
“Esclusa una falsa e distrattiva via di mezzo, o Cristo si rifiuta o diventa il punto centrale dell’esistenza”.
Lo ha scritto un ragazzo. Un adolescente. Morto a diciassette anni, una mattina di novembre, sull’asfalto bagnato di una città di pianura, Monza, mentre andava a scuola in moto. Si chiama Marco Gallo, è nato a Casarza Ligure il 7 marzo del 1994, e nel giorno in cui avrebbe compiuto 32 anni è iniziata la fase diocesana del suo processo di beatificazione: con il rito presieduto dall’arcivescovo Mario Delpini si è costituita e insediata la commissione di inchiesta che ascolterà e raccoglierà le testimonianze di chi Marco lo ha conosciuto in vita e anche nella seconda vita, quella che è iniziata dopo quel giorno di novembre del 2011.
La sera stessa, anzi, è iniziata. Quando la mamma, Paola Cevasco, è entrata nella sua stanza per cercare gli abiti che Marco avrebbe indossato nei giorni del commiato, e ha notato una scritta, prodotta con la grafia del mancino, sulla parete accanto al letto, a pochi centimetri dal Crocifisso di San Damiano che Marco custodiva. Sulla parete c’era scritto: “Perché cercate fra i morti colui che è vivo?”. Da quel giorno la mamma, il papà Antonio e le sorelle, Francesca e Veronica, hanno provato a raccogliere scritti, lettere, quaderni, riflessioni, temi, pezzi di carta scritti da quel bambino e dal quel ragazzo a scuola o per gli amici o in occasione di incontri di Gioventù Studentesca, il gruppo delle scuole superiori del movimento di Comunione e Liberazione. E ne hanno tratto un libro, “Anche i sassi si sarebbero messi a saltellare” che riflette una voglia di vivere che si sarebbe potuta catalogare come vivacità se non avesse trasudato anche desiderio: un desiderio di pienezza che si rifletteva anche nei rapporti.
Racconti che fanno dire “Era come me” a chi lo ha conosciuto nella prima vita e che hanno portato, però, centinaia di giovani ogni anno, il primo di novembre, a salire in pellegrinaggio silenzioso al santuario mariano di Nostra Signora di Montallegro, a Rapallo, non tanto per ricordare Marco quanto per ringraziare di averlo conosciuto. Anche quando la sua vita si è trasformata in quella forma misteriosa di esistenza che chiamiamo morte. “La fede è come un fiorire di primavera , ha detto l’Arcivescovo Delpini, dinnanzi ad una cappella affollata, piena degli amici di Marco e dei loro figli piccoli, davanti al postulatore della causa di beatificazione padre Andrea Mandonico e al vicepostulatore don Pierluigi Banna, davanti ai vescovo Devasini di Chiavari e ai vescovi Sanguineti e Camiscasca, davanti al sindaco di Casarza Ligure e ad un nutrito gruppo di persone del paese alle spalle di Sestri Levante: la morte di un giovane è l’istante in cui il Signore lo mette in evidenza, per indicare questa via della santità a tutti, dicendo semplicemente: “Era come me”.
Emanuela Castello