case ancora sventagliate dai buchi delle granate e delle mitragliatrici, che il paese non sia stato bombardato nelle cose ma nell’anima. Un anima complessa e instabile che è ancora offesa e non riappacificata dalla guerra. La stessa comunità cattolica non si sente affatto in pace, ma come se qualcuno avesse imposto dall’alto una soluzione affatto gradita. Il nazionalismo raggiunge livelli che noi non riusciamo a pensare. L’economia ristagna ed è fonte ancora di povertà. Gli abitanti del luogo puntano il dito verso l’Europa pronta a fare affari (l’Italia è in prima fila; le sue banche, proprio loro, hanno fatto man bassa di proprietà dopo la guerra, ma qua si parla solo di Opa….) , ma a dimenticarsi poi delle esigenze della popolazione. Si sentono abbandonati.
Abbiamo incontrato un parroco di Mostar che in modo molto chiaro ci ha messo in guardia dal fargli prediche pacifiste “Non a voi hanno massacrato i parenti, ma a me sì”. Neppure il celebre ponte di Mostar riesce a essere volano di speranza in quanto “hanno concentrato gli aiuti sul ponte. Ma tutto il resto lo hanno abbandonato. Spente le telecamere addio”. Le testimonianze raccolte ma anche tanti articoli raccolti in precedenza per preparare il viaggio illustrano i Balcani come caffettiera pronta e borbottare ancora e per un bel po’. Gli accordi di Dayton sono ormai dello scorso millennio. Urge una riflessione e una azione urgente.
Alla fine la sensazione era davvero di grande tristezza e abbandono; ti aleggiava intorno e ti prendeva; una sensazione di crepuscolo come era il tempo e la stagione. Alla fine ti assaliva un senso di impotenza: ma qui staranno mai in Pace? Che senso ha la nostra presenza?
Cosa mi ha fatto balenare lampi di Pace allora? La festa e la gioia dei bimbi incontrati e il sorriso degli anziani davanti a semplici momenti di condivisione come un caffè (alla turca) o un thè.
Romantico? No. Credo che la speranza la si possa solo cercare nel cuore dell’uomo, nella voglia dei giovani di vivere e costruire un mondo che sia senza guerre e nella capacità degli anziani di trasmettere ai giovani l’orrore della guerra. Solo lì la speranza prende vita. L’uomo è la via della Chiesa. Gli orfani e i preadolescenti di Aleksinac sono tanto uguali ai nostri genovesi e gli anziani pure. I primi hanno grandi occhi tristi per paura dell’abbandono,i secondi una gran voglia di giocare, ridere e scaricarsi, i terzi di parlare, chiacchierare e stare insieme con qualcuno che ti ascolta. L’uomo mi dà speranza e forza nella missione educativa.
E’ possibile educare alla pace? Io credo di sì, a patto che siamo consapevoli che è una sfida davvero grande, impervia, ostacolata. Credo che nel cuore dell’uomo sia scritta la voglia di pace e che per quanto il maligno semini la zizzania dell’odio sotto varie forme e apparenze noi non dobbiamo scoraggiarci e continuare a seminare il bene.
Nei nostri catechismi, nelle nostre preghiere ben sappiamo come costruire la pace.
La Pace nasce dalla pace con se stessi, dal trovare un senso alla nostra vita. Chi non è in pace con se stesso non può fare il secondo passo che è la pace col fratello, col mio vicino, con i miei parenti, con i miei colleghi, con quelli che incontro sulla strada ogni giorno. Dalla relazione la pace si trasferisce poi agli strumenti di relazione; l’economia, la finanza, il commercio, la politica, il lavoro. Predicare pace senza trasformare queste realtà in luoghi a servizio della pace è solo fare del romanticismo. Solo da qua si può passare a relazioni internazionali pacifiche, serene, costruttive. E soprattutto la Pace per un credente è un Dono è un’Incontro. Il Dio della Pace non ha spazio per guerre. Ma anche per “gli uomini di buona volontà” la Pace rimane un atto di fede; crederci profondamente.
C’è una bella canzone di un cantautore moderno che riprende lo spirito del vangelo e dice “Mi fido di te. Cosa sei disposto a perdere?” Se non impareremo a perdere, a morire, non riceveremo mai nulla. La Riconciliazione e la Pace, a partire dai piccoli gesti parte proprio da qua. “Cosa siamo disposti a perdere per la Pace? Siamo conviti che il fratello sia un dono di Dio, anzi la presenza stessa di Dio? Per riconquistarlo cosa sono disposto a perdere? Proviamo a vedere alcune piste di azione e riflessione.
- Siamo disposti a “perdere tempo” per cercare in un cammino di fede, nel silenzio, nella preghiera, nella condivisione un senso alla nostra vita?
- Siamo disposti a gesti veri di riconciliazione all’interno delle nostre comunità, dei nostri gruppi che spesso sono piccoli Balcani pronti a borbottare in eterno?
- Siamo disposti a lavorare insieme agli “uomini di buona volontà” per rendere gli ambienti dove viviamo luoghi di pace, di relazioni sincere, vere, dove a volte si può anche perdere, ma mai il rispetto per le persone?
- Siamo disposti a perdere dei privilegi economici pur di incentivare una economia mondiale che sia più equa, giusta, disponibile a smetterla di giocare all’economia di mercato per guidare un mercato che sia più equo?
- Siamo disposti a compiere o sostenere iniziative “a perdere” come quelle che la Chiesa genovese compie a Genova e nei Balcani e in altri mille posti, per essere segni di speranza e ponti di pace?
La Pace si costruisce e và avanti tanto quanto noi ci crediamo e la riteniamo possibile quanto più gli altri la ritengono impossibile. Cosa siamo disposti a perdere?
Don Fully Doragrossa

Sale e Luce SCIENZA e SENSO della VITA (di Matteo Gillerio) A seguire una CONSIDERAZIONE su METTEVANO in COMUNE i LORO BENI (di Nicolò Anselmi)

Se vuoi diffondi questo scritto presso i tuoi amici, sul posto di lavoro, a scuola, all’università, in parrocchia, come SERVIZIO e spunto di DIALOGO, non di SCONTRO; per ricevere e rispondere scrivi a saleluce@centrosanmatteo.org

Un’amica ha recentemente perso il marito per un malore, improvvisamente.
Era atterrita dall’idea che potessero fargli l’autopsia, che si accanissero sul corpo del marito per dare risposte che per lei non avevano più valore.
“Che senso ha?”, mi ripeteva, “Lui non c’è più”.
Weber, un grande scienziato sociale, uno dei padri della sociologia, avrebbe potuto risponderle con una frase di Tolstoj, che viene citata nel suo libro “La scienza come professione”: “La scienza è priva di senso perché non dà alcuna risposta alla sola domanda importante per noi: che cosa dobbiamo fare? Come dobbiamo vivere?”. Perché siamo al mondo, perché soffriamo, che senso ha la nostra esistenza…non sono dunque interrogativi ai quali la scienza possa rispondere, eppure sono domande assolutamente
ineludibili:
ogni persona da quando inizia a pensare motiva la sua vita a partire da queste domande. Le risposte dunque vanno cercate altrove: nella fede, in una filosofia, in un sistema di valori, non nella scienza. Essa da risposte parziali, destinate a essere superate; il progresso scientifico non è altro che il continuo invecchiare di teorie scientifiche superate da altre migliori. La teoria sceintifica, per dirla con Karl Popper, non è mai vera, non è stata ancora superata. Così è logicamente impossibile pensare che la scienza possa spiegare una volta per tutte l’origine dell’universo, la sua nascita, il suo emergere dal nulla. Per quanto possa spingersi avanti potrà fare delle teorie parziali sullo stato del cosmo in un qualche tempo anche molto remoto. Ma dire che questa è l’origine, ovvero il confine tra il nulla e l’essere non è cosa che la scienza empirica possa provare con i suoi strumenti. La stessa Margherita Hack in un intervento al programma televisivo “Il Grillo” del 14 Marzo del 2000 afferma che: “I dati moderni, acquisiti grazie alla fisica quantistica, indicano che l’Universo primordiale doveva avere dimensioni estremamente piccole - molto minori delle più piccole particelle elementari - ma non nulle, e una temperatura e una densità enormemente grandi, ma non infinite. D’altra parte, la nostra fisica non è in grado di spiegare cosa ci fosse prima di tale istante. In altri termini, noi non abbiamo i mezzi per capire se effettivamente questo sia stato l’"inizio" dell’Universo, o se prima esistessero altre condizioni che ancora non siamo in grado di spiegare: preferiamo chiamarlo "inizio", il che non significa che lo sia stato nel senso comunemente inteso.”
Eppure le domande di senso ultimo, non sono indifferenti per lo scienziato, in quanto uomo, e condizionano la sua ricerca scientifica, nelle motivazioni, nella scelta dell’oggetto, negli scopi, nelle modalità.
Si tratta di scelte che chiamano in causa la sua responsabilità personale.
Vi sono scienziati che, rimanendo ottimi scienziati hanno commesso crimini
abominevoli: pensiamo agli esperimenti condotti sugli ebrei prigionieri nei campi di concentramento; non si trattava di sadici e i protocolli di ricerca erano sicuramente molto rigorosi. L’aberrazione non era di carattere scientifico ma etico: erano le motivazioni, gli scopi e i mezzi della ricerca a renderla criminosa.
D’altre parte vi sono scienziati hanno messo e mettono a repentaglio la vita per ricerche pericolose a beneficio di altri che non conoscono e non conosceranno. Anche questa non è una motivazione scientifica ma etica, filosofica, religiosa che certo non compromette certamente i risultati scientifici delle ricerche così condotte. Scrive il poeta turco Nazim
Hikmet:
“La vita non è uno scherzo.
Prendila sul serio
Ma sul serio a tal punto che messo contro un muro, ad esempio, le mani legate, o dentro un laboratorio col camice bianco e grandi occhiali, tu muoia affinché vivano gli uomini gli uomini di cui non conoscerai la faccia.
E morrai sapendo
Che nulla è più bello, più vero della vita”.
La libertà di ricerca è dunque responsabilità di ricerca, delle ragioni, dei mezzi e degli scopi della ricerca. Il progresso ad ogni costo, il ricercare sempre e comunque, è una possibilità ma non un dogma, non è un concetto scientifico, inevitabilmente implicato dall’essenza stessa della ricerca. E’
lecito discuterne, discutere i limiti, stretti o larghi di una libertà, che come tutte le libertà di questo mondo è limitata. La scienza non è una fede, la scienza ha la s minuscola, non è mai in sé lo scopo e non lo contiene; E’
un utilissimo strumento di conoscenza se utilizzata per il molto che può dare, ma una formidabile arma d’autodistruzione se diventa un idolo fine a se stesso. Chiedere alla scienza di indicare la direzione verso cui si deve dirigere l’umanità è come trovarsi sulla nave di cui parlava Kierkegaard:
“La nave è ormai in mano al cuoco di bordo e le parole che trasmette il megafono del comandante, non riguardano più la rotta, ma quello che si mangerà domani”.

Matteo Gillerio

CONSIDERAZIONE su METTEVANO in COMUNE i LORO BENI --Leggendo sale e luce 'Mettevano in comune i loro beni' ho pensato che forse potrebbe essere di stimolo per qualcuno conoscere la mia esperienza.
Non voglio essere presuntuosa e non sono nemmeno brava a scrivere, ma il dolore che mi porto dentro deve e può aiutare a capire quanto sia vero quello che dice Nicolò

'... Ho incontrato molte ragazze e donne che, in un momento di debolezza e di confusione, hanno percorso strade apparentemente più facili: ne sono uscite devastate. Non si parla mai di questa situazione, della morte interna che rimane nella ragazza o una donna dopo l’aborto perché, giustamente, loro per prime non desiderano parlarne: è un dolore troppo grande ed è giusto rispettarlo....'.

Qualche anno fa in un momento di incoscienza decisi per pura comodità (studiavo ancora e non mi sentivo pronta per avere un figlio), dopo aver fatto l'amore col mio fidanzato, di prendere per "sicurezza" la cosiddetta "pillola del giorno dopo".
Andai al consultorio e purtroppo nessuno mi fece riflettere sul gesto che stavo per compiere, nessuno mi spiegò effettivamente come funzionava e cosa realmente era. Per molti questa potrebbe sembrare una storia di poco interesse, ma ancora oggi io porto nel cuore un grande dolore. Il Signore mi avrà perdonata, ma dentro di me non riesco a pensare di aver compiuto un gesto così brutto, forse non sarei comunque rimasta in cinta, ma non è questo quello che conta, ciò che importa è che io ero pronta a negare la vita. Sono sicura che se avessi trovato qualcuno che invece di darmi la pillola, come se fosse una "vitamina", mi avesse aiutato a capire il senso di quello che stavo facendo e mi avesse aiutato a superare i dubbi e le angosce, ora non porterei nel cuore questa macchia.
Oggi sono sposata con lo stesso ragazzo con cui ero fidanzata. Abbiamo una splendida bimba, che abbiamo faticato ad avere, e non sapete quante volte ho pensato che non avrei avuto più un figlio, per punizione, per colpa del gesto che avevo compiuto. Fortunatamente Dio è grande e misericordioso e a dispetto di quello che tanti pensano, non è vendicativo. Io ho avuto il dono della maternità e sono felicissima, credo sempre più che non ci sia al mondo nulla di così bello e importante. Penso che solo guardando un bimbo si possa cogliere il senso della vita e l'amore di Dio.
Non giudico chi abortisce per una scelta convinta o chi come me assume la pillola del giorno dopo, senza neppure sapere cosa sta facendo, ma vi dico se fate l'amore, fatelo con la testa, non solo per soddisfare un istinto.
Pensate prima se vi sentite in grado di crescere un figlio, non fatevi trovare impreparati. L'amore è una cosa bellissima è il gesto di totale donazione che, anche se non sempre genera vita, deve esserle aperto. Chiedo molto umilmente, ma col cuore a chi ne ha la possibilità, a chi lavora nei consultori, negli ospedali, a chi fa le leggi a chi opera al fianco di chi si trova in situazioni simili di aiutare le donne, non dando loro solo la possibilità di abortire, ma un sostegno psicologico, un momento di dialogo e di confronto per non farle sentire sole, ma supportate, per farle capire che la vita non va negata, ma va tutelata e per farle capire che non basta abortire o prendere qualsiasi pillola per cancellare quella VITA.

una mamma --

Mettevano in comune i loro beni

Mettevano in comune i loro beni: gli Atti degli Apostoli così descrivono i primi cristiani. Alcuni hanno utilizzato questa espressione per affermare che i cristiani in fondo erano i primi comunisti della storia; ma nelle chiese primitive i beni erano messi in comune nella libertà e per amore e non per legge e per dovere.
Ma a parte questo, di quali beni si trattava e quali di questi possono essere ancora messi in comune oggi, nella libertà e per amore.
In primo luogo mi viene da pensare ai beni materiali, quelli che hanno un valore in denaro. Molti dei beni che possediamo sono necessari, moltissimi sono davvero superflui. Quante persone faticano economicamente ad arrivare a fine mese e quante cose inutili ingolfano i nostri armadi. Non dovrebbe essere difficile imprestarsi le cose, metterle in comune. Senza dimenticare che mentre noi spendiamo in fumo (leggi sigarette etc…) cascate di Euro, circa 1,5 miliardi di persone vivono con meno di un Euro al giorno.
Mi viene subito in mente che è possibile mettere in comune anche altri
beni: le preghiere, le sofferenze e i digiuni; quante persone mi chiedono preghiere, per se stesse, per i figli, i loro cari. Tutti possiamo pregare:
se crediamo nella potenza dell’offerta del dolore,della preghiera e del digiuno, si può iniziare pregando per i propri genitori, i propri colleghi, gli amici, gli insegnanti, le situazioni di difficoltà di cui siamo a conoscenza. In questo modo la vita diventa un’unica, lunga preghiera, una potenza incontenibile che cambia il mondo.
Ancora: possiamo mettere in comune tempo ed energie; talvolta si tratta semplicemente di essere presenti, di partecipare, di soffrire insieme, rinunciando ai nostri progetti, donare la nostra presenza a fianco degli altri.
Si potrebbe andare avanti, ognuno potrebbe individuare personalmente i beni che sarebbe disponibile a mettere in comune, sino ad arrivare al dono totale di noi stessi, sull’esempio di Gesù e di tanti santi e grandi personaggi della storia. Vorrei però fermarmi su un dono particolare.
Alla domanda: “Quale è il bene più grande che possiedi, la cosa più importante della tua vita?” , molti, moltissimi giovani, quasi tutti,
rispondono: la mia famiglia.
E’ possibile mettere in comune questo bene? In un certo senso direi di sì; le ricerche ci dicono che sono circa 50.000 in Italia le famiglie disponibili ad adottare un bambino.
In questi giorni, in coda al dibattito sulla pillola RU486, si fa un gran parlare della legge 194 sull’interruzione della gravidanza. Molti hanno paura che i cattolici desiderino ritoccare questa legge.
I have a dream, Io ho un sogno (Martin Luther King non si offenda): non desidero assolutamente abolire la legge sull’aborto: il mio sogno è quello di renderla INUTILE perché tutte le ragazze e le donne del mondo hanno accettato di far nascere i propri bimbi, di essere aiutate a crescerli, sapendo che i bambini sono la cosa più bella e la gioia più grande del mondo.
Madre Teresa, a questo proposito, diceva provocatoriamente, rivolgendosi alle donne che desideravano abortire,”care sorelle, se non riuscite a crescere i vostri figli, dateli a me”.
E’ ovvio, si tratta di una provocazione; i problemi economici sono facilmente superabili: non è difficile mettere in comune i propri beni materiali e sostenere una giovane mamma; i problemi educativi e psicologici sono più complessi ma si possono affrontare: non ho mai visto nonne non disponibili ad aiutare e proprie figlie, per non parlare poi di tanti aiuti che sempre arrivano; è necessario avere fiducia.
Vorrei tanto ascoltare le testimonianze di ragazze che, pur avendo avuto il dubbio di abortire o meno o avendo subito le spinte a farlo, hanno portato avanti la loro gravidanza fino alla maternità! Vorrei tanto chiedere loro: cosa pensi del tuo bambino? Conosco molte ragazze in questa
situazione: i loro figli sono il loro respiro, la luce della loro esistenza. La Vita e , per chi crede, la Provvidenza sono oneste e aiutano chi cammina nel bene e nella verità.
Ho incontrato molte ragazze e donne che, in un momento di debolezza e di confusione, hanno percorso strade apparentemente più facili: ne sono uscite devastate. Non si parla mai di questa situazione, della morte interna che rimane nella ragazza o una donna dopo l’aborto perché, giustamente, loro per prime non desiderano parlarne: è un dolore troppo grande ed è giusto rispettarlo.
A queste sorelle dico di ricominciare: Dio Padre vi ama ed ha un progetto di felicità per ognuna di voi. Ricominciamo mettendo in comune la nostra vita. Come ha fatto Gesù Bambino. Buon Natale a tutti!

Don Nicolò Anselmi

Visita www.mpv.org Progetto Gemma

GENOVA, G8, AIDS, PRESERVATIVI e dintorni…
GENOVA, G8, AIDS, PRESERVATIVI e dintorni… Giovedì 1 Dicembre in tutto il mondo si celebrerà la Giornata Mondiale di Lotta all’AIDS. Credo di non sbagliarmi dicendo che noi genovesi abbiamo una sorta di debito nei confronti di questa giornata, in quanto la questione della lotta alle malattie nei paesi poveri era uno dei punti all’ordine del giorno del G8 di Genova.
Tutti sappiamo che la malattia che miete più vittime nel mondo è la malaria e quanto siano inadeguati gli sforzi fatti per la ricerca scientifica in questo ambito: la malaria non esiste più in occidente e quindi che interesse c’è a studiarla? Inoltre l’ipotetico vaccino dovrebbe essere venduto a persone che non avranno certamente i soldi per comprarlo (Africa e giù di lì) o, peggio ancora, qualcuno potrebbe pensare, ma mi rifiuto di crederlo, che tutto sommato sia meglio che un po’ di malaria rimanga proprio per poter continuare a vendere cure palliative ma non risolutive del problema, un po’ come i virus dei computer che vengono messi in giro dalle ditte produttrici di antivirus.
Per quanto riguarda l’AIDS e la sieropositività, che al contrario esiste sia in occidente che nel resto del mondo, sappiamo che alcuni farmaci riduttori del danno esistono ma sono costosissimi in quanto frutto di notevoli investimenti a livello di ricerca fatti dalle case farmaceutiche e quindi brevettati. Personalmente conosco una mia amica d’infanzia che oggi vive in Inghilterra, sieropositiva ormai da più di 15 anni, che si sta curando e sta abbastanza bene ma con spese mediche spaventose.
Quando c’è di mezzo il denaro la questione diventa subito seria: la compassione cessa immediatamente per lasciare il posto alle leggi ed ai conti.
I milioni di morti di cui si parlerà l’1 dicembre ci pongono delle domande:
chi deve fare la ricerca, solo le case farmaceutiche private o soprattutto gli stati e le università? Le scoperte devono solo servire al mercato o non dovrebbero essere messe al servizio dell’uomo? I brevetti hanno senso in questi ambiti? Ed eventualmente gli stati non dovrebbero essere loro a comprarli? Mi sembra che su questi temi ci possa essere spazio per un impegno civile e cristiano importante ed evidente.

Passo ora ad una seconda considerazione di tutt’altra natura, più complessa, anche se legata all’1 dicembre.
Lo scorso anno, in questa ricorrenza, mi sono imbattuto in una distribuzione gratuita di preservativi nei pressi di una facoltà universitaria scientifica; non si fermava quasi nessuno; alcuni giovani erano visibilmente stizziti. Alcuni ridevano e tiravano dritti. Provo a immaginare le risposte silenziose: Grazie, ma i meccanismi di trasmissione sessuale del Virus li conosco già e so, eventualmente come cautelarmi, oppure Grazie ma pochi Euro per comprarmi una confezione di profilattici li ho anch’io.
Mi chiesi se quei preservativi non fossero per caso prodotti dalla stesse case farmaceutiche che si tengono ben stretti i brevetti delle medicine
antiAIDS: probabilmente si; che strano progetto c’è dietro?

Andando avanti nella riflessione mi domandai che significato avesse un regalo di questo tipo: forse potrebbe avere un senso farlo ai tossicodipendenti, non certo agli studenti di biologia o di medicina!
Anche i nostri fratelli e sorelle che sono finiti nella droga e nella prostituzione fortunatamente ci stanno molto attenti.
Chi è finito nella droga ha bisogno di ben altro, ha bisogno di essere curato, amato, aiutato, capito, sostenuto, di qualcuno che si prenda cura di lui, ha bisogno di persone non certo di cose; se ci fermiamo al preservativo vuol dire che abbiamo capito davvero poco.
Beh, allora potremmo spedirli in Africa ed insegnare agli indigeni ad usarli!? L’Africa è invasa dai preservativi; gli africani sanno benissimo a cosa servono e come si calzano (non ci vuole molto…non so che idea di “africano “ abbiamo nella mente), eppure l’AIDS dilaga, anzi i numeri aumentano! Le strade sono altre, non vi è dubbio. L’Africa ha bisogno di pane, acqua e scuole!
Un’ultima considerazione. Qualcuno, nei dibattiti televisivi, accuserà i discepoli di Gesù, la Chiesa, di “essere contro i preservativi” e quindi contro la salute e quindi contro l’uomo.
Mi permetto di spiegare a questo proposito la differenza tra l’affermazione generale di un valore (l’uso del preservativo non aiuta a crescere l’amore) e le circostanze concrete in cui il valore viene vissuto. Mi spiego.
Pensate a un bicchiere di acqua sporca di fango, di pozzanghera: è la vostra bibita preferita? Certamente no, noi normalmente (attenzione a questa parola “normalmente”) beviamo acqua pulita per crescere sani; eppure per una persona che sta morendo di sete nel deserto, in una situazione di emergenza, in quella particolare circostanza anomala, una pozzanghera fangosa potrebbe essere la sua salvezza. I reni e lo stomaco non saranno certamente contenti di quella argilla che si depositerà, ma per ora…con gradualità. E’ necessario comporre l’affermazione di principio (l’acqua fangosa fa male) con le circostanze (in emergenza, se stai morendo di sete, bevi pure quest’acqua sporca) nella speranza che si arrivi al momento in cui tutti possano bere dell’acqua cristallina e pura.
Analogamente possiamo dire che normalmente un atteggiamento non aperto alla procreazione ferisce l’amore e non lo fa crescere, anzi alla lunga, come tanti bicchieri di acqua fangosa creano gravi problemi di salute, così l’uso contraccettivo creerà gravi problemi all’amore, allontanerà le persone anziché avvicinarle.

Se un ragazzo o una ragazza fanno l’amore con chi gli capita, mettendosi a rischio di prendersi delle malattie è meglio che di profilattici se ne mettano 10, non 1, e ben robusti, parola di prete, ma subito dopo spero che qualcuno li accompagni da uno psicologo o da qualcuno che si occupi di loro!

I veri discepoli di Gesù tentano di scoprire, percorrere e indicare agli altri la strada che porta alla felicità e contemporaneamente si spendono, con i loro difetti, per accompagnare con gradualità chi è nel bisogno e desidera camminare su questa strada.

Per capire queste cose bisogna però imparare la lezione di Socrate: essere umili, disposti a faticare, sapendo di non sapere, liberi dai condizionamenti e dalle ideologie, poveri, amanti della verità, sentendosi sempre in cammino, cominciando dal sottoscritto.

Don Nicolò Anselmi

PS il 30 novembre è la Giornata contro la Pena di Morte; Puoi inviare a saleluce@centrosanmatteo.org un elenco di nomi di persone favorevoli all’abolizione pena di morte e un elenco di persone favorevoli alla liberalizzazione dell’uso delle medicine ed alla ricerca per il bene dell’umanità. Questi elenchi verranno pubblicati sul SITO www.centrosanmatteo.org non hanno alcun valore giuridico ma hanno un gran valore culturale.

 
Contributo per Genova 2004 a cura del Servizio Diocesano di Pastorale Giovanile dell'Arcidiocesi di Genova.
XXIII Numero
Finisce qui l’avventura di Sale e Luce; tra pochi sarà giorni sarà Natale e verrà nel mondo la Luce vera, quella che illumina ogni uomo.

Vogliamo scusarci per l’incompletezza con cui abbiamo trattato alcuni argomenti; non avevamo la pretesa di fare delle trattazioni sistematiche di un problema; era nostra intenzione offrire semplicemente un punto di partenza per un dibattito, per una riflessione personale o fatta insieme ad amici, in parrocchia o a scuola, sul lavoro o in famiglia. Vogliamo ringraziare tutti coloro che durante quest’anno ci hanno incoraggiato, a parole o per iscritto; grazie anche a chi ci ha criticato in modo costruttivo. Noi ci siamo divertiti scrivendo e speriamo che qualcuno si sia divertito leggendo. Vogliamo incoraggiare tutti a continuare a pensare, a cercare la verità, a seguire la stella, a sperare, a riflettere, a dialogare, a pregare, a non appiattirsi. Cercate e troverete e la verità trovata vi farà liberi; e ancora beati coloro che insegneranno ad altri a fare altrettanto. Come auguri natalizi vi proponiamo questa pagina scritta da uno studente di una scuola superiore genovese e destinata al giornalino scolastico. I redattori di Sale e Luce

 

Buon Natale! Dedicato a….

A quelli che dicono che il mondo fa’ schifo, che Bush è un b……..o o che i musulmani sono tutti dei terroristi, che in fondo al mondo ci sono solo degli egoisti; che cosa fate per renderlo migliore? Parole, parole, cortei, parole, parole, assemblee, parole, parole.

A quelli che dicono di essere democratici e progressisti ma solo se la pensi come loro, altrimenti diventi immediatamente un fascista.

A quelli che non ascoltano mai, che ti interrompono quando parli perché hanno già capito tutto, che sanno già cosa stai per dire perché ti hanno già catalogato e qualunque cosa dirai non andrà bene.

A chi non riesce a fare un discorso senza tirar giù una bestemmia; a chi crede che imprecare sia un modo di essere “duri”, di quelli che non hanno paura di nessuno, nemmeno di Dio! Io non sono molto praticante ma dico: non vi accorgete quanto fastidio a chi vi è vicino e poi Dio è più grande di voi perché vi ama lo stesso, anzi forse di più.

A tutti quelli che non escono di casa se non hanno le scarpe o il giubbotto o i jeans griffati; a chi manda a quel paese i suoi genitori se non ha addosso vestiti per almeno 500 Euro; la bellezza siamo noi stessi, non il nostro apparire.

A tutti quelli che parlano della fame del mondo e si commuovono per i bambini che muoiono in Africa ma non sanno rinunciare a nulla, sprecano soldi in sigarette, aperitivi ed altre cose inutili.

A tutti quelli che pensano che l’importante è essere coerenti con le proprie idee senza chiedersi mai se le proprie idee siano giuste o sbagliate, specialmente se fanno soffrire qualcuno.

A quelli che prendono per il c..o quelli che vanno bene a scuola: lecchini e secchioni che perdono tempo a studiare perché non hanno altro nella vita; quante volte vi ho visto perdere tempo seduti sui muretti, buttare intere giornate a fumare, a bere, a cacciare via soldi inutilmente ai videopoker.

A quelli che ogni giorno tentano con umiltà di migliorarsi e che sperano in una vita felice, semplice e piena d’amore.

A quelli che non hanno la forza di perdonare ma vorrebbero tanto essere perdonati. A tutti quelli che non sanno chiedere scusa; a tutti quelli che non ammetteranno mai di aver sbagliato.

A quelli che andranno a Messa a Natale senza esserci mai andati durante tutto l’anno; penso che Gesù sarà contento lo stesso e vi aiuterà a non vergognarvi a iniziare di nuovo a frequentare la chiesa.

A chi si è irritato a leggere queste poche righe; butta via le cose sbagliate o che non ti riguardano e trattieni quelle giuste.

A quelli che come me hanno paura a dire in pubblico quello che pensano e sono costretti a scrivere al computer in modo anonimo per non essere aggrediti e presi in giro; spero che un giorno riusciremo a superare queste paure.

Buon Natale, tanto amore e tanta pace a tutti!

 

ALCUNE PERSONE CI HANNO CHIESTO DI AVERE UNA COPIA DI TUTTI GLI ARTICOLI DI SALE E LUCE; CHI FOSSE INTENZIONATO AD AVERE LA RACCOLTA COMPLETA E’ PREGATO DI SCRIVERE A saleluce@centrosanmatteo.org oppure telefonare a don Nicolò Anselmi cell 3356546138 indicando il numero di copie da regalare ad amici.

XXII Numero


Una battaglia giusta

Sui giornali, sulle pagine delle riviste e negli spot televisivi cominciano a comparire le prime immagini natalizie e, con loro, i primi sondaggi sul portafoglio degli italiani: quanto spenderanno per i regali e per i cenoni?

Come verrà utilizzata la “tredicesima”? Insieme a questi sondaggi le prime considerazioni su famiglia e povertà, sulle tasse, sui costi in continuo aumento, su ricchezza e miseria.

Esiste oggi nel mondo occidentale una povertà nuova, diversa che colpisce tutti, a prescindere dal portafoglio e dal conto in banca. Può esserne vittima chiunque: vecchi e giovani, uomini e donne, malati e sani, bambini e adolescenti; è una povertà che fa male e fa piangere.

Questa nuova, terribile realtà contro cui dobbiamo combattere si chiama “solitudine”.

Nella prima pagina della Bibbia, Dio afferma: “Non è bene che l’uomo sia solo” e anche il Salmista canta: “Quanto è bello e soave che i fratelli stiano insieme”. E’ una povertà strisciante, silenziosa che s’insinua subdolamente nella vita delle persone e le uccide come un cancro tremendo. Si può essere soli anche in famiglia, fra marito e moglie, si condivide lo stesso tetto e lo stesso piatto ma in fondo si è degli estranei. Non sto parlando di quella condizione di solitudine positiva che deriva dal fatto che ogni persona è un mistero, bensì dell’isolamento a cui ci arrendiamo dopo essere stati rifiutati, dopo aver fallito, dopo essere stati delusi da un’amore. Questo isolamento genera diabolicamente la solitudine; Satana, all’origine, ha cercato di isolare Adamo ed Eva da Dio ed ha continuato creando il sospetto all’interno dell’unione fra l’uomo e la donna: “è lei che mi ha dato dell’albero, è colpa sua!!!”.

Benedetto colui che genera amicizie!

Benedetto colui che costruisce comunità!

Benedetto colui che prega anche per gli altri!

Benedetto colui che non isola nessuno!

Benedetto colui che si accorge di chi è solo!

Benedetto colui che partecipa attivamente alla vita dei gruppi!

Benedetto colui che rinuncia ad un proprio progetto solitario per farne uno nuovo insieme ad altri!

Benedette le coppie che sanno stare insieme anche ad altre coppie!

Benedetto colui che insegna agli altri che non siamo mai soli perché Dio è con noi, l’Emmanuele.

 

Don Nicolò Anselmi

XXI Numero

CI E’ STATO DATO UN FIGLIO

Non passerà molto tempo e saremo sorpresi come sempre dallo stupore del Natale; incantati e commossi ci chineremo sopra quel bambino deposto in una mangiatoia; e che la simbolica statuetta non ci faccia perdere di vista che quello è un bambino vero in carne e ossa.

Il Dio fatto uomo, l’onnipotente che si fa debolezza, la debolezza di un bambino che proprio con la sua debolezza attira tutti a sé. Un evento che deve renderci capaci di stupirci dell’umanità e dell’amore che Dio dimostra per essa diventando uno di noi.

E’ così che lo sguardo si sposta dal presepe alle mangiatoie di questo nostro mondo dove ancora sono tanti, troppi i bambini costretti a nascere tra macerie di guerra, tra fango e rifiuti delle baraccopoli, sperduti in villaggi dimenticati o nascosti nei cassonetti delle metropoli. Bambini dimenticati, bistrattati, non voluti proprio come non avevano voluto Gesù perché “non c’era posto per loro”. Non c’è posto per i bambini nemmeno nella nostra opulenta società, vengono dopo tutto, dopo la casa, il lavoro, la salute, le ferie, il garage, il fitness. Persino per portare a passeggiare il cane si trova tempo, ma un bambino nò è troppo impegnativo, richiede attenzione, amore, dono e, si dice, costa troppo. Ogni uomo nuovo è diventato un pericolo persino economico, non un dono. Abbiamo proprio perso le lenti persino della ragione e stiamo brancolando nel buio.

Diciamo di essere così attenti ai bambini e poi in realtà siamo attenti a tutt’altro. Tu bambino deposto nella mangiatoia e costretto a fuggire dalla morte fin dai primi giorni, fa che ci accorgiamo della tua presenza nel volto dei tanti bambini costretti a scappare; dalle guerre causate da noi adulti, dalla povertà che scaturisce dalla incapacità di condividere, dalla violenza che ti colpisce anche fra le mura di casa, dalla sofferenza dei genitori che non riescono a gestirsi e gestirli, dalla solitudine di case troppo spesso piene di cose e vuote di persone, dallo squallore di abitazioni che non sono umane, dalla promiscuità di dormitori affollati, da situazioni di degrado sociale che colpiscono forte alcuni nostri quartieri, da adulti che ti usano solo come merce di scambio a volte affettiva e persino effettiva, da gruppi che ti assoldano per i loro sporchi affari di delinquenza e illegalità.

Bambini che hanno bisogno di essere protetti e accolti come sa fare Maria con Gesù che con lui condivide anche la fuga. E’ la figura stessa della chiesa, della Comunità locale, alla quale è chiesto, se vuole essere a immagine di Maria, di accorgersi, di prendersi cura di tutti i suoi figli, mentre loda e ringrazia per quelli che nella semplicità, nella fatica quotidiana già riesce a crescere. A volte basta poco, un gesto, una disponibilità, per superare un momento difficile, per dare aiuto a chi ha bisogno; accogliere un bambino, prendersene cura a distanza o da vicino, nelle quotidianità o nella emergenza. Non è così distante da noi. I bambini sono accanto a noi, ci vivono al fianco, sono nelle nostre scuole, nei nostri gruppi di catechismo, si presentano per celebrare i nostri sacramenti, ci chiedono l’elemosina ai semafori in una totale indifferenza. Basta avere “orecchie per intendere” il grido o il sussurro di aiuto che i nostri bimbi ci mandano. In fondo chiedono poco: di essere presi in braccio, sfamati, puliti, coccolati, vestiti, istruiti in un ambiente che sia calore vero, umano, di quella umanità nuova, trasformata che Quel Bambino è venuto a portarci. Per crescere in età, sapienza e grazia.

 

APPROFONDIMENTO

Cerca nelle possibilità dell’oggi i modi per aiutare concretamente la vita dei bambini e delle loro famiglie.

Esistono i piccoli gesti di solidarietà in famiglia presso chi ha l’impegno di crescere bimbi e dover portare avanti un lavoro; esistono le piccole solidarietà di condominio, di amicizia, di parrocchia, fra colleghi. E l’impegno di crescere un bimbo, nella solidarietà diventa più leggero, più bello.

Esistono possibilità di adozione a distanza per poter rendere ai poveri ciò che gli togliamo nell’economia mondiale; vuol dire riequilibrare le sorti dei bambini con piccole cifre che per loro sono vita

Esistono impegni presso associazioni che si occupano di bambini, di ragazze madri, di bambini ammalati o maltrattati. E’ un impegno diretto e concreto verso bimbi in carne e ossa, cui importa trovare soprattutto persone che si spendano per loro. In questo rientrano anche i doposcuola, gli oratori, i centri aggregativi che abbisognano certo di educatori professionali ma anche di gente semplice, comune, capace di fare un sorriso, preparare una torta, dare un passaggio, aggiustare un indumento, tirare insieme un calcio al pallone, giocare insieme..

Esistono forme più radicali di impegno quali l’affido o l’adozione, l’apertura della propria famiglia a casi più disperati e difficili, all’accoglienza di sofferenze di tipo mentale, psichiatrico, l’accoglienza dell’abbandono, la pazienza di progettare educativamente insieme ad altri per il bene di bimbi che hanno bisogno. Puoi concretamente metterti in contatto con le istituzioni pubbliche, che sempre sono alla ricerca di famiglie disponibili per affidi o adozioni, oppure con comunità che hanno bisogno di famiglie di appoggio per essere “famiglia di chi non ha famiglia”

d.Fully Doragrossa.

XX Numero

L'amore cambia il mondo

Oggi proprio non ne avevo voglia; ero deluso…solo Agnese aveva risposto al mio invito di andare a fare una visita ai malati del Paverano. I malati sono poco interessanti, meglio i bambini. Ho reagito a questo pensiero ricordando quanto sia stato importante nella mia vita il servizio con gli ammalati. Quando ero più giovane, imboccare una sorella spastica o far nuotare un fratello distrofico affossato in un gigantesco salvagente o dare un bacio ad un viso deforme mi dava un’emozione più forte di qualunque “pasticca” e di qualsiasi “trip”.
Come è importante “ricordare”, fare memoria delle cose belle e grandi che abbiamo vissuto e che potrebbero essere utili anche per gli altri.
Oggi gli ammalati generano in me emozioni diverse ma ugualmente forti, tali da colorare interamente una giornata.
Gesù ci ha insegnato che tutto ciò che avrete fatto ad uno di questi miei fratelli l’avrete fatto a me.
Questo pomeriggio, oltre a Kety, Giuseppina e Chiara ho incontrato gli occhi di una ragazza dai lunghi capelli neri seduta immobile a fianco di un lettino con le sponde, capace soltanto di accarezzare la mano nodosa di una donnina dallo sguardo assente e dall’età incalcolabile che poteva forse essere sua sorella o forse sua nonna.
Dal 1 gennaio 2005 scomparirà la leva militare obbligatoria; anch’io ho fatto la “naja”, un anno; a quel tempo il Servizio Civile durava 24 mesi lontano da casa ed erano troppi davvero. Certo sarei curioso di vedere cosa accadrebbe se tutti, giovani e adulti, uomini e donne, al posto del servizio nell’esercito, fossimo obbligati a 1 ora di servizio agli ammalati, ogni tanto; basterebbe una visita a un cronicario, a un ospedale, a un Piccolo Cottolengo: nel giro di poco tempo molti capricci sparirebbero, molte crisi perderebbero senso, il mondo cambierebbe.

Don Nicolò Anselmi

XIX Numero

IL RIVOLUZIONARIO E IL PROFESSORE

“Non abbiate paura”. Lech Walesa evoca le parole che Giovanni Paolo II pronunciò nella sua prima visita da Papa in una Polonia sotto il regime comunista, lo fa nell’aula magna della pontificia università Lateranense dove Mercoledì 10 novembre si celebrava l’apertura dell’anno accademico. Le parole polacche pronunciate dal rivoluzionario (così si è autodefinito il presidente emerito della repubblica di Polonia) risuonano nell’aula magna ed emozionano. Walesa ci racconta la sua storia recente, della rivoluzione incruenta dell’89, della liberazione del suo popolo esplosa con quelle parole del papa polacco che era tornato a casa. Eppure non sembrava, in quella sala, che si parlasse solo di storia. Sembrava che Walesa raccogliesse le sfide culturali annunciate dalla prolusione del Rettore, Mons. Fisichella, il professore: “Limitarsi a descrivere i fenomeni non è più sufficiente; dobbiamo essere capaci di imprimere un impulso propositivo perché ai nostri studenti, e a quanti si avvicinano alle nostre ricerche, risulti chiaro il limite e la contraddizione dell’attuale tendenza culturale, mentre si deve poter cogliere l’orientamento differente che intendiamo offrire”. Ma su cosa il pensiero Cristiano è diverso? Quali sono queste sfide? Ecco la risposta del professore: “E’ necessario domandarsi con quale concetto di natura, di uomo e di Dio le future generazioni ragioneranno”. Mons. Fisichella spiega anche perché bisogna combattere e contro cosa: la natura viene ridotta a “laboratorio da cui trarre profitto” e l’uomo stesso diventa una semplice “appendice della natura che la tecnica sottomette progressivamente alla sua sperimentazione”. Dio “risente di una confusa ricezione, conseguenza di un sottile sincretismo che erige a metro di giudizio il sentimento”; E ancora l’Europa che viene chiamata ritrovare “la sua storia e la sua tradizione, le cui radici affondano nel cristianesimo” pena la perdita di un “futuro da progettare come spinta coagulante per la piena unità”, ovvero, o si riscoprono le radici comuni oppure ognuno andrà per la sua strada. E’ a questi nuovi terreni di scontro che Walesa pensa quando parla della Polonia lasciata sola ad annunciare il pericolo Nazista o abbandonata oltre la cortina di ferro, e dice, appassionato: “Non ci avete ascoltato allora ascoltateci ora”. Il rivoluzionario sintetizza tutte le sfide descritte dal professore in un unico slogan: “Unire i valori alle cose materiali”, dare un’anima alla tecnica, portare il nostro patrimonio spirituale e culturale in ogni angolo della vita del mondo; “Il mondo non va in questa direzione”, avvisa, ed è allora “necessario un maggior impegno da parte di tutti, una partecipazione più determinata perché l’Europa prenda questa strada”.

E’ sembrato a molti filosofi, politici, scienziati in questo secolo che la cultura cristiana si dovesse ritirare nelle sacrestie o meglio ancora scomparire per lasciare il posto al vero progresso. Oggi qualcosa sta cambiando. Le sfide, di oggi non si affrontano più solo con la tecnica e con le scienze sperimentali (in realtà neppure quelle di ieri ma non tutti se n’erano accorti). E’ necessario che ognuno approfondisca le proprie radici, il proprio patrimonio spirituale, culturale e morale per potersi confrontare in questo nuovo dibattito globale. Bisogna discutere, pesare i torti e le ragioni perché ogni confronto di idee sottrae spazio a un confronto armato. E’ un tempo in cui niente viene dato per scontato e in cui il Cristianesimo, che è colonna portante della nostra civiltà, ha pieno diritto di cittadinanza e parola.

Forse ciò che il Rivoluzionario, Walesa, e Il Professore, Fisichella, hanno fatto insieme è un nuovo inizio, aperto anch’esso con un’esortazione in polacco: “non abbiate paura”.

Voi ci state?

Matteo Gillerio.

XVIII Numero


Denaro: servo o padrone ?

In questi giorni ho avuto modo di parlare di carità con una suora dell’ordine fondato da don Orione; con poche semplici parole mi ha mostrato la grandezza di questo povero piccolo prete tortonese, un gigante dell’Amore, totalmente dedito a Dio ed ai fratelli bisognosi: malati, anziani, disabili...gli ultimi; fra le altre cose mi ha raccontato che il grande Santo della Carità ha potuto costruire a Genova ben quattro “Piccoli Cottolenghi” esclusivamente grazie alla generosità dei genovesi; con un sorriso ha dovete ammettere che in questo caso la proverbiale tirchieria ligure è risultata assolutamente non vera. Don Orione ha avuto molte donazioni ed il denaro per lui è stato per lui uno strumento utilissimo, indispensabile; si racconta che anche Madre Teresa di Calcutta abbia ricevuto offerte miliardarie. con il denaro si può fare tanto bene, aiutare i poveri, costruire ospedali e scuole, realizzare aiuti importanti e salvare vite umane. Gesù parla del denaro come una grande tentazione, un veleno che può inquinare ogni più fresca bevanda, rendere fosco il più limpido dei cieli. E’ uno strumento difficile da gestire, un’arma pericolosa. A Genova, In Corso Italia, lato monte, in fondo a via Piave, verso levante, c’è una grande iscrizione latina che recita “PECUNIA SI UTI SCIS ANCILLA EST, SI NESCIS DOMINA”, il denaro, se sai usarlo è un servo, se non sai usarlo è un padrone. Quando si parla di soldi e’ facile confondere il mezzo con il fine, dimenticare il bene comune per far posto al bene individuale. Gesù insegna che non si può servire a due padroni, o Dio o il denaro. Il denaro può rovinare le famiglie, i condomini, le parrocchie; anche il volontariato rischia grosso quando entra in contatto con il denaro. Vi confesso che sono molto stupito dagli stipendi faraonici che i politici percepiscono, addirittura per tutta la vita; loro sono i professionisti del bene comune, del servizio alla collettività; l’attenzione all’interesse personale dovrebbe essere per loro come una sorta di contagio letale, da evitare ad ogni costo; governare dovrebbe essere un servizio, gratuito. Ci illudiamo di trovare nel denaro la sicurezza che ci manca; il Vangelo insegna che tale sicurezza va cercata nell’amore provvidente di Dio Padre che veste i gigli dei campi e controlla ogni capello del nostro capo. Siamo ormai abituati a fare delle diete, non sarebbe male tentare qualche dieta a base di GRATUITA’, senza abbuffarci sul guadagno, senza cercare in modo più o meno subdolo l’interesse materiale. Come nella dieta alimentare poi ci si sente meglio, più leggeri.

Don NicolòAnselmi

XVII Numero


La Donna

La scorsa estate si è sviluppato sulla stampa nazionale un vero e proprio dibattito, molto acceso, sul ruolo della donna nella chiesa e nella società, stimolato dalla lettera della congregazione per la Dottrina della fede (vedi approfondimento)

Sui giornali “laici” se ne sono lette di tutti i colori; alcuni attacchi molto astiosi, violenti, miopi contro la lettera hanno avuto l’indubbio merito di suscitare reazioni di difesa alla Chiesa anche in tanti commentatori tradizionalmente critici o ostili.

In realtà la lettera si proponeva di stimolare appunto la riflessione sul ruolo della donna. Compito riuscitissimo.

Molto stimolanti per la discussione soprattutto i due “problemi” sollevati dalla lettera nel modo di affrontare la questione.

Il primo problema è il vedere il ruolo della donna in competizione col maschio; la donna alla ricerca del “potere” maschilista, tutta tesa a scimmiottare l’uomo, imitandolo in tutto e per tutto. Il rischio è che l’essere donna si limiti a essere una brutta copia del maschio, seguito peraltro nei suoi peggiori difetti.

Il secondo è quello di annullare ogni differenza tra uomo e donna. Il grande rischio è quello di oltrepassare il concetto di diritto e affermare invece una uniformità che appiattisca completamente l’identità maschile e femminile Anche questa tendenza è davvero poco in sintonia con un mondo che tende ad accettare le diversità, a esaltare come ricchezza chi non è come me.

A ben vedere questi due grandi rischi o “problemi” possono essere affrontati con serenità, discussi e ragionevolmente spiegati con buone probabilità di essere convincenti; non sono asserzioni di un clero retrogrado e fuori dal mondo ma piuttosto forte stimolo per tutti. La chiesa nel giubileo ha già ampiamente chiesto scusa per i suoi peccati e di certo fra questi anche quelli contro tante donne, di ogni età e condizione,spesso rinchiuse in gabbie culturali poco illuminate dal Vangelo.

L’esperienza che si legge nella Bibbia ci parla in realtà di una complessa storia d’amore dove uomini e donne sono protagonisti ed egualmente amati da Dio e resi protagonisti della costruzione del Regno. Il mandato all’uomo e alla donna è quello di una profonda comunione.

Quello che oggi nelle nostre comunità giovanili e non, può essere discusso è se davvero all’interno delle nostre comunità questa collaborazione fra uomo e donna sta decollando e funzionando e dove invece ci si trincea dietro a pregiudizi culturali di ogni tipo da quelli più tradizionalisti a quelli più moderni. Se il Signore nel Vangelo ci parla di una comunità, formata da uomini e donne, da vivere nell’amore, in che modo oggi noi rendiamo pratica il suo comandamento? Siamo comunità dove uomini e donne hanno lo spazio per ascoltarsi, comprendersi, collaborare? Siamo comunità dove non si lotta per il “potere”, a volte grande e intessuto di interessi ma più spesso fatto di piccoli spazi o soddisfazioni personali, ma si guarda al servizio e all’annuncio del Vangelo? Siamo comunità dove l’altro è accettato per la sua diversità, la sua unicità oppure favoriamo l’uniformità, paurosi di chissà cosa?

Solo guardando a questo noi riusciremo a fare del ruolo della donna non un problema all’interno della chiesa, ma una ricchezza insostituibile. Io, da maschio, celibe, consacrato non posso altro che lodare il Signore per tutte quelle volte che la femminilità, nel volto concreto delle donne che ho incontrato, ha “salvato” la mia vita e non solo come madre, sorella o cugina, ma come stimolo a guardare la vita con un occhio nuovo, assolutamente “geniale” e proprio di chi è diverso da me nel profondo e non solo per imposizione culturale.

Da qui possiamo partire per continuare a camminare al seguito di Gesù con l’occhio attento ai “segni dei tempi” e il cuore pronto all’ascolto della su Parola, per sempre meglio rispondere alla sua chiamata. Il ruolo della donna e dell’uomo, in questo cammino si illuminerà di conseguenza.

d. Doragrossa Fully

 

APPROFONDIMENTO

SI PUO’ LEGGERE INSIEME LA

LETTERA SULLA COLLABORAZIONE DELL’UOMO E DLLA DONNA

NELLA CHIESA E NEL MONDO

Per un confronto più pepato con la società e il ruola della Donna oggi, dopo tanti anni di femminismo solo presunto ci si potrebbe chiedere:

come mai nella nostra società non si riesce a eleggere o candidare una decente percentuale di donne ai propri organi decisionali è almeno fuori luogo; per non parlare dei marginali ruoli riservati all’interno dell’economia o della cultura stessa; può forse consolare il triste ruolo di tante donne, proposte come modello-forte femminile nei mass-media costrette a esibire il corpo per apparire sul video?

Perché ogni colloquio di lavoro di una donna ruota intorno alla domanda “Lei intende avere figli?” se in realtà la maternità è tutelata dalla legge?

Perché in realtà nei più grandi paesi industrializzati non vengono mai nominati premier donne, se non rare eccezioni in genere con caratteristiche maschili ?

Come mai la collaborazione dell’uomo all’interno della famiglia, pur migliorata stenta a decollare?

E nei gruppi di domande simili se ne possono stimolare parecchie….

XVI Numero


Settantavoltesette

Le notizie che quotidianamente ci giungono dall’Iraq, i continui attentati, le carneficine e le rappresaglie ci convincono che è già stato scavato e si continua a renderlo sempre più profondo un solco di odio spaventoso; ci vorranno chissà quante generazioni per dimenticare. Qualcuno sostiene che sarà impossibile dimenticare; altri teorizzano che non è giusto dimenticare, che è giusto ricordare, continuamente, fare memoria.

Gli ebrei stanno diffondendo la Giornata della Memoria per evitare che si dimentichi l’olocausto.

Quali mamme potranno mai dimenticare i loro figli violati nell’inferno dell’asilo di Beslan.

Tutti abbiamo tremato, senza sapere perché, quando la signora Biagi è entrata nell’aula del processo ed ha incontrato lo sguardo degli assassini di suo marito.

Ho ancora negli occhi le lacrime ed i singhiozzi di una ragazza che, parlando della famiglia, ha ricordato alcuni momenti terribili della sua infanzia.

Mentre scrivo torno anche io alle mie ferite, più o meno rimarginate. Ricordo il male che ho fatto ad alcune persone che amavo e non riesco a superare del tutto il senso di colpa.

In un mio recente viaggio in Burundi ho sentito ancora tremenda la tensione fra Hutu e Tutzi; un milione di morti non sono facili da dimenticare.

E allora Odio, desiderio di vendetta, di rivalsa, sofferenze irrisolte che chiedono soluzione.

Come uscire da questo vicolo cieco? Sembra non esserci alcuna strada. Il futuro del mondo sembra davvero cupo.

Non ci resta che la speranza tutta contenuta in una parola affascinante e qualificante, attraente e spaventosa, liberante e risolutiva: il perdono.

Non credo di esagerare dicendo che il futuro dell’umanità è legato a questa parola, a tutti i livelli.

C’è bisogno di perdono in famiglia, nella sofferenza dell’amore strappato da un modo di vivere frenetico e folle. C’è bisogno di perdono nei rapporti quotidiani dove la fatica di vivere ci spingere a dire parole e compiere gesti che mai avremmo voluto fare provocando ferite in chi ci sta accanto.

C’è bisogno di perdono anche nella vita sociale e politica dove solo la serena ricerca del bene può produrre qualcosa di positivo. C’è bisogno di perdonare se stessi, di liberarci da una psicologia spesso aggrovigliata su se stessa, chiusa e ombrosa. Oggi più che mai ci sarebbe bisogno di sentirsi perdonati da Dio, ma il Sacramento del Perdono è fuori moda: i confessionali sono vuoti.

Don Nicolò Anselmi

XV Numero


Amanti della vita

Nel riprendere a scrivere questa rubrica il primo titolo che spontaneamente mi è venuto su dal cuore è stato l’amore per la vita. Mai come quest’anno ho sentito così forte la passione per la vita: la vicenda dei bambini di Breslan, le decapitazioni irakene, i bambini che ho incontrato in Etiopia, le stragi di cui ho sentito parlare in Burundi, la malattia di una mia alunna, la maternità tanto desiderata di una cara amica e tante altre situazioni vissute o comunque partecipate mi hanno fatto enormemente crescere la voglia di vivere e il desiderio di una vita bella e serena per ogni essere umano. Non vi è dubbio che questo sia anche il desiderio di Dio; ogni uomo e donna ed ogni credente non può che impegnarsi a favore della vita, il che significa prodigarsi per la pace, per la ricerca, per la giustizia, per l’educazione, per la cultura.

Sono felice che oggi si faccia molto per la vita: la ricerca avanzata sulle cellule staminali aiuterà una mia carissima amica a uscire da una malattia che la sta distruggendo. Sento un grande interesse per la situazione dei paesi poveri e tanto, anche a Genova, si fa per l’Africa, Haiti, il mondo .povero.

Sono preoccupato però che in nome dell’amore alla vita sento proporre cose spaventose: sperimentiamo sull’embrione per salvare vite umane; usiamo l’embrione per ottenere cellule staminali embrionali.

Ho paura! Sono confuso! Non sono un esperto. Se l’embrione non è una persona allora tutto è possibile, Dio ci ha dato la natura perché sia “usata”, ma se lo è allora come posso “usarlo”? Tanta gente è confusa, ci sono molti ingannatori in circolazione! Voglio delle risposte vere, per il bene di tutti! Chi mi dice quando nasce la vita umana? Cosa è o chi l’embrione? E’ una persona? Dove siete medici, biologi, scienziati…perché non rispondete? Perché non parlate? Perché di queste cose devono parlarne solo i politici assetati di referendum e in cerca di voti o i filosofi e i sociologi in cerca di gloria e, purtroppo anche loro, di voti?

Alcuni anni fa vi abbiamo chiesto di parlarci del feto quando aveva tre mesi e siete stati in silenzio, oggi abbiamo i filmati e le foto che parlano da sole. Pensate di rimanere zitti anche adesso.

Dio amante della vita perdona tutti, tutto e sempre ma le conseguenze non mancheranno, come non sono mancate nella vita di chi ha subito il vostro silenzio, e a Lui non resterà che piangere e continuare ad amare, dalla croce.

Don Nicolò

XIV Numero

Dov'è Dio

In questi giorni ho incontrato un numero davvero alto di persone che mi hanno presentato la loro struggente sofferenza interiore dovuta a fatti pesantissimi successi a loro o a parenti e conoscenti: una mamma con il figlio paralizzato dopo un incidente stradale, una madre di tre figli colpita da leucemia fulminante, un bambino morto di meningite; tutti potremmo completare l’elenco con altre tragedie, successe a noi oppure semplicemente conosciute. In questi casi per molti risulta spontaneo chiedere: dovè Dio? Perché non interviene? Perché mi ha mandato una prova o una punizione così grande? Perché permette la sofferenza?, sono domande di sempre, che spesso sento vibrare, inespresse, nell’atmosfera così particolare dei funerali, nelle case degli ammalati, nelle corsie degli ospedali. Sono domande che tolgono il fiato tanto sono profonde, che invitano al silenzio piuttosto che alla parola; tuttavia mi sento in dovere di dire qualcosa, non tanto per rispondere ma per non rimanere bloccati nell’agire e nella riflessione interiore.
Propongo quindi alcuni miei pensieri a riguardo; sono considerazioni da credente cristiano, forse non interessanti per tutti, ma non posso fare a meno della mia Fede che ormai è un tutt’uno con me stesso.
Se Dio esiste non può volere il male, la sofferenza dell’uomo; nessun genitore desidera cose brutte per i propri figli che Lui stesso ha voluto, generato, amato.
Quindi se il male non deriva da Dio, allora deriva da noi, dall’uomo o da altre creature (diavolo etc..). I peccati dell’umanità hanno generato e continuano a generare disordine, male, malattie, sofferenza. Un’umanità più santa eliminerebbe il male; ogni rinuncia al peccato, ogni buona azione, ogni Confessione, ogni Comunione e ogni preghiera potrebbero guarire un bambino malato in Africa.
Perchè Dio non interviene ogni volta che si sta generando un gesto cattivo? Perché non è intervenuto ad Auschwitz direbbe Primo Levi? Non è vero che Dio è onnipotente, Dio non può imporre nulla alla nostra libertà; Dio è debolezza d’amore, onnipotenza e forza nell’eternità. Sarebbe ridicolo che bloccasse la lingua di chi sta per bestemmiare, il fucile di chi vuole uccidere, la mano di chi sta per rubare; Dio è intervenuto nella storia, eccome; nella persona di Gesù si è fatto vittima del male; è presente quindi nel bambino che muore, nell’ebreo sterminato, nella mamma malata, nel ragazzo disabile; Gesù prende su di sé ogni sofferenza, ne è schiacciato, ucciso ma dopo tre giorni rinasce. Mentre scrivo capisco quanto queste considerazioni siano poca cosa, tuttavia sento quanto sia importante sapere che nella sofferenza è presente Gesù, è coinvolto. Molti lo vedono e lo sentono e in loro rinasce la speranza che scaturisce dalla Resurrezione e dalle Beatitudini; altri si allontanano da Lui perché non lo conoscono.
La Fede non è l’oppio dei popoli, è un bisogno profondo dell’uomo, è un bisogno profondo senza il quale non si riesce a vivere; soli, abbandonati, fragili, senza un Padre non è possibile.

Approfondimento
Il libro di Giobbe, nell’antico testamento, è un tentativo di rispondere a questa questione così cruciale. Giobbe non ha conosciuto Gesù, tuttavia ha fede e sarà premiato. Consigliata la lettura!!!

Don Nicolò Anselmi

XIII Numero

Lo psicologo

“Se la gente si andasse a confessare come una volta noi psicologi avremo metà dei clienti” (uno psicologo.) “ Ti porto dallo psicologo” (50% di genitori di adolescenti)
Il rapporto fra psicologia e fede, fra psicologia e pastorale giovanile non appartiene solo alla storia ma al vissuto quotidiano.
Fin dall’inizio il rapporto è stato piuttosto complesso, problematico. Da una parte il sospetto verso chi si occupava troppo da vicino dell’anima, terreno tradizionalmente riservato a preti e “giù di lì”; dall’altra la pretesa del sapere tutto quello che si può sapere del mistero della persona umana nel sacrario della sua coscienza.
I due mondi rischiavano (e rischiano) di entrare in collisione fintanto che la reciproca conoscenza non dissipa e chiarisce i confini, le interazioni, le reciproche competenze.
Grazie a Dio questo cammino, a livello scientifico è un cammino che va avanti da decenni. Molti sono i religiosi e i credenti che si dedicano alla psicologia senza sentire vacillare la loro fede, anzi e molti sono gli psicologi, magari laici sfegatati che hanno rivalutato e accettato, e poi consigliano, e indirizzano verso un cammino liberante di fede.
Rimane forse un po di confusione a livello di base. Andare dal confessore o dallo psicologo rimane un po la stessa cosa, con una differenza economica di tutto rispetto, ma anche con una gran confusione; dobbiamo dirlo con gran chiarezza: non è la stessa cosa anche se si occupano di materie assai vicine e possono interagire.
Lo psicologo aiuta, applica un lavoro interiore di conoscenza, di auto-conoscenza che favorisce la libertà, ma che per sua natura scientifica tende a essere neutro, a non sbilanciarsi.
La fede è una vocazione, una chiamata, una proposta a seguire una strada. “SEGUIMI” uno psicologo non lo dovrà dire mai. “SEGUILO”, rivolto a Gesù, è la parola d’ordine di un prete, di un confessore, di un direttore spirituale.
Lo psicologo con calma e competenza aiuta la persona a comunicare, ad aprirsi, a cercare nel contatto con gli altri, non solo lo specchio ma una reale comunicazione
Il prete rimane persona dedita principalmente all’ascolto ma questa sua caratteristica altro non è che il segno di e per tutta la comunità di essere pronti ad ascoltare il fratello; ascolto e comunione non è un suo potere, non è lo sciamano è solo un fratello a servizio dei fratelli che, attraverso un dono speciale, richiama i fratelli a costruire una profonda comunione, a costruire la Chiesa.
Il cammino della fede ignorando la psicologia rischia di essere disincarnato;
La psicologia senza fede rischia di lasciare l’uomo senza senso e senza luoghi di comunione.
La psicologia aiuta a capire la storia personale di ciascuno per renderlo consapevole di sé, la fede parla della storia di ogni persona scritta nel cuore di Dio e inserisce la storia di ognuno nella Storia della Salvezza insieme a tanti fratelli.
Raccogliendo la “sfida” che ci viene dunque dalla psicologia le nostre comunità sono chiamate ancor più a divenire “esperte in umanità”; luoghi di ascolto profondo, di “tempo perso” nel dialogo, nel guardare ai bisogni profondi dell’anima, nel dedicare tempo, competenza e spazio al silenzio, al lavoro interiore. Oltre che a indirizzare verso “luoghi dello Spirito” possono essere loro stesse “luoghi dello Spirito”.
Se la psicologia può aiutare a togliere sassi, rovi, e dissodare terre battute tenendo lontani i rapaci, la fede può seminare la Parola dell’amore, unica a far crescere l’uomo senza l’illusione che tutti arrivino a cento, ma con la speranza di dare un senso a una vita non più votata alla morte e chiusa in sè ma aperta alla Vita e ai fratelli.(Mc 4). Due ali per far “volare” l’uomo dunque, ma questa immagine la conosciamo già…..

d.Fully Doragrossa.

XII Numero
CHE COSA DOPO LA MORTE? Reincarnazione davvero una novità?

Solo qualche tempo fa l’argomento della reincarnazione poteva ancora sembrare qualcosa di esotico, attinente alla storia delle religioni o alle vicende di qualche gruppo marginale, oggi ci rendiamo sempre più conto della sua impressionante attualità e concretezza. Anche qui l’esito drammatico della secolarizzazione ha smentito tante illuminate previsioni e capovolto tante scontate aspettative. L’uomo secolarizzato non è pervenuto ad una generalizzata convinzione che questo “mondo” esaurisce tutto l’esistente, ma ha raggiunto in molti casi la convinzione che c’è altra vita da vivere oltre questa vita.
Fondamentalmente la reincarnazione è una teoria secondo cui l’anima dopo la morte, distacco dal corpo, torna ad incarnarsi in un altro corpo che può essere sia umano sia animale. La credenza che con la morte del corpo l’anima non cessi completamente di vivere e non rimanga tuttavia priva di qualsiasi corpo, ma continui a vivere in un nuovo corpo si trova già nel pensiero classico – es. in Platone e negli stoici – ma la reincarnazione è una dottrina tipica dell’induismo e del buddismo. Per entrambi le religioni l’elemento centrale è la ricerca di liberazione dalla presente situazione in cui l’uomo si trova a vivere, situazione di dolore e di illusione. Dal momento che una sola vita non basta assolutamente a realizzare questa liberazione, è necessario un lungo cammino di trasmigrazioni e di reincarnazioni. Questo susseguirsi di esistenze umane sarebbe preceduto o inframmezzato – per coloro che hanno vissuto da malvagi – da innumerevoli esistenze subumane. Si parla, non di qualche decina di reincarnazioni, ma di centinaia per i migliori – i bramini e i bonzi – e di migliaia per gli altri.
Nonostante il suo fascino, la teoria della reincarnazione già in sede razionale presenta difficoltà non da poco; oltre a non trovare nessuna conferma nell’esperienza dell’uomo, sarebbe assolutamente ingiusto pensare che a chi viene in questo mondo si addossi il fardello di buone o cattive azioni, compiute in un passato immemorabile. Pensare, poi, che l’anima umana si reincarni in esseri inferiori all’uomo, significa dimenticare la sua grandezza e la sua dignità.
Che cosa c’è dopo la morte? La risposta può venire solo da Colui che ha vinto la morte e ha reso possibile la fede nel dopo pienamente degna dell’uomo. Così la Chiesa crede nella risurrezione dei morti, dono della risurrezione stessa di Cristo. Afferma la sopravvivenza e la sussistenza, dopo la morte, di un elemento spirituale, il quale è dotato di coscienza e di volontà, in modo tale che I'«io» umano sussista, pur mancando nel frattempo del complemento del suo corpo. Per designare un tale elemento, la Chiesa adopera la parola «anima», consacrata dall'uso della Sacra Scrittura a della Tradizione. La Chiesa, conformemente alla Sacra Scrittura, attende la manifestazione gloriosa del Signore nostro Gesù Cristo, che essa considera, peraltro, come distinta a differita rispetto alla situazione che è propria degli uomini immediatamente dopo la morte.
Per ciò che riguarda la condizione dell'uomo dopo la morte, c'è da evitare il pericolo di rappresentazioni fantasiose ed arbitrarie, perché non favoriscono l’autentica fede cristiana. Tuttavia, le immagini usate nella Sacra Scrittura meritano ascolto per coglierne il senso profondo senza svuotare il contenuto delle realtà che esse designano.
Il cristiano tiene fermi saldamente due punti essenziali: egli crede, da una parte, alla continuità fondamentale che esiste, per virtù dello Spirito Santo, tra la vita presente nel Cristo e la vita futura, segnata dalla carità; la carità è la legge del Regno di Dio, ed è precisamente la nostra carità quaggiù che sarà la misura della nostra partecipazione alla gloria del Cielo. Da un’altra parte, il cristiano riconosce la rottura radicale tra il presente ed il futuro in base al fatto che alla condizione della fede, si sostituirà quella della piena luce; noi saremo con Cristo e “vedremo Dio” con la pienezza della nostra persona. Promessa e mistero inauditi in cui consiste essenzialmente il volto specifico del cristianesimo, di fronte ad ogni altra proposta religiosa, che si presenti erroneamente avvincente e falsamente convincente.

MARCO DOLDI

(Vedere Congr. Per la Dott. Della Fede, Alcune questioni riguardanti l’escatologia, 1979).

XI Numero


Passion

Dopo aver letto quasi una diecina di articoli, ascoltato dibattiti, vagliato opinioni, finalmente sono riuscito ad andare a vedere io, con i miei occhi, le mie orecchie ed il mio cuore, “Passion”, l’ultimo film di Mel Gibson.

Dico subito che ne sono entusiasta! Penso sinceramente che sia stato un grandissimo dono per me e per molti altri.

Penso soprattutto ai preti, alle suore, ai consacrati, ai vescovi, ma anche a tutti i battezzati ed ai cresimati; penso ai giovani desiderosi di stimoli seri e di proposte impegnative.

Sono contento che il film sia così forte perché ha sconfitto la mia in differenza, ha turbato la mia superficialità ed ha segnato per sempre la mia memoria: alcune scene non le dimenticherò mai e mi si presenteranno sempre davanti ogni volta che leggerò certi capitoli del Vangelo.

Credo che dopo aver visto “Passion”, sia impossibile pensare che per essere cristiani, cioè discepoli di Cristo, sia sufficiente recitare una “preghierina” alla sera, “andare a Messa quasi tutte le domeniche”, offrire qualche spicciolo ad un povero per la strada, non dire parolacce

e rinunciare al cioccolato in Quaresima.

Seguire Gesù è tutt’altra cosa; la mediocrità cristiana voluta e scelta non è più lecita; non posso nemmeno pronunciare soltanto il Suo nome se non per invocare da Lui un aiuto per seguirLo, per avere una briciola della Sua forza straordinaria, una goccia del Suo coraggio, della Sua fedeltà, della Sua energia. So che Gesù le concederà: chiedete e vi sarà dato!

Le statistiche dicono che vedranno il film quasi mezzo miliardo di persone! La visione è consigliata a tutti i battezzati e a tutti coloro che vogliono diventare cristiani, anche se i più esperti e preparati troveranno nella sceneggiatura qualche difettuccio biblico, estetico e teologico.

Dal punto di vista del contenuto mi ha colpito molto la presenza costante, durante tutta la Passione, di Satana; ad un certo punto addirittura il diavolo compare con un bambino in braccio, bianco, quasi deforme, una via di mezzo fra il Figlio del diavolo, l’Anticristo ed un feto abortivo (così mi ha spiegato un mio amico). Satana lo mostra quasi come un trofeo, il trofeo del Grande Ingannatore che ha accecato scienziati e politici i quali ancora oggi tentano disperatamente e inutilmente di dimostrare che la creatura che da subito fiorisce nel ventre della mamma non è una persona, a negare la continuità biologica fra l’embrione e il bambino; colui che ha ingannato tante mamme illudendole che, interrompendo la gravidanza sarebbero state meglio, e che invece piangono tutti giorni i loro figli mai nati, li rivedono in sogno, si sentono la morte dentro.

Con la sua morte Gesù distrugge la cattiveria di Satana che gode della sofferenza.

Certamente Gibson ha avuto un grande coraggio, quello che talvolta manca a me, che non riesco o non voglio dire con la vita il mio amore per Gesù, per il quale comunque un giorno ho giurato di rinunciare a tutto.

Gesù, che nel film come nel Vangelo non fa altro che perdonare, l’adultera, Pietro, il buon ladrone, i crocifissori, perdoni anche noi e ci dia la forza di provare a seguirlo.

Don Nicolò Anselmi

X Numero


Calcio Etico

Indubbiamente il calcio ha una grande rilevanza nella nostra società e con esso ci si incontra soprattutto nel campo della pastorale giovanile.

Soprattutto in quanto gioco, oltre che come sport, sul calcio potremmo, con facilità, scrivere libri sulla sua convergenza con la teologia stessa. L’ecclesiologia, il De Grazia e altre verità di fede potrebbero essere spiegati facilmente usando il gioco del calcio come metafora; non solo le virtù morali di un atleta, l’importanza della disciplina, dello spirito di squadra dunque, ma una vera esperienza educativa si può proporre attraverso questo bellissimo gioco, compresa la sua dimensione del tifo.

Ma proprio per questa sua potenzialità e per la sua presa sociale, rimaniamo sempre più sorpresi da quanto esso spesso disattende alle sue potenziali funzioni educative. Viene da dire dunque; avvertiamo forte il bisogno di un CALCIO ETICO e con questa nostra evidente provocazione proviamo a provocare la discussione nei nostri gruppi.

Etico anzitutto nello spirito che troppo spesso abbandona il fatto di essere gioco per entrare nella logica del dominio, del possesso, dell’umiliazione, della violenza. Quando vengono sottolineati gesti di “sportività” significa che essi stanno diventando rari. Esasperare i risultati, a ogni livello dal professionismo ai bambini è uccidere un gioco. Urge immediato ridimensionamento. A partire dalle nostre parrocchie e oratori, dove meno spazio potrebbe essere dato ai premi indirizzandoli sempre più spesso a premi “alternativi” nei destinatari (al fair play, alla fantasia, al gruppo, alla giocata … etc etc) e nella sostanza (niente soldi, ori o premi spropositati) e più spazio alle logiche di inserimento sociale anche di chi non è capace a giocare; meno pressioni sportive e più campetti aperti per tirar due calci in allegria a tutte le ore del giorno. I genitori stessi dovrebbero per primi fare evidenti e ampi passi indietro, evitando di incitare all’odio, alla violenza, all’inganno, al narcisismo come spesso si sentono fare attaccati alle griglie dei campetti dove giocano finanche bambini delle elementari.

Etico nella sua valenza sociale; occorre che il mondo politico ufficiale faccia debiti passi indietro dal calcio, usato sempre più per accreditare l’immagine, per fare proseliti fra i tifosi, per accreditare tifoserie di destra o di sinistra; ma occorre anche che le persone, i tifosi stessi, smettano di porre al centro della loro vita, dei discorsi, dei ritmi di vita una esagerata attenzione a ciò che succede nel calcio quasi tutto dipendesse da lì; se ci fosse meno interesse avremmo un automatico sgonfiamento di tutte le problematiche di questo mondo; occorre iniziare a pensare seriamente a uno sciopero del tifo attivo e televisivo per aiutare il mondo del calcio a prendere contatto con la realtà. Pur valorizzando la sua funzione di incontro, di primo approccio non possiamo accettare che intere settimane di ragazzi, giovani e adulti scorrano via discorrendo solo ed esclusivamente di calcio per l’incapacità di sostenere un benchè altro minimo interesse. Se la valenza sociale è d’essere oppio delle masse distogliendole da altro, il calcio deve essere riportato a semplice momento di gioco e incontro:stop.

Etico nei suoi bilanci; non vogliamo essere dei puritani bacchettoni, ma la dimensione della finanza nel calcio sta prendendo già da molti anni una piega che è un insulto alla povertà di tanti italiani in primis e di quelle nazioni del terzo mondo che hanno un prodotto interno lordo minore del monte-stipendi di una squadra di calcio. E’ uno scandalo che pregiudica l’educazione dei giovani che vengono invogliati al guadagno facile, facendo loro perdere ogni valore di riferimento. Bisogna ripensare la situazione giuridica delle società riportandole a società non profit; bisogna legare gli stipendi dei giocatori come qualsiasi lavoratore che ha graduatorie e anzianità, ponendo un tetto a ogni categoria; pensiamo che un giocatore della valenza mondiale di fuoriclasse quale un Totti e ben pochi altri potrebbero avere un tetto di stipendio di 500.000 euro annui. Già una cifra del genere paragonata a un qualsiasi quadro dirigente appare sufficientemente sproporzionata, ma può corrispondere all’interesse sociale. Garanzie potrebbero essere fornite ai calciatori per un futuro impiego nel mondo della medicina sportiva, dell’educazione corporea, etc etc di modo da poter continuare a lavorare anche dopo i quaranta anni. Premi-partita o produzione possono essere legati ai risultati e comunque alla munificenza di chi, in chiaro ci mette i premi, in cambio di sponsorizzazioni o pubblicità. Ogni giocatore potrà poi, in chiaro, gestire la sua immagine a livello locale o nazionale, e da lì, nel periodo di maggior notorietà arrotondare la sua già lauta paga. Urge inoltre togliere con decisione figure preoccupanti di gestori di calciatori che se possono apparire roba da rotocalchi nel calcio di serie A, possono diventare veri e propri mercanti di schiavi nei settori giovanili; troppi loschi figuri speculano su calciatori e ragazzini. Occorre qui si con decisione sfoltire i ranghi, dando così un’evidente taglio alle spese; possibile che famiglie e uomini non sappiano gestire le loro cose? Debbo avere uno che mi gestisce lo stipendio o peggio il figlio?

Etico nell’informazione; lo stato potrebbe produrre significativi paletti alle trasmissioni televisive che parlano di calcio, sia nazionale che locale, limitandone orari e limitandone i giorni a quelli delle partite stesse. Un invasione di parole sul calcio, non sempre sobrie, alimenta un giro vizioso e perverso che porta a un invasione globale del calcio in ogni dove, confondendo le idee e aumentando la confusione; se è vero che queste trasmissioni sono seguite (ma sarà vero?) esse non fanno altro che alimentare se stesse provocando una fame che risulta indotta e non reale. Ci sono fior di trasmissioni sportive, sobrie, con immagini eccellenti, pezzi di costume e cultura che bastano e avanzano. Quanto al calcio a pagamento, se lo sport nazionale ha valenza sociale, le partite di maggior importanza non possono essere dirottate su canali privati, inducendo un altro giro vizioso volto a spillar quattrini a chi già ne ha pochi. Le pay tv poi facciano bene i loro conti e si sostengano solo con i proventi dei clienti e questi stessi proventi in base ad accordi, passino alle società sportive senza taroccare i bilanci o fare conti con abbonamenti solo virtuali. Al tifoso si ricordi che seguire la squadra significa anzitutto partecipare all’evento vero e proprio, non solo virtuale.

Etica nelle squadre giovanili; molte sono le società sportive, allenatori, dirigenti che si dedicano non solo con spirito di volontariato, ma addirittura educativo, a far giocare i ragazzini; ma ad onta di tanti che hanno svolto veri e propri ruoli paterni verso tanti ragazzi in difficoltà, spesso sorgono palesi dubbi su quanto si insegna all’interno di molte squadre; eccessiva competizione, ricerca del potere sportivo, giro di denaro ambiguo, a volte persino il doping preventivo (Voltarren come se piovesse), pressioni, costrizioni, eccessiva invadenza nella vita privata; molti giovani invece che trascorrere ore serene a giocare diventano isterici personaggi che tralasciano la vita reale per giocarsi solo nel calcio. Quanti, illusi da personaggi senza scrupoli, si sono ritrovati senza un diploma e rasi al suolo nella costruzione del carattere, oramai però impossibilitati a proseguire una carriera professionistica perché non all’altezza. Purtroppo dalle serie maggiori e dai grandi club esempi pessimi di dirigenti che chiudevano (e chiudono) gli occhi davanti a tossicodipendenti o a semi-alcolisti, purchè garantissero l’incasso domenicale. La persona umana diventa “plusvalenza”, bilancio, danaro in cassaforte.

Etica nel tifo; un radicale cambiamento del tipo di società calcistica potrebbe coinvolgere più da vicino una sorta di azionariato popolare del tifo, coinvolgendo sul serio i tifosi “attivi” e passivi. Il tifo, e ci riferiamo anche a quello più caldo, è un mondo molto variegato di grandi potenzialità ma non possiamo chiudere gli occhi sulle domenicali devastazioni delle nostre città, sul costo economico altissimo che è l’uso delle forze di polizia. L’argomento non va minimizzato; è un termometro sociale molto indicativo. Studiare lo stadio è studiare un pezzo di società; modificarne il comportamento ha una valenza sociale enorme. La violenza sprigionata và guardata in faccia, analizzata, capita non rimossa come fenomeno di pochi. Noi a Genova abbiamo ferite profonde per i fatti del G8; ma quei fatti sono i fatti di ogni domenica negli stadi italiani; perché si vuol negare questa realtà? Tifosi scortati da centinaia di poliziotti sono un insulto alla nostra presunta civiltà superiore. Chi frequenta uno stadio sa che dietro ogni persona, giovane o anziana di gradinata ci sta una storia, una passione ed è un potenziale sociale importantissimo fatto di speranze e frustrazioni, di voglia di svago ma anche di impegno Indirizzare il tifo verso una nuova positività è un impegno per salvare il calcio da deliri e devianze sociali che col calcio han poco a vedere, ma nel calcio trovano un anestetico, una droga che come tutte le droghe finisce poi per provocare disastri ancora peggiori.

Queste righe si chiudono con un invito alle parrocchie e a tutti coloro che per conto di esse gestiscono spazi sportivi. Anche noi in prima persona dobbiamo sentirci coinvolti; spesso l’ansia da gestione prende il sopravvento; un campetto per dar due calci, semplicemente, quando uno ne ha voglia, ci pare assurdo, improduttivo. Entriamo facilmente così nella spirale del campionato, della gestione e via discorrendo. Continuiamo a educare attraverso lo sport e nel contempo ridiamo al calcio la dimensione ludica della gioia, dell’amicizia, dello scherzo; è un gioco non dimentichiamolo e non facciamoci prendere l’ansia da gestione, togliendo così ai ragazzini gli spazi che a loro ineteressano; i nostri sagrati, le piazzette, i chiostri, i cortili, le vie. Quando la porta della canonica ridiventerà una delle due porte in cui fare gol, allora il calcio potrà tornare a essere l’anticamera della fiducia in un Dio che è venuto a giocare con noi, per vincere insieme specie quando si perde

d.Fully Doragrossa.

IX Numero


Yoga, New Age

Una mia cara amica, cattolica praticante, impegnata nella chiesa, da tre anni frequenta due volte la settimana un corso di yoga. La pratica di questa disciplina l’ha aiutata molto dal punto di vista psicofisico, a liberarsi da alcuni stati di ansia e di stress, ad acquisire una situazione di pace e di silenzio interiore che le hanno permesso in un certo senso di riappropriarsi di se stessa.

Come lei sono molte le persone, giovani e non, che si accostano a queste pratiche e ne trovano giovamento. Così anche tanti uomini e donne dello spettacolo, coinvolti in una vita difficile e intensa, si rifugiano nella meditazione buddista per gestire con maggior calma i propri impegni.

Penso che questi risultati, soprattutto in situazioni di malessere, come primi passi di un cammino, siano un fatto assolutamente positivo, specialmente se costruiscono il bene delle persone; tutto ciò che esiste ed è buono viene da Dio.

Dal punto di vista religioso le pratiche di concentrazione, di rilassamento, di dominio di sé sono diffusissime anche nel modo cristiano; la tradizione monastica, la cosiddetta Lectio Divina, il canto ritmato semplice e ripetuto sotto forma di canoni, la preghiera ritmata con il respiro, il silenzio in genere sono esperienze da sempre diffuse e veicolate dalla tradizione cristiana.

E’ bene sapere che esse appartengono al mondo degli strumenti, dei mezzi, non sono il fine della vita spirituale; tali pratiche sono in vista dell’incontro con Dio. In altre parole la preghiera è un dialogo fra Dio e l’uomo, è presenza dell’Amico, è silenzio abitato.

Il “sentire se stessi”, l’azzeramento delle distrazioni e delle passioni, lo sprofondare nel silenzio tipico di tante discipline orientali non sono incontro con l’Altro, non sono ancora preghiera. Per i cristiani è invece l’incontro d’amore con Dio che riempie il cuore, consola la sofferenza, guarisce le ferite, dona pienezze gioia alla vita.

Le pratiche yoga possono essere utili se ci aiutano ad andare oltre, ad incontrare un’altra Persona, o meglio a incontrare noi stessi e gli altri in Dio; diversamente potrebbero causare chiusure in se stessi, generare un ripiegamento, un’eccessiva attenzione a se stessi.

Sempre nella linea della ricerca della felicità dell’uomo si colloca un fenomeno di difficile definizione ma in continua espansione: i negozi di musica, le librerie, i giornalai hanno da tempo dovuto modificare la sistemazione dei propri scaffali per fare posto alla cultura “New Age”. L’idea di “Nuova (New) Era (Age)” deriva dal fatto che gli astrologi affermano che si è appena conclusa l’era dei Pesci, caratterizzata dal fenomeno cristiano, ed è iniziata l’era dell’Acquario, durante la quale si svilupperà una nuova forma di religiosità universale capace di raccogliere tutto quanto c’è di positivo per l’uomo nelle varie filosofie, teologie e saperi.

La cultura New Age si presenta quindi come un insieme di teosofia e magia, di passione per i profumi e le pietre preziose, di energie cosmiche e di empatie transazionali, di colori, di rumori naturali, di bevande, di cristianesimo e buddismo, di divinità indù e di presenze angeliche, di sufismo e di cabala; in alcuni testi Gesù viene rappresentato come la quinta incarnazione di Buddha, e la croce come un simbolo di grande potenza esoterica.

Questo panorama composito e caotico, nato da un reale bisogno di risposte e di spiritualità, dimentica una dimensione essenziale della Fede Cristiana che è la sua storicità. La Fede cristiana è una Fede precisa e rivelata da una persona realmente esistita, Gesù di Nazareth, il Figlio di Dio, nato e vissuto in luoghi e date ben precisi; le cose che ha detto e fatto non sono opinioni da comprare nel supermercato delle verità e miscelarle insieme ad altre.

Alcuni studiosi del fenomeno infatti attribuiscono al movimento New Age una specifica finalità anticristiana.

 

Don Nicolò Anselmi

 

Approfondimento

Recentemente è stato pubblicato un approfondito studio sul fenomeno New Age che raccoglie i risultati di molte ricerche e riflessioni sul fenomeno che peraltro è ancora in divenire e di non facile catalogazione. Ne consigliamo la lettura a chi fosse interessato all’argomento; il titolo dello studio è

PONTIFICIO CONSIGLIO DELLA CULTURA

PONTIFICIO CONSIGLIO PER IL DIALOGO INTERRELIGIOSO

GESÙ CRISTO PORTATORE DELL'ACQUA VIVA

Una riflessione cristiana sul “New Age”

VIII Numero


VEDERCI DA LONTANO

E’ possibile per un ragazzino che sbaglia, per un ragazzino terribile, riuscire a recuperare il terreno perduto? Quando la vita ti ha portato per strade pericolose, quando circostanze e amicizie non propriamente adeguate ti hanno fatto combinare marachelle un po più grandi di te, quando la solitudine che gli adulti ti hanno creato intorno ti ha portato a scegliere azioni che mostrassero al mondo la tua presenza, quando i pregiudizi della gente e dell’opinione pubblica ti portano a compiere ciò che tutti si aspettano che tu compi, è possibile riuscire a intravedere una strada nuova?

In Genova, cosiccome in tante altre città d’Italia, il fenomeno della delinquenza minorile è diffuso, percepito dall’opinione pubblica e dai mass-media forse come un gigante delle nostre paure e quindi in maniera eccessiva, sottovalutato nelle sue potenzialità perché di ragazzi a rischio ce ne sono molti. In genere l’opinione pubblica si preoccupa dei danni e di mettersi al riparo; scarica la colpa solo sui ragazzini di altri paesi. La realtà è solo in parte così. In effetti è assai più complessa e formata da molte facce che però lasciamo ad una analisi sociologica che non possiamo permetterci in questo contesto.

Di grande conforto nella nostra città rimane un tessuto sociale di associazioni che lavorano insieme alle istituzioni per dare una mano a questi ragazzi a reinserirsi. Una volta esistevano le carceri minorili (Genova faceva capo a Bosco-Marengo) oggi non più. Con grande fatica, nella assoluta povertà di mezzi, il Tribunale dei minori, le assistenti sociali, educatori professionali, forze dell’ordine collaborano per tracciare una strada nuova a ragazzini che spesso hanno intorno il deserto, per aiutare famiglie che si trovano improvvisamente ad affrontare nuovi capitoli per loro sconosciuti. Dopo un breve soggiorno in comunità penale dove si orientano i casi, strumenti quali inserimento in una comunità, affido temporaneo, messa alla prova sono i modi affinché un ragazzino dai 14 ai 18 anni riprenda vita. Le poche carceri minorili in Italia servono per casi eclatanti e per situazioni eccezionalmente gravi. La sensibilità e la dedizione degli operatori è il valore aggiunto di questo minuzioso lavoro che ha in mano il futuro di non pochi ragazzini Non di rado si trovano nelle istituzioni e nelle associazioni laiche che si occupano di questi problemi credenti delle nostre comunità ecclesiali che nel lavoro sanno di servire il Signore. Oltre che una fitta rete sociale di sostegno anche gli istituti religiosi e le loro comunità sono in prima fila, molti i risultati. Dall’osservatorio privilegiato che è il Movimento Ragazzi molti di questi ragazzi sono passati e di tanti abbiamo potuto apprezzare lo sforzo e la riuscita nel tornare a una vita vera, una vita “tranquilla” con nuovi valori. Ma l’impresa a volte appare titanica; non solo perché il numero non è così irrilevante, ma anche perché se si vuole svolgere un lavoro qualitativamente buono si ha bisogno di una rete di sostegno larga, efficiente, preparata e a volte le risorse sono un po sempre le stesse e impari per i loro obiettivi

Da qui la provocazione da questa rubrica alle associazioni delle parrocchie, alle associazioni delle famiglie, agli imprenditori e artigiani cattolici, a chi ha attività di pastorale giovanile. Lasciamoci provocare ancora dalla pagina del “PADRE BUONO” (Lc 15,20) quando il Padre vede il Figlio “quando era ancora lontano”.

Questa capacità di vedere i nostri “figli” che sono lontani deve contraddistinguerci; non è forse vero che nelle nostre parrocchie se qualche ragazzino teppistello, che ci ha tormentato per anni al catechismo si allontana, quasi quasi tiriamo un sospiro di sollievo? E se qualche “mela marcia” cambia aria dal gruppo di giovanissimi le famiglie organizzano una festa?

Noi non diciamo affatto che i ragazzini non possano allontanarsi; il figlio della parabola si allontana e và nella via del male; le parrocchie non devono, giustamente, tollerare azioni e stili di vita che non siano a favore dell’uomo; ma il cuore rimane vigilante in attesa del ritorno e sa vederlo quando è ancora lontano; questo è l’atteggiamento di una parrocchia, di un gruppo ecclesiale: è l’atteggiamento del Padre.

Coraggio, chiesa di Genova, il Signore ti chiama e ti chiede di aprirti al contatto con la rete sociale e istituzionale per costruire insieme percorsi di reinserimento per tanti ragazzi che hanno solo bisogno di fiducia, di nuove possibilità. Apriamo, con saggezza e lavorando insieme agli operatori, ma con coraggio e determinazione le nostre famiglie, i nostri gruppi, le nostre occasioni di lavoro, a chi è desideroso di lasciar perdere con le azioni malfatte, ma a quindici-diciotto anni ancora non può farcela da solo, ha bisogno di umanità attorno a lui, di quell’umanità rinnovata e risorta dall’incontro col Signore. Ha bisogno di una famiglia anche solo di appoggio; e le nostre parrocchie non sono famiglie di famiglie?

APPROFONDIMENTO (nomi di fantasia)

Roberto ha quindici anni; l’hanno pizzicato con un gruppetto a rubare in giro. Dopo un anno di inserimento in gruppo lavoro dove fila tutto bene ha un lavoretto, è in gamba, però ha solo gli amici di un tempo e si sa come va a finire; dove troverà un nuovo gruppo di amici da passare sane serate insieme, dove organizzarsi i momenti liberi, passare una settimana estiva sana?

Franca è una ragazzina terribile; ne ha combinate molte e ha fatto disperare fin dalle medie;alla fine si è lasciata coinvolgere in una rissa a picchiare una più piccola; ma se è con ragazzi che non combinano nulla apre finalmente il suo cuore e piano piano si lascia avvicinare; chi avrà la costanza di starle vicino per farle capire che si può esprimere la rabbia diversamente?